Un libro per ‘fare’ politica culturale

Che fare (cur.), La cultura in trasformazione, minimum fax, Roma, 2016, p. 145

Un libro a più voci, quello pubblicato dalla casa editrice romana, che ha una genesi molto interessante. È una riflessione che nasce, e si sente, con i piedi ben piantati in terra e che proprio per questa prospettiva incontra (e si scontra con) tutto quello che è, oggi, la produzione culturale.

Il suo punto d’origine è, infatti, un progetto sul territorio – “cheFare” – partito nel 2012 in Lombardia e condotto oramai in tutta l’Italia con grande successo. Il lavoro di “cheFare” – formalizzato in un’associazione Noprofit – aveva, ha, al suo centro, una questione molto precisa: far emergere e promuovere attraverso dei bandi una produzione culturale che sfugge, oramai, alle categorie tradizionali e che si riunisce sotto l’etichetta di innovazione sociale per la cultura. E sono i numeri della partecipazione ai bandi il primo elemento che fa capire che effettivamente “cheFare” ha ‘fatto Bingo’. Ha intuito un cambiamento che sta trasformando la produzione culturale e che, a cascata, impone trasformazioni a tutta la filiera. Dall’operatore sino al policy-maker. Ed effettivamente quello di questo volume, anche grazie alla pluralità delle voci e delle esperienze, è un viaggio in cui si incontrano nuovi paesaggi. Nella vivacità culturale dei tessuti urbani, nelle forme più diverse che assume l’iniziativa e l’imprenditorialità culturale, nell’interazione ‘di confine’ tra varie discipline, vi sono fenomeni mai sinora conosciuti. La precarizzazione e il cambiamento incessante nella tipologia dei lavori, l’emergere di nuove figure come “operatore culturale o “lavoratore cognitivo”, le nuove forme della sharing economy. E, ancora, la socializzazione di processi produttivi che prima avvenivano ‘dietro le quinte’ e che oggi sono ‘a vista’: passaggi resi emblematici dal ruolo di coworking che hanno perso la loro funzione originaria di spazi di lavoro per divenire, invece, centri di aggregazione e di scambio capaci di generare nuove forme di collaborazione. Oppure il crowdfunding, che se non è ancora uno strumento ordinario di finanziamento è comunque una pista sempre più frequentemente battuta.

È questo il nuovo mare in cui naviga, oggi, la produzione culturale. Ed è per molti versi quasi un ‘girare il cannocchiale’, questo libro. Le sue pagine si incaricano, infatti, di prendere di petto la vulgata della cultura come “petrolio”, di “qualcosa con cui si mangia”. L’approccio è diverso. Mostra i limiti di un approccio esclusivamente economicistico e sposta la riflessione sulla questione del potenziale trasformativo dell’attività culturale, che è oggi lasciato sullo sfondo. Almeno a livello di policy e di discorso pubblico.

Per fare tutto questo, il lavoro si affida ad una serie di saggi di scrittori, universitari, operatori culturali che, come variazioni sul tema, tornano tutti sul leit motiv del cambiamento. E così Christian Raimo affronta la questione di una generazione poco abituata al pensare mettendosi nei panni dell’altro, vittima della parcellizzazione (e con in prospettiva un futuro in cui nella società arriveranno i ‘figli unici’ e la loro cultura non egualitarista) e la risolve proponendo un New Deal culturale. Vincenzo Latronico si sofferma, invece, sulla progressiva ‘inglesizzazione’ della nostra vita culturale e sulle implicazioni di cosa significa essere, oggi, una lingua locale. Jacopo Tondelli ci porta nelle vagaries di un giornalismo che si rende conto che il pianeta da cui è partito – le rotative, le redazioni, il ‘gruppo’ – è sparito e si aggira senza bussola interrogandosi su quale sarà il prossimo approdo. Gianfranco Morrone suggerisce di contrapporre all’“ignorante istruito” di stampa Orteguiana il ‘dilettante di professione’, mentre Roberto Casati parla di combattere la “cultura dell’impazienza” ritornando a valori artigianali e al riconoscimento del valore in se della cultura. Dal canto suo il saggio di Paola Dubini, maggiormente orientato alla policy, apre prospettive di grande interesse sui limiti e le difficoltà di un modello di imprenditorialità culturale che non coincide con la forma d’impresa e che è fatto oramai di startup e onlus, comitati e società di persone, fondazioni ed enti pubblici. Sulla stessa linea Ivana Pais, che sceglie il cleavage della distinzione tra formale ed informale: partendo dalla cultura dei nuovi spazi di lavoro e muovendo alle social street, iniziative che facilitano la collaborazione e la condivisione tra i residenti nella stessa via.

Il compito di riprendere le fila del discorso è di Alessandro Bollo nel suo saggio conclusivo. Sono chiamati ‘draghi’ i pericoli del nuovo mondo a cui questa pattuglia oggi spaurita deve contrapporsi. Va aiutata in questo compito così difficile e il potere pubblico ha un ruolo essenziale in questo. C’è bisogno, infatti, di una nuova narrazione e di nuovi strumenti che raccolgano le trasformazioni in corso e capiscano come la vivacità intercettata dal lavoro nato dai bandi “cheFare” vada aiutata a svilupparsi. Ci sono, dunque, sfide molto chiare anche per amministratori che sono spesso altrettanto spaesati in un contesto con coordinate completamente diverse da quelle abituali.

Anche qui c’è un passaggio ‘trasformativo’ da fare. Altrettando chiaro. “Se non vogliono abdicare totalmente al loro ruolo di orientatori e decision maker” i decisori politici debbono rimettersi prima di tutto in modalità ascolto, capire quel che sta accadendo, abbandonare i panni sino ad oggi vestiti, le modalità relazionali adottate. E, invece, definire strumenti nuovi per attivare la produzione, promuovere le interazioni multidisciplinari, favorire la moltiplicazione dei luoghi di produzione culturale e la creazione di nuovi pubblici. Un lavoro di lunga lena, che può aprire, però, una stagione diversa nei rapporti tra cultura e politica: meno formale, meno ingessata in ruoli di elargitore e questuante che appaiono sempre più grotteschi, fuori dal tempo, ridicolmente in bianco e nero. Tanto più che ci sono, oggi, varie ragioni per essere ottimisti. Questo bizzarro ‘esercito’ culturale italiano con divise e regole di ingaggio sempre diverse ha, infatti, la fortuna di innestarsi in un clima cambiato anche a livello di cultura economica e politico-amministrativa. Non solo perché cultura e creatività sono sempre più considerati la spina dorsale dello sviluppo futuro del Paese, ma perché si va facendo largo la consapevolezza che per aiutare veramente questo passaggio è essenziale che il soggetto pubblico assuma un ruolo di co-pilota e, inevitabilmente, contamini la propria cultura.

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