Settima tappa del nostro viaggio nelle industrie creative di Roma e del Lazio. Ogni settimana un focus e un’intervista a un protagonista della scena creativa per conoscere meglio il settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora. Per far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne crescita e sviluppo.

«Roma è cangiante. Nel bene e nel male. Basta un punto d’osservazione differente, la possibilità di alzare lo sguardo. Ogni tanto ho bisogno di guardare la città dall’alto per tirare un sospiro di sollievo. Per averne una visione d’insieme e percepire quelle meravigliose direttrici sistine concepite per dimostrare che c’era una forma urbana progettata, ragionata. Ed è come vedere emergere delle costellazioni nel cielo quando tutto è nero. Mi rassicura molto». Parte da questa annotazione l’incontro con Domitilla Dardi, Curatrice per il Design del MAXXI di Roma, che incontriamo nella Caffetteria al pianoterra del Museo di via Guido Reni.

Laurea in Lettere, indirizzo in Storia dell’Arte, dottorato in Storia e Critica dell’Architettura, in questo percorso di formazione perché alla fine hai scelto il design?

Nelle scelte c’è spesso anche un margine di casualità. C’è da dire che il design nel corso di studi in Storia dell’arte aveva uno spazio residuale e all’inizio ho puntato più sulla Storia dell’architettura. Al design sono arrivata per via di un libro. A 28 anni ho scritto una piccola monografia su Achille Castiglioni e mi s’è aperto un mondo… C’era molto da fare, molto da scrivere e impostare a livello teorico. Un campo, se non proprio vergine, sicuramente molto meno frequentato della Storia dell’arte e della Storia dell’architettura. Di storici del design ce ne sono pochi in Italia. L’Associazione a cui faccio riferimento credo conti 50, 60 iscritti e, tra l’altro, circa l’80% sono tutti al Nord. Anche questo è abbastanza indicativo…

Cosa ti ha attirata di più di questo mondo?

Aspetti pratici: soluzione di problemi e una dimensione sociale di condivisione. Il design è una delle discipline artistiche in cui il contesto conta molto. Specie nella progettazione. Chi lavora apparentemente da solo è in realtà sempre supportato da un team e quando solo lo è per davvero ha il momento della condivisione con l’industria. L’idea di storia al plurale, fatta di relazioni, scambi e riferimenti con il costume e la vita sociale della propria epoca per me è molto importante. E poi non c’è il grado di astrazione e assolutezza del mondo dell’arte né il grado di imprenditorialità vincolata dell’architettura. L’imprenditoria del design esiste, specie nell’industrial design, ma è fatta di incontro tra imprenditore e progettista.

Fin qui hai affrontato problemi specifici e concreti, materiali, ma del design si considera in genere quasi solo l’aspetto estetico…

Non credo si possa parlare di design sganciandolo dall’aspetto estetico. Così come non si può parlare di design sostenibile, perché tutto il design dovrebbe essere sostenibile. Vorrei che queste categorie fossero superate. Ai miei studenti dico, scherzando, che se andassimo per strada a chiedere cos’è il design mediamente ci risponderebbero che è una cosa più bella, più costosa e che funziona peggio di una cosa non di design. Ritengo che parte del mio lavoro sia smantellare questo stereotipo. Il design è moltissime cose e per me è quasi tutto quel che viene prodotto dall’uomo per l’uomo.

Tutti gli oggetti hanno una forma, però. Si può dire che “tutto è design”?

Sì, tutto è design a livello di tipologia. E non credo si possa fare una distinzione tra una tipologia e l’altra e dire “la sedia è design e invece il programma dentro il computer non lo è”. Oggi anche le barriere materiale-immateriale sono rovesciate, mescolate. Rimane fermo il concetto del buon design come buon progetto, progetto risolto, affrontato in maniera consapevole e non solo orientato a fare numeri di mercato o dare un contentino al pubblico senza cercare minimamente di indirizzarne le scelte.

E c’è anche il design dei servizi. Il “Compasso d’oro” premia i libri per le loro copertine e la loro influenza o grandi imprese per il modo con cui s’interfacciano con i propri clienti. Cos’è veramente design e cosa lo qualifica come tale?

Negli ultimi anni sempre di più il design riguarda il processo. Ovvero il modo in cui le cose passano dall’ideazione alla loro realizzazione pratica. E in questo viaggio attraverso i singoli passaggi credo ci sia veramente qualcosa di molto interessante da dire. Alcuni designer hanno capito che oggi non si tratta di immettere nuova merce materiale sul mercato ma di ripensare a come riutilizzare quella che già esiste. Che non vuol dire, banalmente, la facilità del riuso, del ready made, del riutilizzo o del “prendo un secchio e lo faccio diventare una lampada”. Quel che è davvero importante è capire che dobbiamo avere un atteggiamento differente su come produciamo o su come usufruiamo dei beni materiali. Le istruzioni per l’uso possono cambiare il nostro modo di utilizzare e cercare qualcosa che non è la copia del reale ma il pensiero del possibile. Questo, a mio parere, deve essere il compito del singolo progettista.

Puoi fare degli esempi pratici?

Molti, soprattutto tra i più giovani, stanno progettando non solo dei materiali nuovi con prestazioni impensabili fino a qualche anno fa, ma stanno immaginando anche un’industria senza industria. Un’industria senza la figura del progettista così com’è stato negli anni Cinquanta. Ci sono ragazzi che immaginano di sostituire la produzione con la “coltivazione”.

In che senso…?

Maurizio Montalti, un italiano trasferitosi in Olanda, con il suo gruppo Officina Corpuscoli ha da qualche anno avviato una sperimentazione in cui – letteralmente – fa “fare oggetti ai funghi”. Il micelio dei funghi, se opportunamente progettato – e Montalti è un ingegnere in grado di entrare nei codici segreti del Dna – può diventare un produttore, “coltivare oggetti”. Altro progetto interessante è Geomerce di Giovanni Innella e Gionata Gatto: hanno immaginato un modo per mettere in risalto il fatto che nei famosi territori contaminati da ogni genere di scarto nocivo è molto più producente e arricchente, in termini economici, utilizzare piante estrattrici di metalli pesanti piuttosto che fare delle orribili coltivazioni di generi alimentari che poi finiscono nel nostro organismo ammazzandoci, per dirla senza mezzi termini…

È un concetto di design molto largo… Una formulazione inusitata e di difficile immaginazione…

E invece, in qualità di curatore d’un museo, è un punto fondamentale, nel lavoro a stretto contatto con la ricerca. Far conoscere a un pubblico, il più ampio possibile, che il design è davvero una materia “al plurale”.

Storicamente il design è una tipica disciplina del Nord…, Brianza, Veneto, Piemonte. Il ruolo di una città come Roma è percepito come marginale. Qual è oggi la situazione?

Se parliamo di design prettamente industriale non c’è dubbio che si parli di Nord. Se parliamo invece di design fatto di ricerca, formazione, sperimentazione, tutto il Centrosud Italia ha invece eccellenze che vanno non solo preservate ma anche riscoperte dal Nord industriale.

Nello specifico cosa troviamo?

Ci troviamo in una condizione molto interessante di quel che io definisco un crossover culturale. Quel che viene messo in relazione sono le competenze. La cosa più importante che sta avvenendo nel Centrosud è la proliferazione delle scuole, alcune anche sperimentali. Un tempo si andava a studiare industrial design esclusivamente a Milano, Torino o si facevano stage nel Nordest, ora si può fare un percorso di design sicuramente più artistico perché più vicino alla produttività dell’artigianato. E più vicino al mercato dell’arte. Accade in maniera molto evidente in territori che non sono quelli consueti.

Cosa sta succedendo di nuovo ed originale, specie a Roma? Quali le esperienze più interessanti?

Ci sono funzioni importanti esercitate dalle scuole, dalle gallerie. Quelle private fanno una selezione già molto ristretta degli autori, più selettiva dell‘industria. È un mondo a cui non è così facile accedere. Ma il mondo delle gallerie private e delle istituzioni culturali pubbliche o private sta diventando molto importante proprio sul piano della sperimentazione. Accade pure in Sicilia, luogo dove nessuno penserebbe di trovare il design. A Roma c’è stata un’operazione interessante curata da Clara Tosi Panfili con Artisanal Intelligence. Parlando di moda ha detto: perché inseguire il modello del prét à porter legato a determinate firme del Nord, se a Roma c’è una tradizione di alto artigianato e alta moda? Se questo è il territorio e il patrimonio di cui disponiamo, sfruttiamolo e implementiamolo. Lo stesso può avvenire in altri campi. Inutile inseguire i modelli vincenti degli altri. Bisogna fondare i propri, consapevoli del fatto che quelli degli altri vincenti lo sono diventati perché non copiavano nessuno…

Chi sono i creativi più interessanti dell’ambito romano e laziale su cui scommettere e investire?

Come detto, non credo si possa più parlare di un design romano piuttosto che laziale. E forse neppure italiano. È il caso dei tre progettisti cui facevo cenno: tutti italiani, formatisi in Italia, vivono e lavorano all’estero. Ma tornano spesso proprio per fare sperimentazione artigianale. C’è molta commistione e nelle nuove generazioni il problema dell’appartenenza al territorio si pone soltanto sul singolo progetto. Sono più avanti di tutti noi, oltre la globalizzazione. Hanno estrema facilità di andare e tornare. Sono nomadi, viaggiano dove li porta il progetto. Abbastanza apolidi, anche se amano moltissimo confrontarsi con l’Italia. Anni fa il MAXXI ha dedicato la mostra Design Destinations a sette progettisti italiani formatisi nella mitica scuola di Eindhoven, in Olanda, provincia tetra e poco attraente per qualunque motivo che non sia la scuola stessa. Qui gli olandesi, non avendo industrie, vent’anni fa hanno creato una scuola molto orientata sulla creatività artistica. Chi voleva fare design non industriale è stato attratto qui come una calamita. Ci sono arrivati anche molti italiani, così noi abbiamo chiesto loro di progettare un oggetto che fosse rappresentativo o della loro voglia di tornare in Italia o di non rientrare affatto.

Risultato?

Molto interessante. Ovviamente qui entriamo in quella sfera che si può definire di “design concettuale”, narrative design, storytelling design. Le etichette sono molte, ma l’oggetto prende un senso complessivo solo se viene raccontato attraverso la storia che lo genera. L’oggetto è il veicolo di una narrazione. La committenza è museale e il referente è importante. Quando si lavora con un museo si hanno vincoli e libertà di un certo tipo, con un’azienda cambiano i limiti di riferimento.

Il Maxxi come sta aiutando il processo di “designizzazione” di Roma?

Con la libertà di fare una ricerca che in altri ambiti non si potrebbe fare. A me interessa sostenere quei progettisti che hanno voglia di immaginare un’altra via alla produzione odierna. Proprio perché non credo nel conflitto tra industriale e non industriale, noi facciamo anche un lavoro di concertazione e coproduzione con le aziende. Sono sei anni che abbiamo rapporti con Alcantara, caso abbastanza unico in Italia ma penso anche nel mondo. Una sponsorizzazione che non è una sponsorizzazione classica. È un modello che mancava e l’abbiamo costruito insieme. Mancava, nel mondo dell’editoria che entra nel museo, proprio la condivisione di un progetto comune. Di solito l’azienda entra nel museo colonizzando gli spazi a disposizione con un progetto autonomo. Qualcosa di simile più alla locazione di uno spazio che alla creazione d’un format. Alcantara è un’azienda molto illuminata e avvantaggiata dal fatto che non fa un prodotto, nel senso di una tipologia, ma fa un materiale che ha nella versatilità il punto di forza. Insieme abbiamo inventato una ricerca comune estremamente stimolante. E così da sei anni lanciamo ogni anno un tema che viene affidato a una rosa di progettisti, i temi variano a seconda degli interessi sviluppati dal museo e dall’azienda, andando nella stessa direzione. È un modello di collaborazione inedito che sta dando dei risultati interessanti. L’importante è ricordare che il design è una delle arti del XXI secolo a cui è dedicato il MAXXI, che ce l’ha anche nel suo acronimo.

In tutto il mondo il settore pubblico sta cominciando a guardare al design. Cosa vedi di interessante sul tema? Come rimanere su questa scia?

Innanzitutto bisogna capire che se non investiamo nella formazione e nell’aiutare con le famose startup chi s’è appena diplomato e laureato in design perdiamo un treno gigantesco. Il motivo per cui i designers si sono trasferiti in Olanda, in Belgio o in Giappone è perché lì trovano sostegno economico per la professione. Si staccano da famiglie, affetti e dall’Italia costretti, oltretutto, dalla fiscalità. Oggi ci sono le condizioni per cambiare. Sento tanti designers che avevano scelto Londra come luogo di scambio culturale, di internazionalizzazione, che stanno pensando seriamente di ritrasferirsi da qualche altra parte. In tanti vorrebbero scegliere l’Italia ma sono bloccati dalla questione economica. Va affrontato questo nodo. Così come quello del rapporto con le amministrazioni pubbliche. Qui c’è una difficoltà di dialogo storica alla quale non riusciamo a porre rimedio. Però è sotto gli occhi di tutti il fatto che abbiamo un arredo urbano che non corrisponde a nessun criterio e logica di funzionalità, a nessuna estetica contemporanea e a nulla che sia il desiderio di un cittadino. E siamo costretti a subire questo dato di fatto passivamente. Ed invece, parlando di casi concreti è proprio qui uno dei motivi della grande rinascita di Milano. Tanti amici milanesi hanno oggi un certo orgoglio della propria città che noi non riusciamo nemmeno a fingere di avere. Ed è legato al fatto che sono state fatte piccole e grandi opere – ben oltre l’Expo – che hanno migliorato la città. Il come lo si capisce guardandoci intorno. Noi ora siamo qui, davanti alla piazza del MAXXI, che è una vera e propria cartina al tornasole di quanto questo progetto di Zaha Hadid sia stato un progetto non solo intelligente e lungimirante. La piazza è oggi la parte più viva dell’intera giornata del museo. E guarda che è proprio perché c’è la percezione di uno spazio ben progettato che c’è rispetto del luogo. Significa che il bello può davvero salvare il mondo. Il bello è funzionale. Da usare.

Roma può essere considerata una città creativa? Qui è nata Cinecittà, c’è la Rai, grande impresa culturale del Paese. Cos’altro vedi e aggiungeresti oggi?

Roma è assolutamente città creativa. È piena di ragazzi, da diversi anni ci sono tantissime scuole dedicate alla creatività che stanno sfornando figure intraprendenti e dinamiche. Tutte le volte che si da loro un’occasione, uno spazio, una possibilità accorrono in grande numero. Lo abbiamo visto con l’Outdoor Festival, due edizioni di straordinario successo, lo vediamo al Maxxi tutte le volte che abbiamo la possibilità di aprire a dei concorsi esterni. Il nostro YAP, concorso dedicato al Young Architets Program, riceve tantissime proposte ogni anno. Ci sono le menti, abbiamo le braccia.

Cosa servirebbe, di più, in definitiva?

Un’amministrazione più attenta. Più snella. In grado di offrire possibilità alle persone, giovani e meno giovani. Mi sono trovata almeno un paio di volte nella vita a dover fare dei famosi concorsi per Roma Capitale che escono il 14 agosto e scadono il 18… Ho detto tutto, no?

In una competizione sempre più serrata tra aree metropolitane per attrarre investimenti, qual è il ruolo di Roma rispetto a città come Londra, Parigi, Berlino, Barcellona?

Roma ha un vantaggio rispetto al resto del mondo, ed è la sua stratificazione storica. Nessuna città ha la possibilità di raccontare un pezzo di storia così ampio. Non dimentichiamoci poi che Roma ha una presenza eccezionale di Accademie, un’enorme presenza internazionale che non ha eguali. Neppure Londra ha questa condizione. Questo ci dice quanto Roma sia da sempre luogo di studio. Il viaggio formativo a Roma è nel curriculum di ogni grande Autore. Di qualunque disciplina. Una meta. Una caratteristica che potrebbe essere sfruttata creando sistemi di relazione, rete, condivisione. Sarebbe molto bello se si riuscisse a conoscere di più il mondo attraverso la sua presenza in città. Il MAXXI lo sta facendo. E quando qualcuno entra qui dentro non può esimersi dal dire: “Non sembra nemmeno di stare a Roma”. Prendiamolo come un complimento. Qui c’è la dimensione dell’archeologia e del futuro. Le altre capitali hanno un bellissimo volto, ma fermo, immobile.

Puoi indicare tre mosse per trasformare Roma in una città del design?

Sia chiaro: non voglio affatto trasformare Roma nella città dell’industrial design. Roma sta facendo con i suoi tempi un percorso e non deve snaturare la sua anima storica, artigianale, fatta di cultura, relazioni tra grandi organismi internazionali. Personalmente a Roma lavoro con un museo, una galleria, un’Accademia. Ho ospiti da tutto il mondo che vengono coinvolti in questo genere di attività in continuazione. Queste le potenzialità di Roma in questa fase. E cosa posso desiderare di più da utente di design e da storica? Il punto quindi è chiaro. Roma non deve far finta di essere diversa da se stessa, non ne ha bisogno.