Premiare le idee nella Pubblica amministrazione per cambiare l’Italia

Questo articolo è stato pubblicato su Huffingtonpost Italia

Come monitorare il tasso alcolico di una persona attraverso un gadget portatile e non troppo invadente? Come realizzare un motore aereo che consumi la metà di quelli attualmente in produzione? Qual è la migliore tecnologia per assicurare servizi di istruzione di base a popolazioni colpite da calamità? Tre domande – prese da casi concreti – che hanno l’ambizione di risolvere problemi, molto specifici, di una pubblica amministrazione.

Domande “aperte” su cui si invita chiunque si senta capace di dare soluzioni a trovarle. In palio ci sono soldi – 200 mila, 2 milioni e 300 mila dollari rispettivamente – mentre un termine indica sino a quando è possibile presentare la propria idea. È questo, al nocciolo, il sistema dei Prize Challenges.

Non è una cosa nuova. Tutt’altro. Era il 1714 quando il Parlamento inglese adottò una legge – il Longitude Act – in cui si offrivano 10 mila sterline a chi avesse trovato il sistema per calcolare esattamente la longitudine cui si trovava una nave. E fu in risposta ad un premio di 12 mila franchi promesso dall’esercito francese a chi avesse ideato un sistema per conservare cibi che Nicolas Appert – pasticciere a Parigi – inventò, nel 1810, la conserva sigillata.

Ha, quindi, una storia lunga questo tipo di premio. Ed anche di un certo prestigio. E, tuttavia, lo strumento era utilizzato poco, sporadicamente. Solo da pochi anni è invece divenuto una delle tendenze più interessanti dell’agire pubblico. Partito dagli Stati Uniti nel 2009 con la Strategy for Innovation del Presidente Obama, il ricorso ai Premi è divenuto un vero e proprio modus operandi di quell’amministrazione. Basta, per convincersene, guardare i 398 casi attualmente sulla piattaforma Challenge.gov, specificamente dedicata a fare conoscere i Challenge Prizes (che potremmo tradurre con “Premi per soluzioni innovative”) utilizzati nel governo USA e da cui sono tratti gli esempi citati in avvio.

Come spesso accade in un diritto pubblico sempre più globale è un modello che sta in poco tempo conquistando nuovi territori. Anche in Europa. E così in Gran Bretagna la Fondazione governativa Nesta e il suo Centre for Challenge Prizes sono oramai un’autorità indiscussa a livello mondiale. Nei Paesi Nordici, tra i primi a capire l’importanza dello strumento, si creano uffici amministrativi dedicati al tema. Ed anche l’Unione Europea comincia da qualche tempo a guardare ai Premi con grande attenzione. Gli Horizon Prizes sono stati lanciati nel 2014 e le prossime sfide, che riguarderanno efficientamento energetico, salute e impresa, sono attese a breve.

Che tutto questo sia facile e che basti il semplice lancio di una richiesta per arrivare a risultati è un’illusione. C’è un duro lavoro dietro. Organizzare centri di competenza interni all’amministrazione fatti di tecnologi ed esperti di innovazione. Confrontarsi con gli uffici pubblici e la loro “cultura” per far accettare il concetto di Premio. Definire con precisione il problema e la domanda per risolverlo così che sia possibile una risposta utile ed efficiente.

E, infine, gestire l’interazione con impostazioni – scientifica, creativa, innovativa – diverse da quella più propriamente amministrativa. Insomma un gran lavoro: nel lancio della richiesta, nella valutazione delle risposte, nella concreta attuazione di quella che si aggiudica il Premio. Ne vale la pena, però. Per una pubblica amministrazione aprirsi a questo metodo è un bel passaggio.

Impone: di interrogarsi a fondo sulla scala di priorità dei propri bisogni; di capire in che direzione devono andare le soluzioni; di confrontarsi con il mondo esterno creando vere partnership per trovarle. Il meccanismo del Premio obbliga, insomma, l’amministrazione a un nuovo linguaggio, a recepire le innovazioni tecnologiche, a trasformare il proprio modello organizzativo. In breve, a essere all’altezza di tempi.

Oltre a questo ci sono effetti esterni di altrettanta importanza. I Premi fanno emergere le eccellenze presenti in un determinato settore. Concentrano l’attenzione del capitale umano sulla soluzione di un problema. Contribuiscono a un’amministrazione aperta e trasparente. E, in un tempo in cui la narrazione ha così tanto valore, aiutano a cambiare la percezione di cosa sia effettivamente possibile: spostandola più in là.

Mi sembrano tutte ragioni valide. Tanto più per un Paese come l’Italia in cui le eccellenze sono il più delle volte nascoste ed emergono solo in casi eccezionali. Dove il dialogo tra i centri dell’innovazione e la pubblica amministrazione stenta. Dove la questione della visibilità e trasparenza delle scelte di governo è all’ordine del giorno. Dove, soprattutto, c’è bisogno di un racconto italiano nuovo, fatto di merito e competizione.

Per questo penso che Governo nazionale e Regioni dovrebbero mettersi su questa strada con molta serietà. Investendoci, insomma: riconoscendo il Premio come strumento di lavoro, avviando collaborazioni sul punto con le Università e i centri del sapere, lanciando le prime competizioni. A ben guardare per incentivare questo sviluppo basterebbe una cosa semplice: dare un premio a chi si muove per primo. Tutto qui.

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