Smart cities, democrazia e partecipazione nel libro di Anthony M. Townsend

Smart-Cities-book-cover

Il tema delle Smart cities è, senza ombra di dubbio, uno dei più battuti del momento. Alla questione si dedicano in continuazione congressi, articoli, presentazioni, iniziative pubbliche. E si capisce il perché. L’incontro tra una tecnologia informatica in costante trasformazione e una dimensione urbana mai così centrale nella storia dell’Uomo sono rilevanti per più profili: per costruire una polis compiutamente democratica e partecipativa; per realizzare una pubblica amministrazione efficiente nel produrre servizi pubblici; per contribuire al miglioramento della gestione energetica delle città.

Alla nuova collaborazione tra pubblico e privato, resa possibile dalla rete, è affidata una sorta di nuova Utopia, come dice il sottotitolo di questo bel volume di Anthony TownsendSmart Cities: Big Data, Civic Hackers and the quest for a new Utopia, Norton, New York, London, 2014, p. 388, un lavoro che unisce diversi aspetti d’interesse.

In primo luogo è un libro con una tesi ben precisa: la tecnologia va immessa nelle città solo dopo averle studiate, aver fatto emergere problemi e soluzioni con un dialogo con la cittadinanza e le comunità informatiche, aver investito nelle infrastrutture di base, aver scelto in maniera consapevole le grandi imprese con cui fare alleanze strategiche.

È poi uno scritto che conduce il lettore a questi temi con attenzione, mescolando esperienza diretta dell’autore, richiami alle teorie degli urbanisti degli ultimi duecento anni, riferimenti alle innovazioni tecnologiche più recenti. Ed è così che ci si ritrova con un nitido filo conduttore che scorre dalla reinvenzione di Barcellona di Ildefons Cerdà o dalle Garden Cities di Ebezener Howard alle apps civiche sviluppate negli anni più recenti sulla base degli Open Data, passando per il richiamo agli autori di fantascienza che anticipavano quel che oggi accade e al lavoro dei cibernetici avventuratisi sul tema dell’applicazione dell’informatica alle città sin dagli anni Settanta.

Infine Smart Cities è un lavoro, lo si capisce dalla varietà delle recensioni positive in capo al volume, che si pone al crocevia tra diversi generi: architettura e urbanistica, informatica, sociologia, scienza politica. Non solo. È anche una lettura molto piacevole, con capitoli brevi, ognuno dedicato a uno specifico elemento di discussione, un ampio ricorso a testimonianze dirette, l’utilizzo di un tono mai assertivo e sempre informato.

In maniera molto sintetica il punto di partenza dal quale si svolge l’argomentare dell’autore è quello della organicità delle città, del loro dover essere valutate nella rispettiva interezza. Abbiamo a che fare con organismi non con macchine e con organismi con fortissime interdipendenze con le proprie regioni (“It takes the whole region to make the City”, Patrick Geddes).

Così ricostruito il legame con un urbanesimo anglosassone che data dalla fine dell’Ottocento, Townsend sostiene che è su questa complessità che deve poggiare la tecnologia. Non l’inverso. L’informatica deve essere al servizio della città – o, meglio, di un’idea di città – e non un format al quale le diverse realtà debbono adattarsi rinunciando alle proprie specificità. Ed è precisamente in questo punto che si gioca la partita tra le grandi multinazionali interessate a spartirsi l’immensa torta degli investimenti legati alle “città intelligenti” – dall’IBM, alla Cisco, alla Siemens – e i gruppi degli attivisti locali (i civic hackers richiamati nel titolo) che in molte realtà urbane stanno dando vita a startup per migliorare la vita dei cittadini. Se le prime sono tendenzialmente interessate a replicare in ogni città lo stesso modello sta alle seconde promuovere forme specifiche di innovazione legate al genius loci e capaci di “parlare” alla cittadinanza.

Al pubblico potere spetta di essere il broker di questa interazione. Non è operazione semplice. In un momento in cui politica e amministrazione hanno bisogno di messaggi comprensibili e tempi di realizzazione rapidi, la tentazione di affidarsi alle grandi imprese tecnologiche è forte. E Townsend lo capisce e spiega così perché alcune città si siano affidate in toto alle realtà imprenditoriali. Ma l’autore segnala anche come altrettanto forte sia il rischio di fare investimenti incapaci di intercettare lo spirito della città: e quindi inutili.

Il compito dell’amministrazione è configurarsi come una piattaforma, far emergere dal basso le esigenze della cittadinanza, aiutarle a tradursi in progetti. E, a questo punto, chiamare gli operatori migliori per svolgere questa attività. È una funzione molto difficile che, in aggiunta a un’assunzione strategica del tema e a investimenti nella banda larga e negli open data, impone alla pubblica amministrazione organizzazione e attività mai prima svolte. Qualche esempio: sicuramente un organismo pubblico che decida di intraprendere questa strada deve vedere al suo interno figure di Chief Innovation Officers capaci di diffondere le nuove tecnologie su tutto lo spettro di attività amministrative. Oltre a questo deve avere la capacità di far emergere i problemi della cittadinanza e tradurli in richieste precise di servizi; dotarsi, cioè, di una capacità di ascolto delle problematiche e della loro configurazione in richieste ben definite. In parallelo deve sviluppare la capacità di impostare un dialogo con soggetti tendenzialmente diffidenti della pubblica amministrazione come i civic hackers attraverso strumenti pertinenti come gli eventi hackathon e simili. Infine, sulla base di queste conoscenze e forte di una idea definita di come la tecnologia può aiutare l’idea di città che si ha in testa, deve avviare negoziati con le grandi imprese per utilizzarne il potenziale adattandolo alle sue esigenze.

Se queste capacità sono molto spesso assenti, la buona notizia è che divengono sempre più forti le reti a cui attingere per copiare esperienze di successo. Se un’amministrazione è effettivamente interessata a promuovere la tecnologia nei suoi servizi può avvalersi di piattaforme che indicano come in altre realtà è stata utilizzata, quali i casi di successo da imitare, quali gli errori da evitare.

È un libro dal quale chiunque interessato al tema – sia un policy-maker, uno studioso del fenomeno urbano o della tecnologia, un attivista della Rete – esce arricchito: conoscendo la storia dell’ingresso dell’informatica nelle realtà metropolitane, le tappe dello sviluppo del pensiero urbanistico anglosassone, le origini del movimento dei civic hackers, le iniziative da intraprendere per cominciare a lavorare per rendere intelligente la propria città.

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