Ascesa e declino dell’economia italiana nel libro di Emanuele Felice

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Perché una nuova storia economica d’Italia? Ha senso tornare su un tema che ha già impegnato tanti studiosi? C’è qualcosa di nuovo che merita questa attenzione? Queste le domande che, in premessa, e con certa modestia, si pone Emanuele Felice, l’autore del volume Ascesa e declino. Storia economica d’Italia (ed. il Mulino), professore alla Università Autonoma di Barcellona.

Sono domande alle quali risponde facendo riferimento all’esigenza di mettere a sistema contributi emersi negli anni più recenti e relativi alla vicenda economica italiana dall’Unità in poi. Si tratta di lavori, il più delle volte motivati dall’attenzione scientifica legata alla ricorrenza dei 150 anni dall’Unità, che su molti aspetti – la serie completa del PIL, tra i tanti – danno un quadro diverso e più completo dell’evoluzione economica nazionale.

Questa, dunque, la ragione principale per raccontare, ancora una volta, l’itinerario di un’economia che, per quanto ossa oggi apparirci irreale, “è stata a lungo, e in diverse epoche, (…) la più ricca e fiorente del mondo”.

E’ una storia che l’autore fa partire, utilizzando la formula di un sintetico prequel, dall’impero romano, un momento storico in cui il dominio dell’economia ‘italiana’ nel mondo era indubbio. Sufficiente un dato. Il PIL del Paese, secondo i calcoli di Maddison, equivaleva allora a 809 dollari del 1990, quando quelli di Francia, Regno Unito e Spagna erano a 472, 400 e 498 rispettivamente. E’ una ricostruzione che, come accade nei prequel ben fatti, aiuta a capire meglio tutto quello che verrà dopo e che si snoda tra i diversi movimenti di andata e ritorno dal centro alla periferia economica: dell’Europa e del mondo. Basti pensare che dopo alcuni backs and forths, all’inizio dei Trecento il PIL italiano – risvegliatosi dal ‘lungo sonno’ medievale e liberatosi da rigidità e poteri amministrativi ‘estrattivi’ – era di nuovo a 1500-1600 dollari pro-capite contro i 900 della Spagna e gli 800 del Regno Unito.

Il punto di rottura della vicenda europea è proprio qui. E’ a questo punto che Est e Ovest del continente prendono strade diverse. Il primo, dopo la Grande Peste, mette a tacere le spinte autonomistiche dei corpi intermedi e ritorna ad una situazione di predominio di un’aristocrazia ‘da’ latifondo. Tutt’altra strada attende, invece, un Occidente che vede l’emanciparsi di una classe commerciale che diverrà, nel tempo, la borghesia. Ed è qui, con le medesime linee interpretative, che comincia anche il ‘distacco’ italiano: con un Sud agricolo e latifondista che diventa progressivamente il fornitore di un Nord manufatturiero e a forte orgoglio comunale.

Sono dinamiche che portano i loro frutti più tardi. E non sono frutti positivi per la nostra economia. E’ nel Rinascimento, infatti, che l’Italia comincia a staccarsi dal gruppo di testa dello sviluppo. Da allora nulla sarà più come prima. Dopo i “sette decenni neri”, tra il 1600 e il 1670, vittima della sua incapacità di cogliere le sfide dei nuovi mercati atlantici, l’economia italiana è, infatti, superata da quella dei Paesi Bassi e del Regno Unito. Sono gli anni, in cui la ricchezza ‘si trasfigura in bellezza’, in cui, cioè, le classi abbienti si ritrovano senza opzioni vantaggiose su cui investire e cominciano a spendere le proprie risorse in arte. Una tendenza che proseguirà nei decenni successivi, sino a portare l’Italia, per secoli dominatrice continentale, ad essere la quinta potenza economica europea alla fine dell’800 ed arrivare sostanzialmente sfibrata all’appuntamento con l’Unità. Perché tutto questo? Gli elementi sono i più diversi e Felice ne sceglie, tra gli altri tre: un carattere provinciale e presuntuoso che mal si concilia con le esigenze di un capitalismo che andava allora formando le proprie istituzioni; le implicazioni negative sulla dinamica di crescita di una società con diseguaglianze progressivamente crescenti; la presenza di istituzioni pubbliche inadeguate. Tre spiegazioni avanzate dagli studiosi, che Felice esamina, e che, in qualche modo danno una chiave di lettura precisa del fenomeno italiano.

E’ qui che, terminato il prequel, comincia la storia, anzi la “nuova storia”, che, avvalendosi dei dati più recenti e degli schemi interpretativi più moderni, vuole raccontarci l’autore. Una storia che racconta, appunto, del viaggio dell’Italia dalla “periferia al centro” (e che, a questo punto della nostra storia, rende ipotizzabile anche un ritorno ‘in periferia’); che assiste all’approfondirsi del divario tra un Nord e un Sud che partivano da condizioni differenti, ma più in termini di precondizioni dello sviluppo che reddituali; che ci dice quanto valgano, a spiegare le dinamiche di sviluppo, le differenze socio-istituzionali.

Scendendo alla scansione temporale scelta, il primo capitolo, dedicato all’”Età Liberale”, ha il suo avvio al momento dell’ingresso italiano in Europa dopo l’Unificazione. A quel momento il Regno d’Italia è, come detto, al quinto posto in Europa dal punto di vista economico. L’industria metalmeccanica è inesistente, ai 15 mila km di ferrovie del Regno Unito corrispondono i 2400 del nostro Paese; le spese militari – per un impegno che è più interno che esterno – sono grandi. E’ da queste condizioni che – nei primi trent’anni attraverso indecisioni e crisi, e poi, con maggiore slancio – riparte un processo di recupero di posizioni. E’ quel che avviene nei contesti che si susseguono: prima il governo austero e libero scambista della Destra; quello interventista e protezionista della Sinistra, in una seconda fase; quelli, infine, dell’era Giolittiana. E’ qui il punto di svolta di questa prima fase, la rottura della path dependency, il “salto di qualià” che rende possibile per l’Italia cavalcare l’onda della ripresa dell’economia europea. Sono le industrie tessile, siderurgica, automobilistica, meccanica, della gomma quelle che per prime trainano l’economia in quello che è stato definito “un mixage di prima e seconda rivoluzione industriale”. Un passaggio centrale della nostra economia caratterizzato però, sin da allora, da una limitata attenzione ai profili di innovazione tecnologica. Un aspetto destinato a pesare nel futuro.

Il capitolo successivo è dedicato all’evoluzione attraversata dall’economia italiana – e dai suoi assetti di governance – nel periodo che va dalla Grande Guerra al Fascismo. Prima di tutto i dati smentiscono che quest’ultimo arrivi al potere sull’onda di una situazione di disperazione. Tutt’altro. Mussolini eredità una “situazione finanziaria (…) già istradata verso il ristabilimento e la ripresa”. E su di essa che si innestano molte trasformazioni destinate a caratterizzare quel tempo. Esse, stando a quelle più caratterizzanti, vanno dall’esperimento di Quota 90 e gli sgravi favorevoli agli industriali sino ai salvataggi di Stato degli anni Trenta, destinati a costituire l’ossatura industriale e finanziaria italiana dei successivi sessant’anni. Una serie di innovazioni di policy – a cui molte altre potrebbero aggiungersi – essenzialmente allineate alle posizioni dell’imprenditoria privata e portate avanti, lo ricorda più volte l’autore, in gran parte da una classe dirigente formatasi in età liberale e che mantiene, tuttavia, i propri spazi di azione riformista nel nuovo contesto politico.

Successivamente il lavoro si sofferma su quella che l’autore definisce l’“Età dell’oro”, il periodo che segue la fine del secondo conflitto mondiale e che vede – nell’incontro di aiuto degli Stati Uniti nella prima fase e un quadro di accordi internazionali di apertura dei mercati – una immediata rimessa in moto della dinamica di crescita italiana. E’ certamente qui un altro punto di svolta che, ancor più dello shock bellico, avvia l’economia italiana verso un assetto definitivamente industriale. L’indicatore più chiaro è, in questo senso, quello dei lavoratori agricoli: che passano dai 9.6 milioni del 1945 ai 5.7 del 1963. Numeri da ‘esodo’ che sono il risultato di un cambio di strategia di politica economica rispetto a quella seguita dal fascismo: la scelta è netta e va nel senso di una industrializzazione sostenuta dall’intervento pubblico e aperta alla dimensione internazionale. A ben guardare, insomma, lL’Italia di quegli anni basa la sua crescita su un modello non troppo diverso da quello delle economie emergenti asiatiche dei nostri giorni. E’ su questo schema di fondo che si innestano una disponibilità di manodopera e un livello elevato di investimenti pubblici. Su quest’ultimo punto, in particolare, i numeri dell’azione pubblica di quegli anni sono imponenti: tra il 1948 e il 1963 la quota di investimenti sul PIL passa dal 19% al 31%. Oltre a questo c’è un’azione riformatrice che non ha molti eguali nella storia repubblicana: Riforma agraria e fiscale, Cassa per il Mezzogiorno, Nazionalizzazioni, Piano Casa, Programmazione economica sono solo alcune delle teste di capitoli di una lavoro più approfondito

ll capitolo che conduce ai giorni nostri è quello che parla di “Italia nella globalizzazione” e che individua errori compiuti a partire dalla metà degli anni Settanta agli anni Ottanta. Scelte che pesano ancora oggi: da un meccanismo di scala mobile troppo favorevole alle istanze dei lavoratori a spese essenzialmente assistenzialistiche sul piano industriale; da regioni sostanzialmente irresponsabili sul piano dell’entrata e caricate, nonostante la loro fragilità, di funzioni chiave come quella sanitaria; sino a sistemi pensionistici fuori controllo e al quinquennio della prima metà degli anni Ottanta che fu folle sul piano della finanza pubblica (quando le spese al netto degli interessi aumentano dal 36% al 42% del PIL). Non affrontato da un blocco politico-amministrativo sostanzialmente immobile, è in questo frangente che il grumo dei problemi economici che ancora accompagnano l’Italia si condensa: da quello di una struttura industriale di dimensioni troppo piccole a quello di una scarsa inclinazione alla ricerca, all’ingessamento della spesa pubblica ad una cultura amministrativa con pochissimi punti di contatto con le tematiche della finanza e dell’impresa.

Le conclusioni si interrogano sulle ragioni alla base delle dinamiche di ascesa e declino. E qui viene in rilievo il ruolo del tessuto socio-istituzionale, cioè, in buona sostanza, del pubblico. I problemi di performance italiani discendono, infatti, da una sua povertà: istituzioni ‘estrattive’ più che ‘inclusive’, accesso limitato più che aperto, una progressiva alterazione del quid proprio della funzione politica, assenza di una visione strategica del Paese. Abbiamo assistito, infatti, all’affermarsi della mala politica: che ha ritardato i provvedimenti macroeconomici necessari; ha impedito riforme strutturali; ha creato le condizioni per un rapporto distorto tra l’imprenditoria pubblica e quella privata; non ha combattuto con sufficiente determinazione l’illegalità. Discendono da quest’analisi ricette di intervento che sono quelle degli osservatori seri, non di chi pensa a scorciatoie. Riformare l’apparato amministrativo e le istituzioni. Riprendere ad investire in istruzione e in ricerca e innovazione. Incentivare con politiche ‘intelligenti’ i comportamenti virtuosi di cittadini e imprese. Adottare politiche industriali moderne, che guidino verso produzioni a maggior valore aggiunto. Il tutto guidato da un ‘Principe’ assistito da una classe dirigente attrezzata e capace di un dialogo aperto con un’opinione pubblica, che va coinvolta nelle scelte, da cui vanno estratte le capacità necessarie ad arrivare a soluzioni di policy più efficienti. Certo sono scelte che implicano passaggi complicati, che vanno fatte con uno sguardo necessariamente puntato sull’Europa che è inevitabilmente il ‘campo’ in cui la capacità italiana andrà misurata nei prossimi anni. Solo in questo modo potremo uscire da secche che, come scrive l’autore, non sono solo quelle di una stagnazione economica ma anche quelle di “un avvilimento dei valori civici e all’inaridimento della creatività culturale” (p. 359).

E’ una vicenda storica che, come hanno notato recensori di grande autorevolezza quali Michele Salvati e Sabino Cassese, Emanuele Felice traccia con passione, grande capacità di analisi e attenzione a quello che può definirsi l’interplay tra assetti istituzionali, storia dell’impresa, aspetti macroeconomici, contesto internazionale. In aggiunta a questo il lavoro dà conto, in maniera sempre interessante e mai ‘pedante’ delle tesi degli studiosi che hanno esaminato la storia economica italiana. Ed è così che opinioni di analisti di tempi, culture e impostazioni diverse sono messe in dialogo tra loro e finiscono con il comporre, in molti passaggi, un quadro a più voci, una sorta di ‘coro’ che commenta gli sviluppi raccontati. Con il risultato di uno scritto molto piacevole che, anche per questo, dovrebbe essere bagaglio di chiunque – dall’accademia, dai luoghi della politica, da quelli dell’amministrazione – sia interessato a riposizionare il nostro Paese contribuendo a rimetterlo sulla strada della “Ascesa”.

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