Ecco Pi-Campus, “modello Ivrea” nel cuore dell’Eur. Intervista a Marco Trombetti

Marco Trombetti Pi Campus cofounder and first citizen.jpgContinua il nostro viaggio nelle industrie creative di Roma e del Lazio. Oggi la quinta puntata di questo focus. Ogni settimana l’intervista a un protagonista della scena creativa: un modo per conoscere meglio questo settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora. E far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne crescita e sviluppo.

«Qualunque sia la tua profezia, qui sei a casa». È la frase incisa in tutte le lingue e tutti i colori su un plexiglass trasparente che t’accoglie all’ingresso della villa al civico 29 di via Nepal, sotto il “fungo” dell’Eur. Sei arrivato a Pi-Campus (il “p” è greco), cuore di un sapere tecnologico che comprende altre quattro ville sparse e poco distanti una dall’altra, a due piani, e di 500 metri quadri ciascuna immerse in una macchia verde di prati e alberi d’ogni tipo. Qui convivono e s’interfacciano aziende già avviate e startup innovative che s’influenzano e contagiano a vicenda in una spirale virtuosa di idee e crescita continua. Per i 180 dipendenti che vi lavorano e per il valore complessivo che supera oggi i 160 milioni di euro.

In questo moderno polmone dell’”intelligenza artificiale” si progettano e si perfezionano traduttori automatici online, si interloquisce con clienti come Google, che nel 2007 era persino interessato ad acquisire quests  startup romana, oppure Hewlett Packard, Adobe, Microsoft, Sony. Lo stereotipo giornalistico vuole vedere questo polo della tecnologia all’Eur come una sorta di “Silicon Valley all’italiana”, ma Marco Trombetti, 40 anni, studi in Fisica, che a 22 aveva già lanciato la sua prima startup e con i soci Isabelle Andrieu e Gianluca Granero nel 1999 ha dato vita a questa realtà, ha come modello di riferimento la più nostrana «Ivrea di Adriano Olivetti». Anche se, aggiunge: «Oggi non è più la tecnologia l’elemento determinante della scelta dei consumatori, lo è il design».

Marco, facciamo un passo indietro e andiamo alle origini di quest’avventura. Pi-Campus dove nasce, perché e cos’è? Come avete cominciato?

Pi-Campus è un Fondo d’investimento e un Distretto dove lavorano circa 180 persone, fatto di ventuno investimenti. Finanziariamente, Pi Campus nasce da Translated, una startup che – raggiunto il successo – ha destinato parte dei propri profitti a un Fondo costituito per aiutare altre startup di tecnologia a nascere in Italia. Parte, in realtà, anche dalla collaborazione con Memopal, il primo nostro investimento. La coesione di Translated e Memopal, cioè tra la “mamma” e la startup “investita”, ci ha fatto capire che questa collaborazione e coesistenza fisica accelerava i talenti e creava grandissime opportunità di scambio di idee tra le persone migliorando la capacità di crescita professionale. Abbiamo così puntato sull’iniziativa. Translated ha poi creato un Fondo che oggi investe in 21 aziende.

Qualche cifra, qualche parametro economico?

Al Fondo abbiamo destinato 5 milioni di euro per cinque anni e ne abbiamo investiti 2 nei primi due. Delle 21 aziende in cui abbiamo investito, 15 si trovano nel Campus, alcune sono già state vendute, come Glamoo, Memopal, etc, altre sono nate e continuano a svilupparsi in California.

Obiettivi per il prossimo futuro?

L’idea è di raggiungere nell’arco di cinque, sei anni le 2-3000 persone impiegate. Per avere un impatto sull’economia è infatti necessario poter disporre di una certa massa critica. Sotto una certa soglia non s’innescano dinamiche economiche virtuose e altamente produttive. Vogliamo dimostrare che si può fare azienda di successo da un paese come l’Italia che ambisce a vendere nel mondo. Dimostrarlo è semplice, perché possediamo un ecosistema molto forte a cui contribuiamo a dare valore. Ma non siamo i soli. C’è infatti un sistema italiano nel mondo delle startup che cresce molto ed è quello che, in assoluto, cresce di più in Europa. E se con il nostro contributo riusciamo ad affermarlo, avrà un’influenza diretta su tutta l’economia.

In pochi anni vi siete affermati come uno degli incubatori più dinamici. Su cosa avete puntato? 

Abbiamo puntato essenzialmente sul capitale umano. Quel che sappiamo oggi del futuro dell’economia è fatto di capitale umano, cioè cervelli. Ciò su cui abbiamo investito è stato cercare di facilitare la loro aggregazione. All’inizio, quando non avevamo tanti soldi, il modo in cui li aggregavamo era un ambiente di lavoro incredibile: c’era il massaggiatore, la piscina, il personal trainer, ville di lusso prima abbandonate e poi trasformate in luoghi di lavoro idilliaci. Fatto ciò, abbiamo cominciato ad attrarre i primi talenti e, talento su talento, s’è creato l’ambiente.

Perché avete scelto Roma?

Prima di risponderti vorrei definire quello che è per noi il concetto di “massima soddisfazione e felicità”: quando si indicano le città migliori in cui vivere, solitamente i parametri sono le opportunità di lavoro che generano, la ricchezza economica personale e la qualità della vita. Quindi viene la città con le sue caratteristiche e tutto ciò a cui essa stessa ti espone: cultura, vicinanza al mare o alla montagna, bellezza, capacità di offrire una vita di qualità. Nel mondo, queste caratteristiche è difficile trovarle in una stessa città. Perciò noi abbiamo detto: scegliamo la città più bella al mondo, che è appunto Roma, e facciamo solo business globali. I soldi li portiamo da fuori e li spendiamo qui.

È un’immagine in controtendenza. Lo stereotipo su Roma dice esattamente il contrario.

Che i soldi e le opportunità di lavoro siano fuori è indubbio, che Roma sia una città bellissima è altrettanto vero. L’importante è non guadagnare “da romano”. Con le opportunità di lavoro che ci sono localmente, probabilmente è più difficile vivere bene, però se i profitti arrivano da fuori, da un business che si fa in giro per il mondo, a Roma si vive molto bene.

Ma sono più i vantaggi o gli svantaggi? Di Roma si ne parla solo male, basta sfogliare un qualsiasi giornale, ascoltare le voci per strada…

Solo noi italiani siamo esterofili puri. Quando sono in giro per il mondo e nomino Roma colgo solo sorrisi e sguardi trasognati. Mai immagini negative. Chi ci vive e lavora vede solo i problemi del trasporto, della vita locale, Mafia Capitale…, ma da fuori quelli non sono problemi che riguardano direttamente. C’è una percezione diversa della città. Di sicuro in California non ci vedono come un hub della tecnologia mondiale, questo è certo, però dobbiamo farli ricredere e farli cambiare idea. La città per loro ha invece grande appeal.

E la credi una scommessa possibile fare di Roma o dell’Eur un hub della tecnologia?

Lo è per vari motivi. Nel mondo della startup tecnologica la California oggi è il posto migliore dove far crescere un’azienda, ma non lo è per farla nascere. Per attirare personale qualificato devi avere tantissime risorse economiche e progetti iperbrillanti, perché la competizione è difficilissima. Noi crediamo che sia più facile fare startup globali in giro per il mondo e poi, sull’onda del successo, farle crescere eventualmente in California. Perché se hai bisogno di capitale e tanto management qualificato nel digitale lì lo troverai.

Pensare globalmente e agire localmente, vecchio motto ambientalista…

Soprattutto, guadagnare globalmente… Si devono disegnare business che siano globali dal primo giorno.

Dal tuo angolo d’osservazione, come si sta evolvendo la scena romana delle startup?

Credo bene. L’Italia, in generale, è l’ecosistema che sta crescendo di più in Europa. Non lo dico io, ma lo certifica CB Reports, uno dei maggiori analisti di mercato nel mondo del venture capital. Su Roma non ho una ricerca di mercato uguale, però se guardiamo indietro tre anni fa non c’era niente e oggi ci sono una decina di acceleratori d’impresa e una grande quantità di startup. Ciò che fa di Roma la città più in movimento e a più alta crescita in Italia. Non so se è già più grande di Milano, ma poco ci mancherà…

Tu guardi con attenzione e interesse alle industrie creative, pensi che Roma sia uno spazio interessante per questo tipo di commistione?

La tecnologia pura non è più l’elemento determinante della scelta dei consumatori. Lo era anni fa, quando comprando un computer o un cellulare si guardava principalmente alle specifiche tecniche. Oggi è il design l’elemento principale delle scelte e le specifiche tecniche sono un mero requisito. Riteniamo che l’Italia abbia un potenziale inespresso enorme e non vediamo l’ora di portare la creatività italiana vicino alla tecnologia. Roma non è una città in cui è condensato il design italiano, però il design è italiano. Ed è tra applicato in tanti settori, in tantissime città diverse. Dobbiamo attirare i talenti per avvicinarli alla tecnologia.

In cosa consiste il vostro programma sul design che avete appena lanciato?

Vogliamo stimolare la creazione di startup co-fondate tra ingegneri e creativi, per questo abbiamo destinato 1 milione di euro per queste startup. Pensiamo di investire circa 100k euro in 10 progetti.

Vivi e lavori a Roma, però ti rivolgi soprattutto al mondo che c’è fuori. Come ci vedono all’estero?

Noi siamo cittadini del mondo. Lavoriamo qui per i motivi elencati prima e siamo i più forti promotori dell’Italia. E ci piace che i capitali intellettuali, i cervelli, restino nel loro paese. Se il futuro è il capitale umano, un’economia che non ha cervelli non ha neppure futuro, non potrà esistere. Vogliamo un mondo in cui tutti i cervelli non stiano da una parte sola, altrimenti la distribuzione della ricchezza non sarà equa. Le percezioni negative sono poi sempre peggiori della realtà. E quando sono positive va a finire che ci vedono molto più bravi di quanto onestamente siamo. Certo, siamo visti come un paese in cui fare impresa non è esattamente una delle priorità. Il mio ambito è fare tecnologia, ma non è riconosciuto. Quindi è difficile dimostrare che qui sia possibile farla. L’immagine negativa riguarda la nostra inaffidabilità come sistema economico, l’incapacità di creare imprese di successo, la scarsa credibilità internazionale per la tecnologia. Un’immagine che bisogna contrastare con i fatti. Per questo dobbiamo sfruttare i nostri punti di forza.

Con quali realtà europee una città come Roma e una regione come il Lazio dovrebbero guardare, in termini di collaborazione?

Prima di risponderti vorrei precisare che l’Italia è sicuramente l’ecosistema a più forte crescita in Europa, qui stiamo facendo bene. Chi nel Vecchio Continente ha fatto meglio sono state di sicuro città come Berlino, Parigi, Londra, e noi dobbiamo e possiamo recuperare. Sono città che stanno oltre il miliardo di investimenti in venture capital e noi siamo ancora a 200 milioni. Però erano 46 milioni un paio d’anni fa, che sono poi diventati poi 80 e l’anno scorso 160 milioni. Quest’anno spero finiremo a 250. Il livello di crescita è decisamente buono, se continuiamo ci riprendiamo di sicuro. Israele è un altro Paese al quale guardare con attenzione, perché è molto più avanti anche di Londra. Per densità, loro sono più bravi anche della California. C’è un indicatore che misura la quantità di “unicorni”, cioè la quantità di startup che hanno valore più grande di un miliardo di euro. E in Israele, in rapporto alla popolazione, di “unicorni” ne stanno producendo molti di più che in California. Anche l’investimento pro capite è molto più alto in Israele che in California, inconfrontabile con ciò che accade in Europa. Hanno investito bene e oggi ne traggono i benefici.

Cosa potrebbe fare il settore pubblico per sostenere l’ecosistema dell’innovazione e l’incontro con la creatività?

Il Governo, va detto, oggi sta facendo la sua parte: rafforzando il capitale di rischio pubblico, dotandosi di strumenti di venture capital innovativi, promuovendo una cultura delle startup. Sta aiutando ad accelerare il processo d’innovazione e non penso ci sia da lamentarsi. Detto questo io penso che poi la responsabilità sia essenzialmente del mercato. In questo senso io penso che la cosa più importante da fare per il settore pubblico è “non fare nulla”. Il Governo, come ho detto, deve sostenere la creazione di un ecosistema ma deve anche cercare di intervenire il meno possibile in particolare sulla scelta dei singoli settori. L’innovazione nasce da opportunità, ovunque una legge indichi come una cosa dovrebbe funzionare finisce per scoraggiare gli imprenditori a fare scelte difficili. Ed invece penso che il Governo debba agire subito dopo che un’impresa o un nuovo mercato si siano affermati, abbiano avuto successo per regolamentarli favorendo il più possibile un impatto sociale positivo.

C’è un esempio pratico?

Certamente. In Italia non sarebbe mai nata YouTube perché sarebbe stata considerata la più grande violazione del copyright al mondo. E non sarebbe mai nata Airbnb perché considerata in contrasto con la legge sugli alberghi. Così Uber, perché violerebbe la legge sul trasporto… Le attività vanno regolamentate dopo aver avuto successo. Noi vogliamo che YouTube, Airbnb, Uber possano nascere in Italia per creare un successo globale e portare capitali da fuori dentro il nostro Paese. Regolamentare solo per un impatto sociale positivo. Vogliamo un mondo più digitale, più semplice, più accessibile per ognuno e che lo sia anche per proteggere i tassisti che hanno investito in costi di licenza. Lo Stato può far bene nelle attività sociali mentre sull’innovazione arriverà sempre in ritardo. Bisogna lasciare le briglie più sciolte. L’Italia credo sia il Paese con più leggi al mondo, molto più della stessa Europa, che su questo terreno si sta dando da fare per aiutare l’Italia a recuperare terreno.

Al contrario, cosa potrebbero fare le startup e la creatività per migliorare l’azione della pubblica amministrazione?

Il termine “startup” indica semplicemente il processo iniziale di un’azienda che sogna di essere grandissima. Quel che noi possiamo fare, per analogia, è esattamente ciò che è accaduto a Facebook: i giorni prima della quotazione in Borsa di Facebook ero in California, parlavo con un tassista e mi diceva: “Domani si quota Facebook, speriamo bene…”. In che senso, gli chiedo? “Se Facebook raccoglie molto capitale il prezzo va su e io qui lavoro il doppio” risponde. Vado dal barbiere e mi dice la stessa cosa. Così al ristorante. Un ecosistema in cui il successo di un soggetto è planetario, se il capitale arriva da tutto il mondo e quell’azienda i soldi li spende localmente la ricaduta è positiva. Mi aspetto che si creino più unicorni, imprese grandi, di successo che portino soldi globali per essere spesi in loco.

Immagina una Capitale e un Lazio creativi. Indica tre priorità, tre cose da fare.

Mi piacerebbe che ai creativi si facessero capire i valori imprenditoriali. Loro oggi si vedono come strumenti al servizio dell’impresa, del pubblico. Quello che i creativi non capiscono è che hanno la possibilità di creare loro stessi delle aziende. Sogniamo di vedere aziende co-fondate da ingegneri e creativi perché pensiamo che l’unione di queste due forze, di queste due intelligenze, possa creare aziende molto più di successo.

Definisci la creatività.

Da ingegnere la vedo come “ingegneria delle emozioni”. Persone capaci di trasformare concetti in emozioni. Dove applichiamo la creatività noi siamo già bravi, semmai bisogna imparare a parlare la stessa lingua della tecnologia, che è il driver del cambiamento, dell’innovazione. Ciò che definisce un prodotto “di massa”. I nostri circa 180 impiegati sono principalmente ingegneri informatici, personale di economia, marketing, finanza. Ancora pochi, troppo pochi i creativi. E noi li cerchiamo.

Perché preferisci il “modello Olivetti” a quello della Silicon Valley californiana?

Ci sentiamo molto più vicini a lui sia nel modo in cui vedeva il lavoro sia per il senso dell’impresa e le modalità in cui concepiva l’unione tra tecnologia e design. Già allora era molto avanzato. Ci sono, infatti, due immagini emblematiche che, messe a confronto, lo attestano con notevole evidenza: la foto del primo desktop computer Olivetti Programma 101 del 1964, noto anche come “Perottina” o P101 e quella del primo calcolatore con cassa in legno della Apple, che è del 1976. L’Olivetti, di dodici anni precedente Apple, ha un design di una modernità impressionante rispetto al secondo che è poi diventato leader nell’estetica. Una concezione avanzata, quella di Olivetti, così come lo erano i suoi modelli sociali, di impresa e il modo in cui veniva visto il lavoratore. Un capitalismo dal “volto più umano” di quello californiano. E poi, di Silicon Valley ce n’è una sola e non può esser replicata altrove. Il mondo si evolve e noi vediamo nuovi modelli possibili».

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