“A Roma manca il coraggio di assumersi rischi”. Parla Massimiliano Tonelli

Ottavo incontro lungo il percorso del nostro viaggio nelle industrie creative di Roma e del Lazio. Ogni settimana un focus e un’intervista a un protagonista della scena creativa per conoscere meglio il settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora. Per far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne crescita e sviluppo.

«Chi amministra Roma in questo preciso momento storico si sta assumendo la responsabilità di condannare la città per i prossimi decenni se non di più». Polemista e opinionista, Massimiliano Tonelli, è un giornalista culturale e un osservatore attento di ciò che si muove dentro la città e anima il settore della capitale. Direttore della rivista Artribune, non usa mezze misure per definire la realtà culturale di della città e dei suoi sobborghi in questa fase. Dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart, ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l’Università di Tor Vergata, l’Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma e nel tempo ha collaborato con numerose testate giornalistiche, tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche.

Massimiliano, pochi lo sanno, ma prima di essere critico e giornalista culturale specializzato in Arte contemporanea, hai avuto un’altra vita. Ce la racconti? E ci dici come hai fatto il passaggio al giornalismo culturale e al mondo dell’arte e quali sono state le tappe del tuo percorso?

Quando studiavo Scienze della Comunicazione, nella ruggente Siena degli anni Novanta, mi sono quasi subito reso conto che le cose che stavo imparando avevano poco corpo a livello teorico e che dovevano essere affiancate o con una più intensa vita “pratica” e “operativa” o con un maggiore approfondimento teorico e intellettuale. Ho optato per la prima ipotesi e mi sono messo subito a lavorare; così, nel 2000, all’età di 21 anni, sono entrato a in banca, al Monte dei Paschi, dove sono restato per una dozzina di anni. Ma ancor prima, nel corso del 1999, avevo avviato un tentativo di messa in pratica delle questioni che studiavo collaborando con dei giornali. In principio scrivendo di teatro su un settimanale culturale senese, che all’epoca era diretto dal compianto Omar Calabrese, e successivamente con alcuni siti web: prima con Art&Job Magazine, un sito che cercava di mettere insieme, con un approccio pionieristico, il mondo della cultura con quelle delle occasioni di lavoro, e subito dopo con Exibart, un progetto che esiste ancora oggi e che, in quei mesi, dopo un po’ di rodaggio, ho iniziato a dirigere restandoci per due anni, tra il 2009 e il 2011. Cinque anni fa, poi, Exibart ha cambiato la sua proprietà, non mi sono trovato bene con i nuovi editori e me ne sono andato via. Gran parte della mia squadra mi ha seguito e così insieme abbiamo fondato Artribune, che è una storia editoriale di eroico successo a tutt’oggi, ed è in piena salute nonostante gli anni terribili del post Lehmann Brothers. Ad oggi, continuo a dirigere Artribune che nel frattempo si è trasformata in una piattaforma che fa tante cose, dai servizi alle aziende alla gestione dei social con dei risultati che sono sorprendenti.

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Soffermiamoci sul punto di arrivo: Artribune. Quante persone ci lavorano e qual è la rete dei collaboratori? Come siete organizzati? Quali sono stati, secondo te, i fattori di crescita della testata e quali sono ad oggi le prospettive future?

I collaboratori sono 15, 300 sono invece i free lance che scrivono da tutto il mondo, una redazione che non esiste come spazio fisico, materiale, ma che è invece disseminata sul territorio all’insegna del totale telelavoro spinto. Fattori di crescita? Direi soprattutto il linguaggio, la qualità dei contenuti, la capacità di mixare con sapienza velocità e approfondimento, lo spettro degli argomenti – Artribune è sempre meno una rivista d’arte, sempre più una rivista di cultura contemporanea –, l’utilizzo scaltro dei social network. Credo che migliaia e migliaia di persone ogni giorno passino da noi perché sanno di trovare qualcosa d’interessante da leggere e da imparare.

Artribune è un caso editoriale piuttosto singolare e anche a sé nel panorama nazionale. Web Magazine e Free Press insieme. A che esperienze vi siete ispirati?

Questo, onestamente, era l’assetto che avevamo inventato nella precedente esperienza di Exibart. Qui il modello è stato corroborato con altre piattaforme importantissime: mail, dem commerciali, app e tanti profili social ciascuno con una propria mission.

Da qualche tempo affianchi all’attività di direttore di Artribune anche un’altra attività “creativa” con la collaborazione con il Gambero Rosso. Come nasce questo rapporto con un settore che è ormai diventato un’attività e un’industria sempre più creativa? Cos’hai trovato di stimolante in questo settore e quali sono le sue potenzialità per una città come Roma?

La collaborazione con il Gambero Rosso inizia nel 2012. Dopo il primo anno di Artribune il successo di quell’impresa aveva abbastanza impressionato. E così l’editore di Gambero Rosso mi ha proposto di provare a replicare il modello anche al Gambero. Le cose stanno andando molto bene, il sito del Gambero non aveva un ruolo sul palcoscenico dell’informazione gastronomica italiana, oggi ha un ruolo di leadership e una riconquista autorevolezza. È un grande orgoglio esserci riusciti, anche se c’è ancora tantissima strada da compiere. Si parla di “creatività” a ragion veduta in questo settore: l’enogastronomia è il comparto più interessante del paese in questo momento, non credo di esagerare nell’indicarlo come tale. Investimenti, creatività, qualità umana, prodotto, tecnica, territorio, paesaggio. Una industry entusiasmante, probabilmente la più entusiasmante. Roma non fa eccezione anche se è percorsa da un fermento creativo continuo, talvolta esagerato, talaltra ricco di fuffa – e ciò in genere accade quando in una città le relazioni hanno sovente più importanza dei valori assoluti e della concretezza del progetto e della solidità del business – ma estremamente interessante. In tanti comparti la città è spettralmente uguale a se stessa da 30 anni, invece nel settore del cibo sta cambiando tutto.

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Artribune guarda al mondo culturale italiano e non solo a quello nazionale, ha uno sguardo sul mondo in particolare europeo. Eppure fate base a Roma. Com’è osservare la cultura nazionale da una città come Roma? Facile o difficile? Com’è dover fare il paragone con le altre città italiane attraverso le cose di cui scrivete e le iniziative di cui vi occupate?

In realtà, come dicevo poco prima, l’organizzazione di Artribune – cioè la sostanziale inesistenza di un headquarter, fatta salva la sede legale di Roma – fa sì che il progetto non abbia una vera e propria sede. Io sono a Roma, il vicedirettore è a Torino, l’ufficio commerciale a Firenze, l’ufficio che si occupa della logistica e quello della comunicazione sono a Bari e così via per altre città. Osserviamo comunque Roma con una attenzione peculiare, ovviamente, e da una parte ne costatiamo – anche se ormai è diventata una filastrocca – l’evidente stato di declino che sembra preoccupare troppo poco chi dovrebbe affrontarlo, ma dall’altra parte notiamo gli elementi di eccellenza e di qualità che non mancano. Spesso anche grazie all’iniziativa privata nelle gallerie o nei teatri. Indubbiamente Roma vive una crisi di identità clamorosa che si risolverà solo quando qualcuno deciderà cosa deve fare questa città nel quadro delle grandi capitali occidentali. Se deve stare ferma o se deve muoversi; se deve rischiare o se deve stare in difesa; se deve guardare al futuro o concentrarsi sul proprio passato; se vuole attrarre capitali, investimenti e talenti o se vuole continuare a respingerli con forza come sta succedendo mentre scrivo.

Avete mai avuto la tentazione di fuggire, andar via, e di localizzarvi altrove?

Di andar via per ora no. L’impresa fattura e fa i suoi utili, anche se ovviamente fa tanta fatica. Finché questo si ripeterà – anche grazie alle innovazioni che sapremo proporre al mercato – andremo avanti, ma la sensazione è che il declino del sistema Paese non sia finito e dunque bisognerà vedere se imprese comunque molto fragili come la nostra saranno in grado di reggere – e per quanto tempo ancora – la botta di un paese che diventa, lui sì, sempre più povero, deindustrializzato e marginale in Europa e nel mondo. Purtroppo se devo guardare il medio periodo non sono particolarmente ottimista, anche se è vero che nello specifico settore dei beni culturali rimarremo per sempre una super potenza sebbene questa realtà sia sfruttata malissimo e spesso venga anche palesemente violentata.

Dal tuo punto di osservazione come vedi la scena creativa romana? Cosa si muove secondo te? Quali sono le dinamiche e le realtà più interessanti?

C’è un pochino di tutto. Un pochino di grafica, un pochino di editoria, un pochino di audiovisivo, un pochino di illustrazione, un pochino di musica, c’è perfino un pochino di moda e senz’altro di artigianato. Ci sono poi gli artisti contemporanei, con una produzione discreta, ma anche loro sono pochini; mentre la scena delle gallerie d’arte è piuttosto tonica, a dispetto della marginalità della città. C’è tanta perizia e tanta qualità, ma troppo diluita e poco valorizzata. Dirigo anche i contenuti di Gambero Rosso e da quel punto di vista non posso evitare di sottolineare come molta creatività negli ultimi anni si sia manifestata e si stia manifestando nel settore del food, che è stato capace anche di catalizzare notevoli investimenti. Ci sono poi le startup e le realtà che stanno cercando di attirarle in città: ma stiamo parlando di numeri marginali rispetto alle immense potenzialità economiche e geopolitiche della città.

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Roma è città cosmopolita, di immigrazione, fatta di tante Accademie internazionali. Un mix che oggi è ciò che la rende tra le città più dinamiche. Perché però non funziona? Cosa manca ancora a Roma per essere una Città Creativa a tutti gli effetti, una di quelle che occupano i libri di urbanistica e di sociologia?

Qui manca il coraggio, la lucidità, la preparazione e quasi sempre manca anche l’intelligenza della classe dirigente e del personale politico. Manca in definitiva la capacità di prendersi dei rischi e, soprattutto, di saperli raccontare. Le città creative sono quelle che provano continuamente a cambiare, magari commettendo anche errori, ma non sono certo quelle che rimangono immobili compiacendosi di esserlo. Roma sta accumulando un ritardo gravoso in questo senso, di questo passo sarà davvero impossibile colmarlo.

Quali sono secondo tre luoghi emblematici della creatività in città, tre spazi attorno ai quali vedi svilupparsi energie creative e imprese creative?

Non mi sbilancio su questo punto. Visito ogni anno tante capitali del mondo, tra queste Londra, Berlino, New York, Parigi, e parlare di distretti creativi o di luoghi emblematici della creatività a Roma è purtroppo oggi argomento assai risibile. I tre luoghi emblematici della creatività vanno creati ancora e sono di là da venire. Ci sarebbe bisogno di una amministrazione che invece di bloccare lo sviluppo della città lo liberasse e, in alcuni casi, lo subordinasse alla realizzazione di spazi di creatività. Questo non succede spontaneamente, succede solo consentendo alla città di trasformarsi e governando questa trasformazione affinché centri una visione di città. Tutto questo oggi dov’è?

Indica le tre mosse da compiere per fare di Roma una città più creativa?

Direi che come prima cosa bisognerebbe cominciare a far funzionare i mezzi pubblici alla perfezione; poi rendere impeccabile, amica ed efficiente la burocrazia comunale; quindi far partire senza infingimenti un grande progetto su larga scala di riqualificazione e trasformazione urbana che trasformi la città nel più grande cantiere edilizio di nuova architettura, recupero, rifunzionalizzazione e restauro d’Europa. Sembrano progetti civili di ampio respiro, non necessariamente vicini al mondo della creatività, però sono proprio i presupposti necessari per riuscire a convincere una classe creativa di qualità a rimanere a Roma e a non abbandonare la città al proprio destino, come appare logico e inevitabile fare oggi. Com’è evidente si tratta di tre mosse difficili, se non impossibili, da compiere senza un radicale cambio di forma mentis, prima di chi amministra e poi anche dei cittadini.

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