“Noi riattiviamo spazi urbani”. Intervista ai creativi di NUfactory

Seconda puntata del focus sulle industrie creative di Roma e del Lazio. Ogni settimana una intervista a un protagonista della scena creativa: un modo per conoscere meglio questo settore, le sue potenzialità, chi ci lavora. E far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale, e le possibilità per l’amministrazione di aiutarne crescita e sviluppo.

Varcare il cancello dell’ex Caserma di via Guido Reni a Roma, proprio di fronte al Maxxi, è entrare in un’altra dimensione. Storica e architettonica, prima di tutto, tra archeologia industriale e industria bellica. Ma, soprattutto, culturale. Si apre, infatti, un luogo suggestivo e magico che, grazie agli interventi artistici racchiusi nei capannoni del quartier generale di Outdoor Festival, è diventato uno spazio della fantasia romana. Ed è qui che incontriamo Antonella Di Lullo e Francesco Dobrovich, dell’Agenzia NUfactory, che promuove da anni la manifestazione.

Outdoor è giunto al settimo anno ma NUfactory nasce nel 2009 ed è un po’ più anziana. Come entra nelle vostre attività? Potete tracciare un breve excursus di questi anni?

FD: In effetti tutto ha inizio il 29 aprile 2006 quando organizziamo all’ex Angelo Mai di via degli Zingari, rione Monti, una serata in cui arte visiva e musica possano dialogare. Volevamo creare un nuovo pubblico, attento alla contaminazione tra i due generi.

E da quel momento cos’è accaduto?

Sono stati anni intensi. Per due, tre anni abbiamo vissuto come in un limbo. Eravamo una sorta di crew, un collettivo di persone appassionate di musica e arti visive, mix insolito per Roma. Poi nel 2008 siamo diventati Associazione culturale e l’anno dopo abbiamo realizzato RAM09, acronimo di Roma Arte Musica, ma per noi, ovviamente, anche di “Memoria a breve termine”. Per dieci mesi raccontammo dieci scene musicali della città attraverso una documentazione fotografica e pittorica. Per ogni scena – hip hop, reggae, elettronica – associammo due creativi visivi, un pittore e un fotografo, per poi raccontarla in chiave concettuale e giornalistica. Con una grande mostra al Teatro Palladium. Fu il nostro primo passo e subito dopo, nel 2010, è nato Outdoor. Prima all’Ostiense, poi alla Dogana Vecchia ed ora all’ex Caserma di via Guido Reni. Nel mezzo, una realizzazione a cui teniamo molto: nel 2011 abbiamo realizzato alla Garbatella il primo intervento in Italia di Street Art su edilizia residenziale con poster su carta. Si è trattato di un modo volutamente effimero e meno invasivo di fare arte urbana, che ebbe grande risonanza e finanziato in crowdfunding.

Tutto questo in quanti lo avete realizzato?

FD: Siamo partiti in due, facendo tutto e di più, poi abbiamo aperto a figure professionali complementari alle nostre, profili più tecnici che ci hanno permesso di ampliare il nostro punto di vista. Finalmente nel 2011 è arrivata anche Antonella con tutto il suo expertise di curatrice. Oggi siamo in nove, ma quando c’è il Festival lo staff diventa di quindici persone.

Ostiense, Dogana ex Caserma di via Guido Reni, luoghi romani dell’archeologia industriale recuperati con l’arte. Sono tre tappe di un percorso?

ADL: Sicuramente. Questi tre passaggi segnano quella che io vedo come l’evoluzione del Festival. Un’evoluzione che potremmo sintetizzare così: dalla Street Art all’arte contemporanea.

FD: Tu parli di recupero di spazi industriali. È vero. Noi però definiamo i nostri interventi operazioni di “riattivazione” più che riuso o recupero. Quel che ci interessa, con Outdoor, è riattivare in questi spazi dinamiche di socializzazione andate perse. Passa da qui uno sviluppo della città che alla fine è anche impresa. Ed è proprio perché riattiviamo spazi che penso che se fossimo sempre nello stesso luogo forse il nostro Festival non avrebbe la stessa forza. In questo senso mi piace pensare che siamo attori di un processo che viene da più lontano. Proprio pochi giorni fa guardavo un documentario di Virzì dei primi anni Novanta sull’utilizzo dei Centri sociali a Roma e mi sono molto ritrovato in quel modo di riutilizzare spazi in disuso. Sappiamo che poi per ridarli alla città e permettere ai giovani “di trovare uno svago diverso e più profondo rispetto a quello che la società commerciale e il mainstream offre” ne correva.

Quanti sono gli artisti che hanno ruotato intorno ad Outdoor in questi anni?

FD: Direi che sono oltre una trentina. Si va da Stern & Lex ad Alice Pasquini, No Idea, Quit Ensamble, JB Rock, Rub Kandy, Felipe Pantone, da Krink a C215, per citarne solo alcuni.

E quali saranno i prossimi passi di Outdoor?

ADL: Mai come oggi ci sentiamo così europei. E penso che la strada da seguire sia quella di rafforzare sempre più la dimensione internazionale che già ci caratterizza. Andare oltre confine, invitare degli artisti a partecipare ad Outdoor, produrre le loro opere ha due facce: la possibilità di dare loro degli stimoli che riguardano Roma e la sua scena creativa e offrire un’esperienza “aperta” che metta in contatto il pubblico con culture e creatività di diversi Paesi.

FD: Uno degli obiettivi di Outdoor è inserire Roma nel circuito delle culture metropolitane. In questo senso credo che il Festival abbia occupato uno spazio. O riempito un vuoto. Ed è anche per questo che oggi è un punto di riferimento per la città e la scena che la anima.

In un’ottica internazionale, dal vostro punto di vista come vedete oggi la scena creativa in città?

FD: A Roma c’è una classe di creativi molto forte ma è per molta parte underground, non compresa. C’è tanta creatività che in altre parti emerge, diventa parte della cultura cittadina e da noi no. E i risultati si vedono, anche nel giorno per giorno.

In che senso?

FD: Pensiamo, ad esempio, a quanto Roma difetta in comunicazione in ambito visivo. Io sono convinto che una cosa semplice come cambiare il nome alla Roma-Lido, chiamandola Metro D, porterebbe ad un raddoppio delle persone che la usano. Ma pensiamo anche alla segnaletica insufficiente nei passaggi tra ferrovia e Metro, alle banchine dei bus che non segnalano il minutaggio di arrivo dei mezzi; alle hall dei Municipi in cui ci sono ancora pannelli attaccati con lo scotch, scritti a penna e anche con errori. Se per proporre soluzioni le istituzioni di Roma riuscissero a utilizzare pienamente la classe creativa della città – quella giovane, emergente, fresca, della Roma che viaggia, fa i confronti e sa quali sono i difetti della propria città – penso risaliremmo in tutte le classifiche internazionali per qualità della vita.

Un settore pubblico con un atteggiamento diverso nei confronti della creatività, insomma, sarebbe essenziale…

FD: Sicuramente. E penso che qualche passo concreto in questo senso si veda. C’è un percorso di riconoscimento delle discipline creative moderne, negli ultimi due anni sono usciti un paio di bandi interessanti. È un inizio che va nella giusta direzione e si deve continuare su questa strada. Ci piacerebbero bandi aperti alle competenze e alle idee che ci sono: qui e nel mondo. E vorremmo un’amministrazione capace di facilitare le cose dal lato amministrativo: rendere più agevole il rilascio dei permessi per i festival, con una politica degli spazi attenta alle creatività e alla cultura. E poi vorremmo amministratori abituati a viaggiare, che conoscano le scene creative europee, che siano pronti ad imitare quello che accade fuori di qui. Semplicemente perché Roma non deve misurarsi con le altre città italiane, ma con Londra, Parigi, Madrid, Berlino.

Quindi importare idee e metterle in pratica?

FD: Certo, è questa la strada da percorrere. Noi collaboriamo con tanti partner e già cogliamo idee. Una, ad esempio, mi è piaciuta molto. Viene dalla Norvegia, un milione di 4 milioni di abitanti, poco meno del Lazio. Hanno creato Music Norway, un’agenzia con un budget annuale, con un ufficio che si occupa della promozione di artisti, musicisti norvegesi all’estero. Mi sono detto che sarebbe un’idea che avrebbe un senso anche qui da noi, una strada interessante anche per la scena musicale e creativa di questa regione. Ma le idee in parte esistono già. Mi piacerebbe un Torno subito! degli operatori culturali (si tratta del bando promosso dalla Regione Lazio per finanziare corsi di formazione all’estero per studenti o laureati tra i 18 e i 35 anni, ndr) . Potremmo fare degli scambi molto utili. Formare meglio il nostro personale, farlo viaggiare e accogliere altrettante competenze da fuori.

E in che modo la creatività può aiutare questo processo?

FD: Penso che questa città, questa Regione abbiano bisogno di un processo trasformativo. Nella cultura, nel rapporto tra pubblico e privato, nel modo di vedersi nella competizione internazionale. E penso che l’arte abbia un ruolo importante in tutto ciò. Sono convinto che con Outdoor noi comunichiamo il cambiamento. E lo comunichiamo alla città. Le persone sanno ormai che a via Guido Reni c’è un progetto di riqualificazione urbana. Oggi ad Outdoor vengono anche le famiglie tradizionali, non solo quelle giovani. La prima domenica di questa settima edizione abbiamo avuto 1.122 ingressi. L’edizione del 2015 ha visto 41.000 presenze in 18 fine settimana. E alle edizioni precedenti hanno partecipato decine di migliaia di persone. Una grande attenzione della stampa nazionale e internazionale. Sono numeri che raccontano di una manifestazione che ha segnalato un percorso di cambiamento possibile. Oltre ad essere stata, nel proprio piccolo, un volano di economia. E un pezzo di economia della cultura.

Outdoor è diventato uno spazio di creatività della città. Uno spazio itinerante ma forse anche per questo più emblematico di una realtà policentrica come la città. Ecco, in questa toponomastica cittadina, quali sono i luoghi della creatività romana?

ADL: Quelli dove accadono cose… Quando eravamo giovanissimi i luoghi di aggregazione erano i Centri sociali perché lì c’era modo di vedere una novità, una scena nuova, un underground. Sono convinta che sia proprio da quelle esperienze che è nato molto di ciò che oggi fanno i creativi.

FD: In questo panorama di creatività underground penso che dobbiamo guardare a luoghi e spazi piccoli. C’è il Kino per il cinema, il Monk per la musica indie, c’è il Pigneto come quartiere e luogo di aggregazione, cosa che Trastevere non è ormai più, trasformato com’è in un quartiere tutto turistico. Poi lo sono, forse, ancora le università. Come creatività adulta lo è il MAXXI. Oltre c’è il vuoto. E purtroppo non mi sembra svolgano questa funzione i luoghi che sarebbero deputati ad esserlo. Penso, ad esempio, al MACRO di Testaccio che non è riuscito mai a decollare e divenire punto di riferimento. Manca il “104” di Parigi a Roma, centro d’arte e di rinnovamento culturale. O un luogo come “La Gaite Lyrique”, un affascinante tempio della cultura digitale nell’edificio del vecchio e omonimo teatro, sempre a Parigi. Poi, certo, ci sono delle grandi istituzioni di creatività, arte contemporanea, spettacoli contemporanei, ma non mi sembra che ci sia un tessuto diffuso di creatività. Quello che abbiamo in testa noi, per intenderci.

Chiudiamo guardando al futuro. Immaginate una Roma e un Lazio creativi. Tre priorità, tre cose da fare che vi vengono in mente.

FD: La prima cosa che mi viene in mente è una fiera di incontro tra domanda e offerta. Una Fiera di settore. Non Maker Faire, dove vai a vedere i robot e dove ci va pure mia madre. Una Fiera che si occupi di chi i robot li fa e di chi li può comprare. Poi, l’ho già detto, mi piacerebbe una città che desse spazio alla creatività nella sua comunicazione, che trasformasse i suoi strumenti in mezzi dinamici, che hanno un valore. Che comunicano uno spirito di città. Ad esempio, quale messaggio di città e di regione potrebbero dare i mezzi ATAC e Cotral se fossero utilizzati per comunicare bene? Ma per fare tutto questo ci vuole una scelta di campo, la più importante. Ed è quella di aprire le porte, fare bandi per la comunicazione nelle strutture pubbliche dedicate a realtà giovani della comunicazione e della creatività locale. Per fare entrare la creatività nel “Palazzo”, insomma

Un’ultima curiosità: perché NUfactory? Da dove viene questo nome?

F: Ci piaceva un disco che si chiamava così. Era una compilation del 2000. Tutto qui.

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