Prosegue il viaggio nelle industrie creative di Roma e del Lazio. Oggi sesta puntata del focus. Ogni settimana un’intervista a un protagonista della scena creativa per conoscere meglio il settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora. E far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne crescita e sviluppo.

«È stato l’incontro tra il writing, l’attività di ricerca e lo studio ad aver affinato la mia capacità e sensibilità di lettura delle espressioni artistiche legate al contesto urbano. L’apparire in Italia delle prime opere sovradimensionate prodotte da artisti cresciuti nel writing, mi è subito parsa una dinamica capace di incidere sulla città con grande efficacia».

Classe 1979, Simone Pallotta è laureato e specializzato in Storia dell’Arte contemporanea ed è impegnato a promuovere arte pubblica nelle varie forme nel tessuto urbano romano. In pratica, studia il modo di intervenire con l’arte sulla città: cambiandola, abbellendola, rendendola più accattivante e suggestiva. Per fare tutto questo Simone ha promosso e dirige Walls, una delle Associazioni di Cultura Urbana più importanti della scena romana. Nata sull’onda dell’esperienza e il successo dei “muri legali” sviluppata dal 2008 con il Comune di Roma, Walls ha continuato a promuovere interventi di arte urbana. È Walls, ad esempio, ad aver promosso interventi di arte urbana nel carcere di Rebibbia. Ed è da qui che nel 2013 nasce Sanba, progetto pilota per rendere il quartiere di San Basilio un centro di produzione di arte e cultura, spettacoli d’intrattenimento e opere d’arte permanenti che ha contribuito a trasformare spazi inutilizzati e restituirli ai residenti del quartiere.

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Progetto Sanba –  Artista: Agostino Iacurti – The Blind Wall – Foto: Valerio Muscella

Simone, tu ti occupi di arte urbana, di “arte pubblica”. Nasci come writer e diventi un curatore di eventi. Ci racconti il tuo lavoro e come si è evoluto nel tempo?

Alla fine del 2005 la sensazione di poter incidere sulla città si è trasformata in un progetto reale. Partendo dal rispetto della pratica artistica illegale (street art) ho costruito una progettualità basata su opere d’arte murali come punto di partenza per un ri-ideazione dei territori a scarsa presenza culturale. Questa volontà di legare l’arte ai territori nei quali viene prodotta mi ha spinto a definire questo approccio Arte Pubblica Contemporanea, senza la presunzione di voler inventare nulla di nuovo ma con la volontà di conoscere bene l’arte pubblica “storica” per innestarvi elementi di novità e approcci multidisciplinari. Oggi sto lavorando con Noeo, un gruppo di psicologi clinici esperti nei sistema di convivenza, e Orizzontale, un ensemble di architetti devoti al design urbano, per mettere a punto un specifico metodo di lavoro sui territori basato su esperienze reali vissute insieme in alcuni quartieri della città, esplorando le necessità delle zone più colpite dall’assenza di attività e idee culturali, dove la partecipazione fatica a decollare. Il progetto Sanba, ultimo e più importante progetto realizzato, è un incompiuto, perché un lavoro su un territorio non finisce mai.

Si può dire che ti occupi di bellezza urbana e sei in qualche modo un “arredatore” di città. Dal tuo punto di osservazione, qual è lo stato dell’arte a Roma? Quali sono gli ambiti più dinamici che vedi?

In realtà mi piacerebbe essere una sorta di art director territoriale, in grado di gestire l’intero approccio culturale ad un territorio. Se devo parlare di qualche realtà che continua nel tempo a convincermi penso che mostre come Digital Life funzionino bene perché effettivamente si sforzano di guardarsi intorno ma con personalità, con un respiro ampio e soprattutto parlando della contemporaneità sia nella tipologia di installazioni che di dove sta andando il mondo sia dell’arte che della tecnologia. Per il resto non credo di avere la superbia di poter definire la scena culturale di una città come Roma se non analizzandone nel dettaglio le tante attività. Sicuramente vedo pochi posti di aggregazione culturale, e intendo spazi dove non ci sia bisogno di fare le “serate danzanti” e i cocktails, in grado di sostenersi o sostenute da enti pubblici che siano in grado di farlo con cognizione e a livello internazionale. Posti dove lo scambio e il confronto siano continui e dove la gestione partecipata (ente pubblico – “creativi” – territorio) possa diventare un modello reale. Ci sono alcune realtà che mi piacciono ma in generale direi che l’offerta è decisamente media per le mie aspettative nei confronti di Roma.

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Progetto Sanba –  Artista: Liqen  –  El Renacer –  Foto: Valerio Muscella

Nel 2008 sei stato l’artefice della decorazione di alcune stazioni di Roma, poi hai collaborato con il Comune alla realizzazione di un progetto di “muri legali”, spazi dedicati ai writers, infine ti sei dedicato a Walls, progetto di eventi e interventi di arte pubblica: è stata una difficile battaglia? Sei una persona che è entrata in contatto in maniera molto profonda con l’amministrazione. Qual è la tua esperienza? 

È stata una battaglia orribile. Ricominciare daccapo ad ogni cambio di colore nell’amministrazione è una lotta impari e frustrante. Il progetto di muri legali partì con Veltroni, faticosamente rimase in piedi sotto Alemanno e con Marino è sparito, lasciando targhe segnaletiche in giro per Roma ma senza nessuno a gestire le decine di muri messi a disposizione. Mesi di lavoro rimasti senza una conclusione o una stabile gestione. Mi prendo la responsabilità di non essere mai stato un professionista molto devoto alla politica ma ho sempre creduto che se un progetto funziona (quando arrivavano i writers da ogni parte del mondo scrivevano e scrivono ancora oggi a noi per sapere dove dipingere senza avere noi più alcun tipo di ruolo o economie per gestire il progetto) siano le antenne delle istituzioni a dover captare la bontà e la visione di questo. Non può essere sempre il privato a ricordare quello che esiste e funziona in questa città.

Quindi, qual è la tua visione nel merito?

Ad oggi vedo un uso della street art (e non dell’arte pubblica) assolutamente asservito ad un sistema di interessi che collega le gallerie a luoghi di intrattenimento, un travisamento completo della forza propulsiva di questo fermento artistico. Nei miei progetti l’economia è sempre servita a rendere l’arte un ponte creativo, un legante per progetti socio/culturali che mirano a qualcosa di più urgente che non l’economia dei pochi. In questo l’amministrazione non si è mai interrogata sulla correttezza di interventi artistici prodotti nello spazio pubblico da privati con ritorni economici per i privati stessi e non per i territori. Questa spirale ha spinto chiunque a produrre interventi artistici senza un piano a lungo termine, non riflettendo che l’arte utilizzata in modo decorativo non apporta nulla di realmente significativo nel lungo periodo ma solo dei ritorni comunicativi di brevissima durata.

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Progetto Sanba –  Artista: Liqen  –  El Divenir –  Foto: Valerio Muscella

Puoi raccontare qual è il vantaggio di vivere e lavorare nella capitale, anche in confronto con realtà non italiane?

Il vantaggio sono gli svantaggi. La formazione che devi crearti lavorando a Roma è quanto di più complesso si possa immaginare, perché non si tratta di resistenza al lavoro, alle difficoltà economiche e progettuali su interventi in aree difficili, è un gioco di nervi e resistenza, decisamente psicologico. In dieci anni di lavoro ho incontrato forse due politici in grado di capire i miei obiettivi. Ne parlo e agisco dal 2006 e oggi, a causa dell’utilizzo sfrenato dell’arte come make up e finta riqualificazione, siamo arrivati ad una saturazione che non ha portato a nulla nell’ambito dell’arte pubblica se paragonato alla forza e all’impatto di progetti come il Mural Art Program di Philadelphia. Per me lavorare a Roma ha significato un grande stress, altre realtà italiane hanno problemi simili ma la voglia di fare qualcosa che fosse realmente contemporaneo per Roma ha reso le frustrazioni molto più profonde, il senso di impotenza amplificato.

Pensi che in questo momento Roma e il Lazio siano un tessuto e un contesto sufficientemente creativi? Meglio: esiste una classe creativa? Come si muove?

Forse mi ripeto, ma ho la netta impressione che manchi un tessuto connettivo. Roma ha tante realtà creative ma a mio avviso la necessità è creare luoghi dove possa avvenire un confronto permanente. Non solo hub e coworking ma spazi più ampi di condivisione e presenza culturale. C’è la necessità di avere luoghi stabili dove si possano sempre trovare situazioni stimolanti che in prima istanza tengano conto dell’energia che solo il dialogo riesce a creare. La creatività ha bisogno di essere problematicizzata per svilupparsi. La classe creativa esiste se riesce a mettersi in discussione attraverso il confronto, non è un’entità astratta ma la somma di menti diverse che mischiandosi creano innovazione reale. La classe creativa si muove come si muove la città, per conoscenze e gruppi di forza, troppe singolarità non creano movimento ma giochi di potere.

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Progetto Sanba –  Artista: Agostino Iacurti – Foto: Valerio Muscella

Cosa pensi dell’attenzione per le industrie creative all’estero e in Italia? C’è qualche differenza?

Penso che quello che intendiamo per industrie creative dovrebbe essere rivisto alla luce del nostro modo di produrre creatività. Se l’idea di industria creativa porterà ad una sana filiera produttiva, che non sfrutti la creatività ma che la elevi a risorsa essenziale e propulsiva del paese, saremo in grado di immaginare l’Italia del futuro basata sulla messa a sistema di un enorme patrimonio intellettuale, culturale e creativo. In linea generale ho immensa stima per i luoghi dove la creatività viene valorizzata come strumento insieme economico e culturale, e se guardo all’estero vedo una strada ancora lunga e difficile per l’Italia. Saremo in grado di creare un reale e produttivo sistema di gestione che non sia smolecolarizzato e ottusamente locale?

E come vedi il posizionamento dell’Italia e Roma nel panorama internazionale della creatività? In quali settori fa tendenza, se la fa?

Abbiamo grandi personalità, ottimi professionisti riconosciuti a livello globale ma l’estero rimane ancorato ad un’immagine della creatività italiana che non esiste più. Nella frammentazione che il web ha introdotto sotto il punto di vista delle eccellenze e delle autorialità è sempre più difficile far passare un’idea di creatività “locale”, italiana, vedo molti professionisti italiani lavorare con realtà internazionali e viceversa, quindi ho smesso di pensare ai luoghi fisici come spazi di produzione legati ad una “bandiera”. La fluidità del contemporaneo ci impone un pensiero trasversale che ci chiede di non soffermarci sulla nostra creatività ma su come questa si rapporti ad un livello creativo “globale”. La nostra tradizione deve essere studiata, le eccellenze messe in risalto, ma con modalità internazionali, incentivando prima il confronto locale per poi spingerlo a livello planetario. Credo ad un confronto progressivo, di “punti” di creatività che uniti ci daranno l’esatta situazione italiana per poi essere uniti ad altri “punti” fuori dal nostro territorio. Una ragnatela che sia mappatura e punto di partenza per contatti il più diversificati e internazionali possibile.

Cosa secondo te il pubblico potrebbe fare? A quali esempi potrebbe guardare per il tuo campo?

Nel 2013 partecipai ad un tavolo informale di curatori e storici dell’arte nel quale mi occupai di tracciare alcune linee guida riguardo l’uso dell’arte pubblica come strumento all’interno di progetti pubblici complessi e di nuove politiche culturali. 

Ritrovo oggi su internet parti di quel documento stilato per la Regione  (cfr. http://www.nicolazingaretti.it/senza-categoria/laziocontemporanea/) ma la sua attuazione non è mai decollata, soprattutto perché dopo questa data troppi privati hanno interferito con un serio piano programmatico per l’arte pubblica, accontentando i municipi ma poi di fatto disinteressandosi di una auspicabile progettazione su scala cittadina e poi regionale. Le Istituzioni dovrebbero ingaggiare personalità in grado di rappresentare degli Art Director Territoriali capaci di formare team multidisciplinari in grado di ragionare trasversalmente sui problemi del territorio per sviluppare progettazioni che siano capaci di parlare di mobilità così come di politiche culturali così da creare progettualità realmente innovative perché inclusive di tanti aspetti sui quali oggi ancora si ragiona separatamente. Se poi in questi team ci fossero dei professionisti stranieri avremmo quello slancio extra italiano e conseguenti ricadute comunicative internazionali. Gli esempi sono molti e conosciutissimi, ma prima di ispirarci dobbiamo capire dove stiamo andando noi.

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Progetto Sanba –  Artista: Hitnes – Foto: Valerio Muscella

Indica tre luoghi emblematici della creatività romana?

Mi dispiace davvero, ma non vedo “luoghi della creatività”, vedo solamente tanti spazi privati che si sforzano di essere il più possibile aperti verso l’esterno. La creatività si può produrla da soli, ma i processi che conducono alla produzione creativa innovativa no, come sottolineavo in una precedente domanda, sono gli spazi, i luoghi condivisi, ad essere propulsori reali. Non il convegno o l’incontro, non il festival o le iniziative creative a tempo, ma luoghi di attività costante e programmata, vere e funzionanti “piazze” creative. Parliamo molto più sui social di cosa ci piace e cosa vorremmo fare piuttosto che confrontarci costantemente. Servono luoghi dove incontrare i competitor e immaginare collaborazioni che nessuno si sarebbe aspettato.

Dicci tre cose assolutamente da fare per avere una Roma e un Lazio creativi.

Per prima cosa creare degli Art Director Territoriali, cioè dei professionisti in grado di creare squadre multidisciplinari a cui affidare territori con difficoltà di carattere culturale e sociale. Luoghi fisici che non siano dormitori per artisti o studi d’artista fissi, né studi di creativi né spazi espositivi in termini classici. In secondo luogo dare vita a degli spazi promossi da curatori provenienti da discipline e paesi diversi, aperti sempre al pubblico. Non spazi per mostre collettive o personali ma luoghi dove stressare le denominazioni di creativo/artista/critico/curatore attraverso scambi di ruoli. Infine, realizzare residenze per artisti che per brevi periodi supportino la convivenza di artisti nazionali e internazionali, così da incrementare l’afflusso di creativi stranieri e, di conseguenza, ampliare la nostra conoscenza della creatività estera. Quindi creare degli strumenti di supporto alla comunicazione per sostenere la circolazione della creatività locale attraverso veri e propri tutor che possano incrementare e potenziare l’approccio al mondo globale dei nostri creativi.

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Progetto Sanba –  Artista: Hitnes – Foto: Valerio Muscella