“Piccola e media editoria, fucina di talenti per il grande mercato”. Parla Daniele di Gennaro (minimum fax)

Quarta puntata del focus sulle industrie creative di Roma e del Lazio. Ogni settimana una intervista a un protagonista della scena creativa: un modo per conoscere meglio questo settore, le sue potenzialità, chi ci lavora. E far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale, e le possibilità per l’amministrazione di aiutarne crescita e sviluppo.

«Una cosa che manca in Italia, e che Roma potrebbe accogliere negli atenei, è aiutare a diffondere la cultura e la conoscenza delle case editrici, raccontare cosa sono e cosa fanno. L’esperienza delle University Press all’estero, da questo punto di vista è fondamentale. Sono fucine della conoscenza dei tanti mestieri intrecciati e legati all’editoria e che sono gestite dagli studenti in prima persona. Un metodo per raccontare il lavoro editoriale e artigianale». Classe ’67, Daniele di Gennaro è l’ideatore e fondatore di minimum fax, piccola, grande casa editrice che ha la sua sede nel cuore del quartiere Flaminio a Roma, appena fuori le mura, oltre la porta di piazza del Popolo. Nata nel 1994, oggi ha un catalogo di quasi 900 titoli, e in questa affermazione del suo titolare c’è tutta la passione per un lavoro che è e resta artigiano, al di là delle grandi concentrazioni che stringono d’assedio il settore.

Daniele, da studente di giurisprudenza “riluttante” ai codici e ai testi di diritto visti come un “Comma profondo”, a scoprirti lettore forte “in forma collettiva” fino a fondare, con Marco Cassini, l’editrice minimum fax. Cosa ti ha spinto a intraprendere una simile avventura?

Ho sempre avuto un rapporto di fascinazione per il suono delle parole e per la musica, anche se in realtà devo a mio padre la passione per i libri. Sono nato in una casa piena di libri d’ogni genere ed è un ecosistema che ti fa nuotare in un’acqua amica, dove c’è fiducia. Il rapporto fiduciario della lettura è lo stesso della voce di chi ti racconta una fiaba. Fai spazio dentro di te, accogli le storie e vivi tante vite. Cresci nella vita tua, grazie anche alle storie delle vite degli altri.

Ma la strada dell’editoria chi l’ha poi spalancata?

Quando siamo partiti, il fattore incoscienza è stato sicuramente decisivo. Forse se avessi fatto studi in Lettere non mi sarei mai permesso di fare l’editore a vent’anni. Perché il rispetto sacrale che si ha per i libri in certi contesti è di fatto paralizzante. La cultura scritta con la C maiuscola è in definitiva un’esperienza punitiva. In Italia la conoscenza è un giogo, un pedaggio. Ci hanno sempre detto “leggi, se no resti ignorante”, quindi il peccato originale del non aver letto, specie in tenera età, va sempre smacchiato. Prima di cominciare l’avventura della casa editrice, nel 1992, avevamo dato vita a una rivista che si chiamava appunto minimum fax, ed era “la prima rivista letteraria via fax”. Dieci fogli formato A4 spediti sulla rotative domestiche degli abbonati per via telefonica.

Quasi una fanzine…

Una fanzine, nata – come disse Umberto Eco nel corso di un’intervista – «per eccesso di editoria». Un samizdat per sovrappiù, mentre quelli veri venivano diffusi in Unione Sovietica “per difetto” di editoria e libertà. Fu la sua benedizione, contenuta in un numero speciale che realizzammo per il Salone di Torino. In quella rivista c’era tutto: l’impaginazione, la grafica, la correzione di bozze, la traduzione, l’acquisizione dei diritti, il rapporto con il lettore. Fu per noi una palestra. Per poi conoscere, due anni dopo, quello che sarebbe stato il primo libro dei quasi 900 attuali.

Quali sono stati i passi di avvicinamento e quali i punti di svolta di quest’avventura?

Abbiamo avuto la fortuna di cavalcare un periodo storico in cui il mestiere dell’editore stava cambiando. Siamo a cavallo degli anni Novanta e crollava il muro d’intransitività tra editore e lettore, proprio per questa capacità di comunicare con i lettori, che si manifestavano già sul fax con consigli, critiche, indicazioni. L’editore è un’attività che si condensa nella capacità di ascoltare. Il suo privilegio è di esser circondato sempre da persone più brave di lui. Persone super competenti, di cui saper cogliere i consigli dando loro i giusti spazi. Per generare un moltiplicatore di stimoli e costruire squadre. È tutta qui la sua intelligenza. Questo gioco è un mestiere che gestisce una quindicina di altri mestieri, tutti legati sul tempo. E non viene raccontato mai abbastanza. Alcuni pensano che siamo tipografi, che in realtà sono professionisti a cui ci rivolgiamo per la finalizzazione concreta del nostro lavoro.

Tu come lo racconteresti?

Divulgando e replicando l’esperienza delle University Press all’estero. È fondamentale. Sono fucine della conoscenza dei tanti mestieri intrecciati e legati all’editoria, gestite dagli studenti in prima persona. Sono case editrici che stanno sul mercato, che fanno libri meravigliosi di cinema, di musica, saggi, che danno filo da torcere alle grandi case editrici, fatte direttamente da studenti che hanno la propria casa editrice dentro l’università. Qui imparano le connessioni, a conoscere il mercato, a capire cosa sono i numeri in editoria, economici e produttivi. Da domani, sarei disposto ad andare a insegnare o a cogestire delle University Press per diffondere l’idea della qualità del libro. Se ci fosse un’idea diffusa della buona editoria e del lavoro editoriale accessibile agli studenti più virtuosi, sicuramente si comprerebbero più libri, si premierebbero le case editrici migliori e avremmo un motore di selezione di editor, traduttori, impaginatori, promotori e direttori commerciali capaci perché l’hanno fatto sin dall’età dei vent’anni.

Anche in Italia ci sono le editrici universitarie, qual è la differenza?

Le University Press italiane sono cose molto diverse. Sono dei marchi editoriali per pubblicare i libri dei professori che, a loro volta, prendono il diritto d’autore e accumulano titoli per pubblicazioni e curricula accademici. Nelle università straniere nascono invece libri fantastici. Noi spesso attingiamo dalla Michigan University Press o dalla NYU University Press libri formidabili, che vendono copie e rivendono pure i loro diritti all’estero. Sai che soddisfazione per un ragazzo di vent’anni poter fare un’esperienza del genere…

Torniamo alle origini, qual è stato il vostro tratto distintivo?

Nel periodo in cui siamo nati nessuno pubblicava racconti, nessuno pubblicava le poesie, per esempio, di Bukowski. È stata pubblicata tutta la narrativa, mai le poesie. Noi l’abbiamo fatto, abbiamo pubblicato anche l’opera omnia di Raymond Carver e tanti racconti e il genere ha cominciato ad andare. La contemporaneità i giovani la sentono molto di più e quindi è importante avere degli editor e degli scout di varie generazioni, se no uno si ferma. Quel tipo d’antenne noi le abbiamo avute e abbiamo avuto anche un po’ di fortuna. Abbiamo pubblicato le interviste sulla scrittura della Paris Review (Writers at work) e in quel periodo nascevano i corsi di scrittura, abbiamo editato Scrivere è un tic di Francesco Piccolo, nostro primo libro che viene tuttora ristampato. Abbiamo avuto anche intuizioni assolutamente casuali, perché mentirei se dicessi che già sapevo tutto il percorso che avremmo compiuto. L’editore fa molte deviazioni, cerca di imparare dagli altri, ha una personalità che si evolve.

Il mondo della piccola e media editoria a Roma, e non solo qui, è ampio. Anche se ciascuno ha le sue caratteristiche e la propria nicchia di lettura, non avete mai temuto di poter essere l’ennesima voce a spartirsi lo spicchio di una già risicata fetta del mercato?

Ci vuole anche un po’ di irriverenza e di incoscienza. L’essere senza soldi, senza capitali iniziali ci ha forse persino aiutato, perché non avevamo niente da perdere. Abbiamo dovuto sostenere questo percorso altrimenti la mortalità infantile della case editrici, purtroppo alta, ci avrebbe inghiottiti. Il problema della media e piccola editoria abbastanza creativa capace di ricerca è di essere anche piccola e media borghesia. Non essere né grandi industriali – con la cultura del management – né avere la capacità di sacrificio d’un operaio. Noi siamo in quella terra di mezzo in cui, se cresci, rischi di non reggere l’urto oppure, se arriva una grossa crisi, rischi di non avere abbastanza stomaco per reggerla. Ma siamo delle aziende e dobbiamo far quadrare dei conti che sono difficilissimi in un periodo in cui il grosso mercato è molto aggressivo, ci sono enormi problemi di posizione dominante dei grandi editori. Ci troviamo in una situazione in cui chi possiede tutta la filiera guadagna sia dalla distribuzione, sia dalle librerie, dalle tipografie, dalle case editrici. Abbiamo a che fare con un mercato abbastanza anomalo che mette a repentaglio soprattutto le librerie e gli editori indipendenti che non hanno i moltiplicatori e i costi marginali che muovono il mercato con i capitali.

Sono i problemi della cultura che si fa impresa…

Sì, c’è un problema d’impresa culturale non riconosciuta, di rating, di rapporti con il credito. Diciamo che non è ancora maturata una cultura dell’editoria intesa come editoria di contenuto.

Per queste caratteristiche, minimum fax poteva nascere solo a Roma?

Su Roma si possono dire tantissime cose in ottica disfunzionale, specie in questo periodo, ma Roma ci ha dato comunque un vantaggio enorme. È una città straricca di possibilità. Poter andare a vedere le presentazioni dove si incontravano gli scrittori, poter avvicinarli, parlarci, organizzare appuntamenti successivi e poi anche corsi di scrittura con tutti quelli che vivevano in città, ottenere degli inediti… Roma concentra cinema, telegiornali, giornali redazioni romane di giornali del nord, una dimensione di prossimità con tanti mondi.

Oggi minimum fax è anche una realtà complessa: una serie di collane, autori classici e firme nuove e giovani, una rete di associazioni culturali e di lettura, produzione teatrale, concerti, festival, corsi di scrittura, produzione cine-tv, una libreria nel cuore di Trastevere, attività che ne fanno anche una realtà multimediale. A cosa si deve questa scelta?

Sì, minimum fax è cresciuta ad un certo punto perché ha fatto reading-concerto tratti dai romanzi. Abbiamo appena finito di girare un film tratto da La guerra dei cafoni di Carlo D’Amicis, da noi edito, con minimum fax media, la società che produce audiovisivo. Il libro è stato reading-concerto con Sergio Rubini e poi con Conte e Barletti è stata realizzata la regia cinematografica. Si tratta di un contenuto editoriale con sfruttamenti diversi. Tuttavia, alla fine, l’editoria resta un mestiere abbastanza pericoloso…

Ma pur sempre centrale…

Certo, l’editoria è un fenomeno di osservazione delle scritture e la migliore scrittura è alla base anche del miglior teatro, del miglior cinema, della migliore letteratura, della migliore formazione. La scrittura è qualcosa che va molto al di là della letteratura stessa. Ce ne accorgiamo nella vita di tutti i giorni: la cura nella scrittura genera la migliore politica probabilmente, e se si sapessero scrivere le leggi… È un tema molto più ampio. Le scritture sono un qualcosa che rimane, hanno animato le religioni, vanno al di là dell’entertainment anche intellettuale più sofisticato. La scrittura avvicina una persona a un’altra.

Da dopo l’estate il mondo dell’editoria non è più lo stesso. Torino con il Salone e adesso Milano con Tempo di libri si contendono il mercato fieristico. Roma, con Più libri, più liberi e con Libri come, che ruolo avrà in questa dinamica? Può diventare il “terzo polo” della piccola e media editoria?

La piccola e media editoria ha generato così tanti scrittori importanti che oggi fanno la fortuna della grandi case editrici, se tu seghi il fusto della pianta alla base non giovi a nessuno. Sì, penso che Roma ce l’abbia questa forza.

Torniamo al business. Cosa sta cambiando nell’editoria romana e laziale, cosa vedi?

Più libri, più liberi e Libri come sono nate da poco e funzionano straordinariamente. Finché manterranno queste sedi continueranno ad essere quel che sono. Temo enormemente lo spostamento eventuale di Più Libri, più liberi a Fiera2. Perché è un non-luogo, molto poco attrattivo. C’è qualcosa che non va e non funziona lì. Sono stato recentemente al Romics e se pur di recente fabbricazione quella sede è già tutta arrugginita, pareti prive di colore, non so se per via di materiali scadenti, si respira un’aria sciatta, di abbandono. Il Palazzo dei Congressi all’Eur continua ad avere invece una sua appetibilità e l’affezione del pubblico al luogo della manifestazione è consolidata.

Com’è il rapporto tra editori piccoli e medi della città? Che tipo di collaborazioni ci sono tra voi e quali potrebbero esserci semmai?

Sulla legge sullo sconto c’è stato un bellissimo lavoro comune di tanti editori indipendenti. Così come sul caso del Salone di Torino. La crisi ha portato una nuova solidarietà tra editori indipendenti. Prima c’era più diffidenza, adesso c’è solidarietà strategica e intelligente. L’unione delle forze non guasta mai. Bisogna ora vedere se non cambieranno le regole, certe percentuali: la politica sugli sconti delle major è devastante. Lo sconto all’estero è vietato oppure non va oltre il 5% mentre qui è ben oltre le grandi promozioni. Qualcosa che va oltre la realtà: bisogna lavorare per vendere, non puoi svendere. Bisogna vedere se questo parlarsi tra indipendenti porterà ad aiutarsi molto di più, a gruppi d’acquisto comuni, o addirittura a una distribuzione comune. Ci saranno delle evoluzioni, di sicuro ci si parla e ascolta molto. E ciò è un bene.

Di cosa avrebbe bisogno il mercato editoriale in una città come Roma?

Di aiuti fiscali per le imprese culturali, per le attività che non generano utile ma fanno ricerca. Aiuti fiscali o sugli affitti soprattutto per i librai indipendenti. In dieci anni in Italia hanno chiuso più di mille librerie e Roma ha visto sparire Croce, Bibli… C’è stato un periodo in cui a Roma le librerie indipendenti hanno fatto la cultura e l’educazione al posto delle famiglie o delle scuole, sono state un formidabile ammortizzatore culturale. Qualsiasi cosa si possa fare soprattutto per i librai indipendenti ben venga, è cosa giusta e ben fatta. Aiutarli su qualsiasi fronte. Aiuto agli editori per le traduzioni, ma già la Regione Lazio fa moltissimo in questa direzione. Poi all’Assessorato alla cultura c’è una scrittrice come Lidia Ravera, che ha una grande sensibilità in materia. Sempre lei, con il Festival della letteratura breve a Tarquinia, ha fatto un capolavoro. Il Fleb è stato davvero una cosa incredibile, Tarquinia è meravigliosa e tanta gente l’ha scoperta. Sono azioni fondamentali. Il supporto agli editori e soprattutto alle librerie indipendenti è qualcosa di vitale per il sistema.

L’autore pubblicato a cui siete più affezionati? Quello che ritieni più rappresentativo della vostra casa editrice, per immagine e contenuti?

Domanda durissima per chi vede nascere i libri solo se ci crede fino in fondo….

Il più importante è stato di sicuro Raymond Carver con Da dove sto chiamando e tutti i libri della collana I libri di Carver. Ma c’è anche l’opera omnia poetica di Bukowski. le poesie di Ferlinghetti. E poi Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace – nel mondo il suo primo libro in assoluto tradotto fuori dagli Usa – fra gli altri suoi e nostri titoli. Acqua in Bocca di Camilleri/Lucarelli, romanzo epistolare con protagonisti Montalbano e Grazia Negro, nato dal documentario tv andato su RaiTre “A quattro mani”, primo in classifica per 11 settimane nel 2010 e oltre 300mila copie vendute. E poi Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, premio Pulitzer 2011. La lunga serie sul Jazz partita nel 1997, da Come se avessi le ali di Chet Baker, con le autobiografie di Miles Davis e dei più grandi fino all’autobiografia di Herbie Hancock. C’è l’enorme investimento umano e professionale fatto sulla collana di narrativa italiana Nichel diretta da Nicola Lagioia, oggi nuovo direttore artistico del Salone del Libro di Torino, costretto a degli highlights segnalo: Quando eravamo prede di Carlo D’Amicis con tutti i suoi romanzi, Il tempo materiale di Giorgio Vasta, Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci, Mosca più balena di Valeria Parrella, L’invenzione della madre di Marco Peano, Il silenzio del lottatore di Rossella Milone, Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti. Infine il Premio Strega nelle ultime tre edizioni: Francesco Piccolo e Nicola Lagioia hanno esordito con noi, sono stati scoperti da minimum fax, Giordano Meacci all’ultima edizione è entrato (con clamore) in cinquina. Non si è editori fino in fondo se non si lavora con la propria lingua, e con la lingua del tempo presente. L’investimento collettivo fatto sul progetto Nichel ci regala un tessuto di relazioni che compongono una buona parte, fortemente identitaria, del nostro vestito editoriale.

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