La gentrification è nelle nostre città, il libro di Semi aiuta a capirla

gentrificationIl fenomeno della gentrification è tra i più controversi nell’attuale dibattito urbano. Tanto più questo è vero nel momento in cui le città vivono un periodo di revival ed attenzione, complici sia dati oggettivi, come la loro dimensione, sia aspetti quali la loro influenza nello scenario globale e la loro centralità nelle dinamiche di sviluppo. Sono le città, infatti, i “motori” dell’innovazione e della creatività. Sono le città a immaginare un loro proscenio politico globale in un mondo in cui contano sempre di più. Sono le città, ancor più delle regioni, ad essere i soggetti di una competizione territoriale che vede un confronto a tutto campo per attrarre talenti, capitali, investimenti, conoscenza.

Ma molte delle città – organismi viventi, per definizione – stanno cambiando secondo una dinamica ormai ripetitiva ed uguale a sé stessa. Ad ogni latitudine. I centri sono conquistati da una borghesia che se n’era allontanata durante i processi di suburbanizzazione e, di converso, le classi meno abbienti ne vengono espulse. Questa, al nocciolo, la gentrification, con i suoi immancabili pendants: ristoranti di design, bar alla moda, spazi dedicati all’arte, abitudini di vita e molto altro.

Il suo tempismo è, quindi, una delle ragioni per cui è importante questo libro di Giovanni Semi (Gentrification, Il Mulino, Bologna, 2015, p. 230), professore di Sociologia delle culture urbane all’Università di Torino. Il suo lavoro riporta, infatti, nel dibattito italiano temi nati altrove ma che, come mostrano le esperienze analizzate alla fine del volume, contano sempre più anche da noi. Fenomeni di gentrification continuamente accadono nelle nostre città, insomma. Anche se non se ne discute, anche se non divengono più di tanto spunto di riflessione pubblica.

Ed è lo stesso impianto del libro che mostra questo itinerario “dal mondo a casa nostra” scelto dall’accademico torinese. Si parte, infatti, dalla preistoria della Gentrification, da quando si gentrificava in maniera anche molto profonda senza che se ne avesse la piena consapevolezza. Secondo Semi è, infatti, la “Hausmanizzazione” di Parigi il primo esempio di questo processo, con tutta la sua carica simbolica e l’apparato immobiliar-finanziario che la sostenne. A questa prima comparsa del fenomeno seguirono la vicenda del Greenwich Village di New York e quella di Chicago che furono, specialmente quest’ultima, i primi momenti in cui, muovendo dall’osservazione delle concrete dinamiche di ricambio nel tessuto cittadino, cominciarono lavori pioneristici nel campo della teoria urbana, quelli, appunto della cosiddetta Scuola di Chicago. Era, nei fatti, un’esperienza già avviata dunque, e sulla quale cominciavano ad esserci lavori importanti, ben prima che la gentrification toccasse Londra nel secondo dopoguerra. Eppure è precisamente qui che la progressiva conquista di quartieri popolari da parte dei ceti borghesi fornì lo spunto alla prima ricostruzione analitica del fenomeno, quella di Ruth Glass, una sociologica britannica considerata in qualche modo l’inventrice del termine.

Ma perché accade la gentrification? Quali sono i passaggi attraverso cui si afferma? Quali le motivazioni e le forze che la guidano? Per spiegarne le dinamiche Semi affronta prima di tutto la prospettiva del Rent Gap che lo studioso scozzese Neil Smith ha sviluppato analizzando le motivazioni economiche dei cosiddetti “produttori di gentrificazione”. Come broker alla ricerca della migliore possibilità e irresistibilmente attratti dalle possibilità di lucrare sono loro, infatti, a fiutare i luoghi in cui è presente un differenziale di rendita. Non c’è solo questo, però, a spiegare l’accendersi di tali processi, c’è anche una ben precisa retorica che li sostiene. È sotto la bandiera di creatività e cultura, infatti, che sono stati condotti interventi di rigenerazione urbana in una vague che ha avuto grande fortuna a partire dall’inizio degli anni Novanta. E questo anche grazie al lavoro di economisti, quali Richard Florida, che hanno contribuito ad una potentissima narrazione dei processi di trasformazione delle città.

Questo Tour de force – che Semi fa con continui rimandi al dibattito internazionale – finisce, come detto, per planare in Italia. Non prima, però, di essersi soffermato ad esaminare chi sono i protagonisti di questa dinamica, chi, insomma, influenza e controlla città che sono growth machines: dai governi locali agli imprenditori immobiliari, dalle comunità alle famiglie. Persone ed interessi che, a vario titolo, spingono per un cambiamento che vada nel senso della riqualificazione del centro storico e di una sua trasformazione allineata ai dettami della gentrification. Ed è proprio conoscendo chi sono questi protagonisti che possiamo immaginarli all’opera nelle città italiane considerate nell’ultimo capitolo: Milano, Torino, Roma, Genova. Quattro città che hanno risposto, e stanno rispondendo, in maniera diversa alle spinte, culturali ed economiche, verso la gentrification.

È qui, quando tutto l’impianto teorico che Semi ci ha mostrato nel corso della prima parte del suo lavoro e le esperienze straniere toccano le nostre realtà metropolitane, che il termine presenta, in qualche modo, il conto: che valore ha la perdita di diversità legata all’omogeneizzazione che segue il fenomeno? Quanto il corto circuito tra interessi politici ed economici ha contato nelle scelte, o non scelte, fatte nelle nostre città? Quali misure debbono essere prese per evitare quel processo di ‘Disneyzzazione’ urbana evidenziato  nel sottotitolo? In che modo la narrativa della “città creativa” è utilizzata per favorire semplici interessi economici e sostenere operazioni immobiliari e creazione di Rent Gap? Sino a che punto è insomma una facciata dietro la quale nulla di vero si muove?

Sono domande alle quali porre grande attenzione. Se non altro perché ci obbligano a guardare, appunto, dietro questa facciata e a chiederci cosa ci sia veramente in ballo in questi processi: quali interessi, quali dinamiche, quali operatori. E, fatto questo, accompagnarli con strumenti di policy che ne evitino i pericoli maggiori. Ci si riferisce all’isomorfismo dei quartieri “gentrizzati”; all’espulsione dei ceti meno abbienti e alla connessa perdita di pluralismo urbano; all’aumentare della sperequazione tra i diversi luoghi della città. Alla creazione, in ultimo, di una pluralità di realtà all’interno della stessa metropoli. Con il problema, gravissimo, di essere tra loro incomunicabili.

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