“Il fumetto del Lazio cresce. Lavoriamo perché sia un’eccellenza”. Parla Luca Raffaelli

Cominciamo oggi un focus sulle industrie creative di Roma e del Lazio. Ogni settimana una intervista ad un protagonista della scena creativa: un modo per conoscere meglio questo settore, le sue potenzialità, chi ci lavora. Ed anche per far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale, e le possibilità per l’amministrazione di aiutarne la crescita e lo sviluppo.

Incontriamo Luca Raffaelli, giornalista, saggista, scrittore, sceneggiatore, uno dei principali esperti di fumetti e animazione: a livello cittadino e nazionale. Lo andiamo a trovare nella sua casa romana, foderata di scaffali pieni di libri e, soprattutto, di fumetti.

Luca, a Roma nel Lazio c’è un fiorire di iniziative su fumetto e animazione – dal successo di Romics al Meeting dell’animazione di Civita di Bagnoregio a mostre e festival sparsi un po’ ovunque. A cosa si deve quest’attenzione? È una moda o c’è qualcosa che ci sfugge?

Sì, si può dire che in parte sia una moda. Che peraltro non dipende neppure tanto e solo dal fumetto. Iniziative come Lucca, Romics a Roma e Comicon a Napoli hanno un successo straordinario per l’atmosfera, il senso stesso della manifestazione, al di là del reale interesse delle migliaia di partecipanti per il tema in sé. Diciamo che ci sono una serie di elementi concorrenti. Ci sono settori che hanno oggi un grande riscontro giovanile, come il fenomeno degli youtuber o dei videogiochi. C’è stato l’allargamento del fumetto a un pubblico più vasto: basta pensare al fatto che oggi è approdato in libreria, staccandosi da un canale di distribuzione enorme ma al contempo ghettizzante come l’edicola. E poi non dimentichiamo che il fumetto è uno dei protagonisti di internet, insieme ai cartoni animati. Quindi possono avere un enorme successo manifestazioni come Romics, che ormai di fumetto vero e proprio concretamente ha ben poco (però si vede bene l’immagine dei supereroi sui manifesti pubblicitari) e può avere successo un appuntamento più di nicchia che ha per richiamo una mostra di Hugo Pratt, come è stata Arf!, o come il Meeting dell’animazione di Civita di Bagnoregio, che è più un incontro tra autori per parlare del loro mestiere, dei loro stili.

Un cambiamento culturale, quindi?

Direi proprio di sì. Il punto da cui partire è che il fumetto è un linguaggio oramai riconosciuto. La rete ha cambiato il mondo e ha cambiato anche quello del fumetto e le conseguenze sono state tantissime. Tra le prime è che il genere fumetto non è più considerato quello che era una volta. Un tempo c’era chi leggeva i fumetti, adesso la definizione “io sono un lettore di fumetti” non ha più senso perché attraverso internet ognuno legge fumetti, sceneggiature, vede film, video, cartoni animati. Il fumetto è, oramai, uno dei linguaggi della comunicazione e così è percepito dalle generazioni più giovani. Poi c’è un cambiamento d’immagine importante: oggi ci sono autori che hanno la stessa importanza dei loro personaggi. O anche di più.

In che senso?

Nel senso che tutto questo non accadeva al tempo di Crepax o di Pratt. Oggi un incontro con Zerocalcare ha tanto pubblico quanto un tempo ne poteva avere uno su Tex, forse anche di più. Gli autori, insomma, sono improvvisamente diventati i protagonisti del fumetto, e questo prima non accadeva, non era pensabile. Anzi, molto spesso si teneva nascosta la firma degli autori, il personaggio doveva quasi sembrare autonomo dal loro creatore. Quando ero piccolo e si andava a Lucca, spesso quando si incontrava un autore ci si diceva: “ma va, è fatto così?”. Lo si vedeva per la prima volta, oggi è davvero tutta un’altra cosa.

Ma a tutta questa attenzione corrisponde anche una maggiore dinamicità della produzione, con un’improvvisa esplosione di talenti creativi?

Direi proprio di sì. Il Lazio è in qualche modo protagonista di questa nuova situazione. C’è sicuramente la storia emblematica di Zerocalcare. Non solo un autore romano ma un autore che nasce in una situazione molto specifica come quella del Forte Prenestino. In parallelo, ci sono stati anche altri successi, e penso in particolare alla storia di Gipi, che pur essendo nato in Toscana, ha potuto raccontare i suoi primi fumetti sulle riviste della Coniglio editore che venivano pubblicate proprio a Roma. Oppure penso a Roberto Recchioni, oggi curatore di Dylan Dog, uno dei grandi nomi del fumetto italiano, che è romano e si è formato a Roma lavorando con un altro romano che non c’è più, Lorenzo Bartoli, pubblicando su Lanciostory e Skorpio due settimanali tradizionalmente romani. Penso, ancora, a Mauro Uzzeo, uscito dalla sua officina, penso a Gabriele Dell’Otto o Sara Pichelli, che da romani lavorano oramai stabilmente per le grandi case editrici statunitensi. Ma l’elenco potrebbe essere molto lungo e comprendere tutti gli autori che vengono inseriti nel libro Le eccellenze creative del Fumetto e dell’Illustrazione di Roma e del Lazio e nell’animazione. E forse, non basta, tant’è vero che ci sarà un secondo volume.

Editorialmente, il genere fumetto è sempre stato appannaggio produttivo e creativo del Nord Italia, quali sono le realtà qui più importanti?

Indubbiamente Milano, e la Bonelli in particolare, mantengono un ruolo di primo piano, Se Roma, dunque, non è mai stata la prima potenza del fumetto, ci sono qui oramai realtà editoriali importanti. Penso a esperienze come la Fandango con Coconino e le sue altre realtà editoriali, la Tunuè e poi l’Aurea Editoriale, che pubblica ancora Lanciostory e Skorpio, sono dei motori che fanno di Roma realmente una città del fumetto. Accanto a queste si sono create delle squadre di autori che hanno dato vita a luoghi dove i fumettisti creano e lavorano insieme. Ci sono, poi, due scuole molto importanti, la prima è la “Scuola Romana del Fumetto”, la seconda è la “Scuola Internazionale dei Comics”, che per altro sta anche immaginando la sua nuova sede come un centro culturale, con annessa una libreria specializzata: uno spazio che potrebbe diventare un luogo creativo della città.

Tu che gli autori li conosci e li frequenti, creativi che lavorano anche per il mercato estero, specie americano, che disegnano per Marvel e contribuiscono al successo di protagonisti come Batman, Superman, Spider Man, X.Men e altri ci puoi raccontare in che contesto creativo vivono? Si vedono, si frequentano, si scambiano idee e opinioni oppure vivono ciascuno per sé, chiusi nel proprio alveo produttivo, ambientale e sociale? Viaggiano? Per davvero o solo con la fantasia?

Sfatiamo un mito prima di tutto. A parte Pratt – che, come Bonvi, era un autore particolare, di quelli che appunto viaggiavano – di solito l’autore classico di fumetti era una figura che dal punto di vista della socialità era abbastanza malinconico. Stava da solo a casa a fare i fumetti e poi usciva per incontrare stancamente gli amici la sera. E aveva il tran tran quotidiano del disegno. La mutazione avvenuta nell’autore di fumetti – lo abbiamo già visto – è sostanziale. Quel che vedo è che questi autori sono più aperti. Viaggiano, vanno ai festival, stanno sempre attaccati ai social, che saranno anche, come dire…, delle forme maniacali di comunicazione ma rappresentano pur sempre un fattore di apertura della propria immagine, della propria personalità nel mondo, cosa un tempo impensabile.

A proposito, come si alimenta la capacità creativa?

Leggendo, viaggiando, guardando, partecipando, mi sembra piuttosto ovvio. Credo che la creatività sia inversamente proporzionale alla depressione. Più uno si apre al mondo è più ha possibilità… Poi, per carità, mesi di depressione possono anche portare a una creatività elevata… Molti scrittori l’hanno descritto, lo stesso Proust… Ma dipende anche dal percorso creativo di ciascuno. Ci sono anche fumetti intimisti, che descrivono le crisi personali, identitarie, le situazioni autobiografiche, cose che un tempo erano vietate: non esisteva che l’autore di fumetti parlasse di sé. Adesso è un continuo, qualcuno dice “pure troppo”. Ma perché poi? Lo si dice dei romanzi?

Come si forma una classe creativa? E a Roma e nel Lazio esiste?

Certo, ed è formata anche dalla forza di Roma e dalla capacità della nostra regione di creare delle comunità, dei luoghi di incontro. Senz’altro, a Roma e nel Lazio una “classe creativa” c’è, esiste.

Ritieni che le iniziative assunte dalla pubblica amministrazione – penso a Lazio Creativo, alla politica dei bandi pubblici, al sostegno alle manifestazioni – abbia contribuito a far crescere l’attenzione intorno a questo settore e a sviluppare nuove figure di fumettisti?

Ovviamente sì… E meno male che ci sono state delle amministrazioni che hanno riconosciuto l’importanza della creatività nella nostra regione e hanno dato visibilità anche al fumetto non limitandosi solo alle arti più presenti nelle pagine della cultura dei giornali. È stato bello vedere ad Angouleme gli stand delle manifestazioni del Lazio, segno di una presenza anche in un ambito internazionale molto importante. E poi, naturalmente, c’è la pubblicazione del già citato libro Le eccellenze creative del Fumetto dell’Illustrazione di Roma e del Lazio, edito dalla Regione e da Lazio Creativo, che dà risalto proprio alla grande creatività che si sta sviluppando in questo territorio.

Cosa pensi dovrebbe fare il settore pubblico a sostegno del fumetto?

Il settore va assolutamente sostenuto. Anzi, penso sia una vera e propria pazzia che non lo si faccia. Gli aiuti vengono forniti dallo Stato all’editoria, al cinema, per fortuna ora c’è la nuova legge, ma non c’è nessuno mai che si sia preso la briga di alzare la mano per dire “e il fumetto no?”. Eppure sappiamo che la crisi ha colpito duramente un settore che crea cultura e lavoro. E poi c’è un altro problema ancora.

Quale?

Penso che dal punto di vista dell’informazione, della didattica, su questi linguaggi si faccia pochissimo. Nelle scuole, per esempio. Spesso vengo chiamato personalmente da alcune scuole medie ed elementari a raccontare come si realizza un fumetto. Ragazzi e professori non ne hanno la minima idea di come nasca e si faccia. Nessuna. Tantomeno di un cartone animato. Ed è un piccolo, grande problema perché c’è una valenza pedagogica molto specifica. Vedi, il fumetto è un linguaggio che usa il disegno e la parola, per cui chi ne studia la grammatica si ritrova avvantaggiato nella comprensione di altri linguaggi: il cinema per esempio, la letteratura, le immagini dei manifesti pubblicitari. Non si capisce come una scuola come quella italiana possa pensare di avere degli alunni che sanno di matematica e algebra e poi non sanno decodificare i messaggi che ricevono di continuo, ogni giorno dai più diversi mezzi di comunicazione. Ecco, mi sembra che questo sia un discorso ampiamente sottovalutato. Ed è abbastanza sconcertante in un mondo che invia messaggi in continuazione notare questa incapacità di leggere i diversi linguaggi della comunicazione.

A quali realtà internazionali, a quali città ed esperienze dovrebbero guardare Roma e il Lazio per prendere idee, spunti o anche solo da emulare?

Una realtà c’è ed è quella di Angouleme in Francia. Lì c’è tutto quel che uno come me potrebbe desiderare: il più grande festival europeo (anche se Lucca sta là là); un museo del fumetto di grande livello con una sezione espositiva permanente con sedi distaccate dove si fanno mostre; una serie di studi che usufruiscono del contributo dello Stato e di detassazioni e vantaggi fiscali, per realizzare fumetti, cartoni animati, produzioni cinematografiche di vario tipo. E, naturalmente, scuole che creano i professionisti del futuro.

E in Italia?

In Italia tutto questo non c’è. Neanche ci si avvicina. Le scuole non hanno minimamente idea di cosa potranno fare gli studenti perché non c’è nessuna preparazione specifica agli step successivi. Recentemente sono stato alla manifestazione sul cartone animato organizzata dalla comunità europea a Tolosa e i progetti presentati dai francesi erano circa sessanta, trenta quelli degli inglesi. Sai quanti progetti ha presentato l’Italia? Uno. I progetti francesi erano ovviamente quelli che avevano il maggiore interesse di broadcasters e coproduttori, mentre il progetto italiano – già solo per il fatto di essere italiano – aveva pochissime attenzioni e presenze. Questa è la realtà.

Qual è il significato di tutto ciò?

Significa che saranno naturalmente pochissimi i disegnatori, gli animatori italiani, i realizzatori di storie che avranno un domani il lavoro. Se non ci sono produzioni di cartoni animati, che lavoro potranno mai avere? E poi le produzioni della Rai dove verranno realizzate? Quali sono i produttori italiani che si possono permettere degli studi di animazione in Italia? Spediranno le loro proposte in Corea del Nord, spediranno il lavoro in India, in Cina. Così è, questo è lo stato dell’arte. Tutto questo mentre in Francia continuano a godere di un aiuto dello Stato, un’attenzione che da noi manca totalmente. Come se si trattasse di un’operazione a perdere e intanto la Francia sta invece diventando ricca. Ci vende tutti i suoi cartoni animati. Noi siamo obbligati a comprare i cartoni animati francesi o a creare con loro delle coproduzioni. E loro vendono invece i cartoni animati in tutto il mondo, fanno merchandising, sviluppano lavoro e ricchezza. Noi stiamo a guardare.

Di chi è la principale responsabilità?

Della Rai sicuramente, ma certo anche tutto il resto dell’organizzazione dello Stato non è all’altezza, non aiuta. In questo senso il Lazio avrebbe la possibilità di diventare una regione guida: ci sono le occasioni, le scuole, c’è la creatività, ci sono le persone, i produttori. Tutta una serie di disponibilità e condizioni per cui davvero nel Lazio si potrebbe creare tutta questa ricchezza, tutto questo futuro.

Indica tre luoghi emblematici della creatività romana?

Una, come detto, è senz’altro il Forte Prenestino. Non v’è dubbio. Un altro è La Pelanda, perché lì abbiamo assistito finalmente a delle belle mostre, abbiamo avuto modo di vedere Sergio Staino, Hugo Pratt e con essa la realizzazione della seconda edizione di Arf!. L’altro è via Guido Reni con Outdoor, dove per altro il fumetto è stato inserito all’interno di discorsi di “altra arte”. E questa è una cosa fondamentale, che va fatta: inserire il discorso del cinema di animazione e del fumetto che incontrano le altre arti è straordinario. Questo avviene già automaticamente, ma se qualche altro creativo o amministratore pubblico si accorge della potenza che ha il fumetto unito a alla grande arte e alla possibilità di giocare con forme di linguaggi o come la street art allora potremmo aver proprio anche delle città migliori.

Immagina una Roma o un Lazio creativi. Tre cose che ti vengono in mente da fare.

In positivo c’è, come sempre, la forza e il coraggio delle persone che vivono nella nostra regione che stanno portando avanti lavori straordinari e che vanno ben al di là degli aiuti che lo Stato dà per poterli realizzare. Penso a quanti, per esempio, organizzano le attività del Forte Prenestino oppure a quelli dell’Arf!, che hanno messo in piedi una manifestazione di ottimo livello sulla base del solo personale entusiasmo. Penso poi a tutti gli editori che in questi ultimi tempi stanno lottando con grandi difficoltà economiche e distributive. E penso a tutti gli autori che stanno cercando una propria strada, anche al di là delle lusinghe dei grandi editori, cercando di proporre un lavoro nel campo del fumetto di tipo personale e artistico, lonano dal vortice della serialità: talenti come Lorenzo Ceccotti e Giacomo Bevilacqua, per citarne solo due. Dall’altra parte, di buono c’è che finalmente ci sono state delle amministrazioni che si sono accorte che certe cose bisogna cominciare a farle, hanno rotto il ghiaccio affinché finalmente ci possa essere una visione positiva anche del futuro. La terza è un luogo di esposizione dell’eccellenza del fumetto. Del tipo di quella che c’è ad Angouleme. Sarebbe un modo di celebrare tutta questa creatività nel fumetto che c’è a Roma. E di aiutare a tirar fuori tutte le sue potenzialità.

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