Per innovare l’artigianato

S. Micelli, Fare è innovare: il nuovo lavoro artigiano, Il Mulino, Bologna, 2016, p. 121.

Stefano Micelli è parte di quella pattuglia di testa di persone impegnate a divulgare nel nostro Paese le nuove frontiere dell’economia e dell’innovazione. Se Riccardo Luna è il cantore dell’Agenda Digitale e dei suoi protagonisti, Luca de Biase l’interprete dei risvolti più articolati del cambiamento tecnologico,  Massimo Banzi ‘il’ testimonial per eccellenza di questo nuovo corso, Micelli ha un compito altrettanto importante: quello di sdoganare termini come makers, industria 4.0, FabLab nelle (e dalle) aule universitarie.

Il grande merito di questo gruppo – cui, ovviamente, andrebbero aggiunti diversi altri nomi, penso ad esempio a quello di Mirta Michilli e della Fondazione Mondo Digitale per il lavoro che sta facendo nelle scuole – è quello di stare progressivamente costruendo una nuova ‘narrazione’ imprenditoriale italiana: fatta di eccellenze e talenti spesso sconosciuti, di città sonnacchiose di cui si scoprono all’improvviso anime innovative e avanti al loro tempo, di imprese note nel mondo molto più che da noi. Un ruolo importante perché nell’era in cui “Average is Over” ci dicono che abbiamo tutte le possibilità per stare in una competizione sempre più serrata.

In questo scritto – che arriva dopo il fortunato “Futuro Artigiano” – Micelli prova a scendere nell’agone delle indicazioni di policy. Lo fa dopo aver contestualizzato la vague artigiana e averci fatto capire – esempi e numeri alla mano – che è un fenomeno che ci tocca: molto direttamente. Abbiamo, infatti, un vantaggio competitivo in un mondo fatto di consumatori che sempre più chiedono qualità e innovazione, storia dei prodotti e dei loro inventori, racconto del legame con il territorio. È un vantaggio che, però, ha bisogno di precisi passaggi se vuole essere pienamente colto: passaggi che vanno fatti dalle imprese e dal settore pubblico. Le prime debbono imparare a far conoscere meglio quello che fanno e come lo fanno. Usando il web e l’e-commerce ma, soprattutto, ‘contaminandosi’ con chi questi nuovi strumenti e questi nuovi linguaggi domina. È un’organizzazione a rete quella del futuro e ci si deve aprire alla collaborazione con le altre discipline: con quella del design, innanzitutto.

Quanto al settore pubblico il suo compito è chiaro: costruire un ecosistema per l’artigianato innovatore. Oltre alle cose che si dicono sempre – burocrazia, peso fiscale et similia – Micelli segnala tre aspetti su cui uno Stato che punti veramente sull’artigianato innovatore dovrebbe lavorare. Il primo è sul piano dell’istruzione. Bisogna uscire dall’illusione della necessità di produrre degli ‘analisti simbolici’ e far crescere, invece, nuovi talenti in questi settori di frontiera, far sì che la nuova attenzione che accompagna l’artigianato e il suo dialogo con l’innovazione trovi un riscontro nel sistema educativo del Paese. Il secondo punto è rendere più aperti i mercati del Mondo alle nostre imprese artigiane, fare in modo che anche le PMI italiane abbiano spazi di conquista, aiutarle a ‘cogliere l’attimo’ di una fase in cui si stanno creando nuovi spazi di protagonismo anche per realtà di piccole dimensioni sino ad oggi incapaci di affrontare l’export. Vi è, infine, un altro compito per il settore pubblico: quello di portare i mestieri artigiani al centro delle città. Per renderli visibili, per contribuire a farne capire la centralità culturale oltre che economica.

Sono solo alcuni tra i moltissimi spunti di un libro che, oltre a basarsi sulla letteratura italiana e straniera più recente, è ricco di suggestioni e di storie che fanno pensare. Anche a quali strumenti introdurre per promuovere quel dialogo tra imprenditori artigiani, creativi e innovatori che è il punto qualificante di un ecosistema che abbia l’ambizione di cambiare veramente le cose.

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