L’occasione dei Consigli regionali. Un mio intervento sull’Unità

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Seppur con qualche fatica si delineano i tratti del punto di svolta di fronte al regionalismo italiano.

Oltre a quelli cui dedicano maggiore attenzione i media – quelli delle “macroregioni” e della riorganizzazione “post-provinciale” imposta dalla Legge Del Rio – ci sono altri profili, meno visibili, che direttamente toccano i parlamenti regionali. La modifica del Senato in approvazione – che con la formula dei consiglieri-senatori li immette, quasi fisicamente, sul proscenio nazionale – li obbliga a cambiare: ad alzarsi, insomma, “al livello” delle loro nuove responsabilità costituzionali.

Come? Innanzitutto rafforzando, in se stessi, le funzioni del nuovo Senato.

Penso, in primo luogo, alla valutazione delle politiche pubbliche e delle attività delle pubbliche amministrazioni prevista dal nuovo art. 55 Cost. Prassi consolidata in altre esperienze nazionali è, da noi, ancora merce troppo rara. Ed invece, nel Paese della “legge oscura” capitolo essenziale sarà proprio dotare tutti i parlamenti regionali di strumenti e criteri per valutare gli effetti delle leggi e delle politiche, capire come cambiarle e, in caso, suggerirne l’abolizione. Un passaggio che rafforzerà la cultura del risultato anche nell’amministrazione e porterà all’eliminazione di leggi che, a guardarle con serenità, troppo spesso servono oramai al solo “eternare” il nome dei loro proponenti.

Nella stessa direzione vanno i passaggi che il livello regionale dovrà fare per contribuire alla “verifica” dell’impatto delle politiche dell’Unione Europea sui territori, attribuita dallo stesso art. 55, al nuovo Senato delle Autonomie. Un’azione che potrà contribuire alla piena europeizzazione di regioni che sono già in prima linea nei rapporti con l’Unione per il ruolo svolto nella programmazione e nella gestione dei fondi comunitari.

Non c’è solo questo, però. Per Consigli regionali considerati, da troppi e da troppo tempo, inutili, questo innalzamento costituzionale è anche una straordinaria occasione politica di uscire dall’angolo. Serve però ambizione, se vogliamo coglierla sino in fondo. Proprio perché con la “centralizzazione” di alcune materie se ne profila un indebolimento sul piano legislativo ecco che ci vogliono assemblee “nuove”. Organismi che ascoltino con attenzione diversa interessi e saperi per portarli dentro le istituzioni. Parlamenti che indirizzino i lavori di Giunte asfissiate da un day by day amministrativo senza tregua e che, allo stesso tempo, ne controllino attuazione e trasparenza di gestione. Assemblee con “sguardo lungo”, che aiutino i loro territori a ridefinirsi in un momento in cui la competizione globale li tocca in forme mai così dirette.

Come farlo? Oltre alla necessità di accelerare sull’introduzione della funzione di valutazione e di verifica, penso alla prassi di sessioni dedicate a specifici obiettivi strategici per l’interesse regionale; all’efficientamento dei tempi di lavoro, adeguandoli a quelli ‘europei’; al rafforzamento dei raccordi tecnocratici con Camera e Senato; alla serietà con cui, in un tempo in cui la diplomazia economica è essenzialmente locale, va affrontato il tema delle alleanze con altre regioni del mondo. Altro potrebbe aggiungersi, ma è questo che chiedono le nuove norme costituzionali e l’aria del tempo ai parlamenti regionali. Sicuramente non l’attardarsi su schemi del passato.

Nuove regole costituzionali, raccordo stretto con l’Unione europea per i Fondi Strutturali 2014-2020, importanza dell’elemento territoriale nel discorso economico globale. È questo il “Mondo Nuovo” in cui si trovano oggi le Assemblee regionali. È qui che esse hanno una – per molti versi insperata – ennesima chance.

Che non va sprecata.

Questo articolo è stato pubblicato sull’Unità il 7 novembre 2015

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