Innovazione come nodo della competitività italiana nel libro di Riccardo Varaldo

90359Ho letto il libro di Riccardo Varaldo, La nuova partita dell’innovazione: Il futuro dell’industria in Italia, Il Mulino, Bologna, 2014, p. 214. Ecco perché consiglio di leggerlo.

Riccardo Varaldo è un professore universitario di lungo corso e, allo stesso tempo, un uomo di iniziativa e di intuito (basti pensare all’impulso che ha dato ai rapporti tra mondo universitario italiano e cinese). E si vede, Nei sei capitoli in cui struttura il suo libro, lo studioso del Sant’Anna tocca tutti i punti ‘caldi’ di una questione – quella dell’innovazione – che è il nodo della competitività italiana.

E’ indubbio, infatti, che arriviamo all’appuntamento con un mondo in cambiamento con una serie di handicap. Come fossimo una squadra che scende in campo con una serie di infortunati in una partita contro giocatori che vengono da mesi, se non anni, di duro allenamento. E, così, come capita in queste situazioni, ci attende una lista di terreni su cui recuperare. Quello culturale, prima di tutto, dove scontiamo un ritardo che ci distanzia dai nostri competitor. Se oggi l’innovazione comincia a “scaldare i cuori” – basta scorrere i giornali e le loro quotidiane storie di startup e di nuova impresa per capirlo – è un fatto che per decenni il tema sia stato tra quelli meno ‘battuti’ dalla politica. Mentre nei paesi nostri concorrenti si discuteva essenzialmente di economia, da noi il dibattito pubblico si è più spesso concentrato su temi politici: dalle riforme costituzionali in giù.

Ed è proprio da qui che deriva una serie di conseguenze. La prima, evidentissima, è il ritardo che abbiamo in termini di investimenti in ricerca e sviluppo, che vedono una componente privata e pubblica inferiore a quelle di realtà nazionali a noi comparabili. Ma è un dato che è mero indicatore di tanti altri ritardi. Tra cui, centrale, quello della filiera ricerca-innovazione: come testimoniato dalla difficoltà di traduzione delle invenzioni scientifiche in brevetti e dalla episodica (se non rapsodica) incorporazione del lavoro universitario nell’attività imprenditoriale. Profili importanti e che, oggi più che mai, ci fanno ‘diversi’ dalle altre nazioni sul piano dell’innovazione. Soprattutto profili che mostrano tutta la loro serietà in una crisi fiscale che impedisce di canalizzare finanziamenti là dove si dovrebbe e che non fa altro che amplificare le difficoltà competitive del sistema Italia.

Perché tutto questo? Certamente ha contato, in questo mancato incontro con le tendenze del mondo, la frammentazione estrema del nostro sistema industriale. Un tessuto basato su una popolazione polverizzata, in cui le imprese di piccole dimensioni conservano un peso decisamente superiore a quello di altre realtà: basti pensare al fatto che  in Germania la coorte di imprese sotto i 49 dipendenti è il 21.7% mentre in Italia rappresenta il 56.4%. Non è stato sempre così. Sino agli anni settanta, ci dice Varaldo, c’era un maggiore equilibrio tra grande e piccola impresa, una convivenza utile agli uni e agli altri. Ma è saltata. E questo per colpa un po’ di tutti. I policy-makers – scissi tra politica “auspicata” e politica “praticata” – non hanno visto i problemi o non hanno avuto la forza di affrontarli. Gli studiosi hanno coltivato (e fatto coltivare) l’illusione, quando non il mito, del piccolo è bello. Il modello distrettuale ha concentrato l’attenzione sulla “foresta” invece che sugli “alberi” e da elemento di forza del nostro sistema economico è divenuto progressivamente fonte di debolezze. I comportamenti tendenzialmente conservativi del mondo dell’impresa – tutti concentrati sulla sustaining innovation invece che su quella basata sulla ricerca, refrattari ad incorporare le rivoluzioni permesse dall’ICT, timorosi di cambiamenti nell’assetto proprietario – hanno anch’essi contribuito all’empasse italiana. Con sullo fondo, come un ombra, l’assenza di un sistema istituzionale ‘inclusivo’ – secondo la formula di Acemoglu e Robinson: l’assenza, cioè, di una guida politica e di stakeholders economici degni di questo nome. Ognun per sé, insomma.

E così, per questo insieme di ragioni, ci troviamo con un tessuto imprenditoriale che non può contare su grandi imprese inserite nella dinamica dell’innovazione e capaci di aiutare il processo di crescita del sistema nel suo complesso; con un quadro che vede una ridotta intensità di capitale innovativo e un capitale umano insufficiente perché, molto semplicemente, non è stato formato, dato che la domanda non lo richiedeva.

Tutto questo non tiene in condizioni normali. Figuriamoci quando siamo di fronte, in aggiunta alle dinamiche della globalizzazione, ad un balzo del progresso tecnologico che sta disegnando un nuovo ranking delle nazioni basato su nanotecnologie, robot e additive manufacturing.

Lo scenario è, dunque, preoccupante: quello di un progressivo e inevitabile depauperamento del nostro tessuto produttivo a causa di una sorta di “distruzione non creatrice”. Cosa fare? Per affrontare questo quadro Varaldo auspica una ripresa della politica industriale. Una politica cambiata, però: per prospettiva, per strumenti e per durata temporale. E’ una politica ‘di fiancheggiamento’ quella di cui c’è bisogno e non di un’azione di ‘inseguimento’. Bisogna, insomma, capovolgere l’ottica di molti interventi pubblici: non è questione di salvare posti a rischio, quanto di crearne di nuovi.

Poi gli ingredienti nei quali si declina questo faticoso cambio culturale sono conosciuti e condivisi. Dare una linea strategica che ordini l’azione dei diversi attori e contribuisca alla percezione di un ecosistema dell’innovazione. Puntare sui settori del futuro in maniera organica, capendo quali sono, mappando il capitale umano che ci lavora, concentrando le risorse. Essenziale, poi, lavorare sulle imprese di medie dimensioni, quel “quarto capitalismo”  che ha capito negli anni Novanta che bisognava rafforzarsi nei servizi a monte e a valle della produzione e che oggi va sostenuto nell’incontro con i nuovi mercati sui quali può crescere. Sostenere l’internazionalizzazione con in testa un’idea chiara di quali siano le destinazioni promettenti e, d’altro canto, creare le condizioni per portare nel nostro Paese imprese di qualità e tecnologicamente avanzate. Lavorare sulle startup innovative lungo tutto il ciclo, curandone la nascita e l’inserzione nel tessuto imprenditoriale tradizionale, sguinzagliandone l’energia per andare a trovare soluzioni ai problemi dell’economia. Agire sul mercato dei capitali per creare incentivi al rafforzamento del segmento del venture capital e per delineare una nuova cultura del credito. Lavorare, infine, ad un dialogo nuovo tra il mondo della ricerca e quello dell’industria, superando ritrosie e disabitudini molto forti nel nostro sistema: quello industriale e quello Universitario.

Tutti nodi che sono oramai molto chiari nel dibattito e che questo libro aiuta a focalizzare e a collocare in una visione interrnazionale. Nodi che attendono di essere sciolti e che possono oggi contare su un ambiente culturale che sta cambiando. L’innovazione scalda i cuori finalmente, i role model per i giovani stanno cambiando orientandosi verso l’impresa e il rischio, le Università vedono generazioni di nuovi professori meno tentati dalle scale di torri d’avorio progressivamente meno influenti e più aperti a confrontarsi con chi ‘sta’ nel mondo della produzione. Tutti punti essenziali perché i policy-makers riescano a concentrarsi sul tema con attenzione e durata. Proprio i due elementi che Varaldo richiede ad una moderna politica industriale.

(Le recensioni sono in corso di pubblicazione sulla Rivista Giuridica del Mezzogiorno, edita dalla Casa editrice Il Mulino. Si ringraziano la Rivista e l’Editore per aver consentito la pubblicazione).

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