Le Istituzioni e gli italiani nel saggio di Guido Melis

MelisHo letto il libro di Guido Melis, Fare lo Stato per fare gli italiani: ricerche di storia delle istituzioni dell’Italia Unita, Il Mulino, Bologna, 2014, p. 304. Qui la mia recensione.

Sono due le spallate del nation-building italiano: il decollo industriale del primo Novecento e il miracolo economico del secondo dopoguerra. Tutte e due hanno un punto in comune. Si sono svolte “fuori e indipendentemente” dallo Stato. Non stupisce. Come scrive Guido Melis nella sua introduzione lo Stato Italiano non ha mai goduto di una piena legittimazione sociale, quella che altrove ha rappresentato il collante tra società e istituzioni. Eppure, per un curioso paradosso, è stato anche lo Stato a sostenere, in forme magari poco visibili, le condizioni per le due spallate. Insomma, anche quando ha contato, non lo ha fatto in maniera evidente ed in modo da costruire un vero legame con la cittadinanza.

E’ sotto questo incipit che si svolgono i dodici saggi dello studioso della Sapienza raccolti in questo volume articolato in tre parti. La prima dedicata alla “Costruzione dello Stato”; la seconda che si interroga su “Quanto è stato fascista lo Stato fascista?”; la terza che esamina le evoluzioni dell’amministrazione burocratica della Repubblica.

I saggi raccolti danno un quadro di grande interesse. E forse, a ben pensare, la forma stessa dello scritto, obbligando il lettore a salti e a raccordi, rende il tutto ancora più efficace. Emerge la rilevanza del ritardo italiano nel darsi un’effettiva amministrazione nazionale: quarant’anni che, a guardarli da lontano, si rivelano cruciali e che in qualche modo hanno creato varie distonie. Quella di un’amministrazione che nasce in risposta ai bisogni dell’industrializzazione e non in connessione con quelli dello Stato. Quella di una cultura amministrativa a forte connotazione legalistica – e quindi con una impostazione progressivamente lontana dai segmenti produttivi e che finisce con il mettere in “fuga” i tecnici che pure vi si erano avvicinati (molto efficace, sul punto, il parallelo tra la cultura idealista dei funzionari e quella positivista del mondo dell’impresa). Quella di un’amministrazione che, almeno nel suo corpo, se non nelle elites, è sempre più meridionale e contribuisce così allo sviluppo di una ‘doppia Italia’. E così via.

I saggi di Melis sono, però, anche piccole storie di uomini. La vicenda di Brunialti – potentissimo consigliere di Stato coinvolto nell’affaire del Palazzo di Giustizia – apre squarci su temi che sono ben conosciuti negli anni più recenti: arbitrati come fonte di potere, prossimità tra economia e settore pubblico, scambi tra alta magistratura e politica. Brevi note biografiche come quelle dedicate al questore Polito – tra OVRA e avances a Rachele Mussolini, sino al caso Montesi – permettono di dare fisionomie alla continuità amministrativa tra  fascismo e dopoguerra. I riferimenti a Dallolio, Conti, Giuffrida, Peano, aprono squarci su personalità grandissime del loro tempo; veri ‘mattatori’ a cavallo tra istituzioni, economia, politica con itinerari di difficile replicabilità.

E, infine, vi è una sezione conclusiva che si occupa di portare sino ai giorni nostri la ricostruzione storica, interrogandosi nel suo capitolo finale sulla “solitudine del riformismo amministrativo italiano”: sul perché, insomma, un Paese che ha avuto tracciata la strada da personalità quali Massimo Severo Giannini e Sabino Cassese non abbia trovato una coalizione politica sufficientemente decisa per poi costruirla. Le risposte sono, ovviamente, articolate. Ha pesato qui, secondo Melis, quella che è stata definita “l’insigne debolezza dello Stato”. Uno Stato capace, come detto, di aver fatto da supplente ai limiti dello sviluppo economico ma che, al contempo, non ha mai smesso di essere sentito con estraneità dalla popolazione. Uno Stato che, se lo si guarda con occhi ‘psicologici’ si è estraniato da questo compito di riforma che era centrale al suo stesso definirsi. E così – tranne nelle circostanze in cui c’è stata piena coincidenza tra il livello politico e quello del pensiero riformatore – la questione amministrativa è stata sentita alla fine come secondaria, ed il più delle volte da piegare a logiche diverse, contingenti.

Non può durare, però. E’ un atteggiamento intenibile al momento in cui la competitività italiana, come quella di qualunque Paese immerso nella globalizzazione, non può permettersi uno Stato poco efficiente. Sarà questo, unito alla spinta della tecnologia ed al cambiamento delle aspettative di cittadini sempre più vocali, che finirà con il trasformare l’atteggiamento della politica nei confronti dell’amministrazione. E’ questa la fase che si sta aprendo (e di cui si intravedono, anche se con qualche nebbia, le prime forme). Una fase sicuramente impegnativa: di modernizzazione e di ridefinizione. Ma, ed è un’altra buona notizia, è un cambiamento che non si farà solo attraverso grandi disegni. Le nuove tecnologie sono amiche delle “piccole riforme che si possono fare subito” come dicevano i Turatiani dell’inizio del secolo scorso. Si comincerà da quelle.

(La recensioni è in corso di pubblicazione sulla Rivista Giuridica del Mezzogiorno, edita dalla Casa editrice Il Mulino. Si ringraziano la Rivista e l’Editore per aver consentito la pubblicazione).

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