“La cultura a Roma? Tante isole senza tessuto connetivo”. Intervista a Franco Bernabè

Decima tappa del nostro viaggio nelle industrie creative di Roma e del Lazio. Ogni settimana un focus e un’intervista a un protagonista della scena creativa per conoscere meglio il settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora. Per far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne crescita e sviluppo.

«Il settore pubblico deve innanzitutto favorire le iniziative creative e culturali che già ci sono. E poi fare grande attenzione alla qualità della spesa. Ha poche risorse a disposizione e deve ottimizzare quelle che ha, eliminando sprechi ed inefficienze. Ma, soprattutto, deve stimolare le iniziative private che contribuiscono a creare un clima favorevole all’investimento in cultura e creatività». Classe 1948, Franco Bernabè è un manager di lungo corso. È stato per lunghi anni amministratore delegato dell’Eni e, successivamente, di Telecom Italia. Ha poi fondato FB Group, holding della settore della consulenza strategica. A quest’anima manageriale ne ha affiancata un’altra, molto attenta ai fenomeni culturali e creativi. Ed anche qui con punti d’osservazione importanti: per dieci anni è stato presidente del Mart, il Museo di Arte contemporanea di Trento e Rovereto, attualmente presiede la Quadriennale d’Arte contemporanea e, dall’aprile scorso, è il nuovo Presidente della Commissione Nazionale italiana per l’Unesco. È quindi una figura al crocevia tra mondo dell’economia e della cultura, un’esperienza importante quando, come ha ricordato il Governatore Ignazio Visco in un recente saggio, è oramai chiaro che “con la cultura si mangia”.

Dottor Bernabè, il suo itinerario professionale, dall’ENI all’UNESCO, è emblematico del dialogo sempre più stretto tra mondi dell’impresa e della cultura. Se l’industria ha sempre investito in cultura – promuovendo o sponsorizzando o assumendo il ruolo di vero e proprio mecenate di eventi e di artisti – oggi siamo in una fase diversa, in cui il dialogo tra i due mondi si ridefinisce. Come ha vissuto dai suoi diversi punti di osservazione l’evoluzione di questo rapporto?

È un rapporto che è effettivamente cambiato in profondità. La cultura, per lungo tempo, è stata per l’impresa semplicemente uno strumento per dimostrare di avere un certo livello di responsabilità sociale. E quindi la relazione tra impresa e cultura si è essenzialmente tradotta in un impegno a sostegno di iniziative che avevano ricadute positive – dirette o indirette – per le comunità in cui operava l’industria. Se devo riguardare all’esperienza passata non penso che ci fosse una vera integrazione con gli obiettivi specifici imprenditoriali delle imprese coinvolte. Oggi è tutto diverso. Non siamo più nel campo della testimonianza di vicinanza nei confronti delle comunità. O, almeno, non solo. Oggi nel raccordo tra cultura e impresa c’è anche, se non soprattutto, la necessità di rendere la propria offerta sempre più ricca di contenuti creativi. In quest’ottica la vicinanza dell’impresa alla cultura diventa sempre più parte integrante della sua strategia di business e non un aspetto “collaterale”, finalizzato ad attività di tipo sociale.

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Un’esposizione alla Fondazione Pastificio Cerere

In questo senso, sempre più spesso le imprese innovative fanno del rapporto con la cultura, con la creatività uno dei loro punti di forza, sia produttivo sia di marketing. Il “caso Apple” e la focalizzazione sul design del mondo delle startup innovative ne è un aspetto paradigmatico. Cosa ne pensa e, anche qui, cosa si potrebbe fare sul piano della policy?

Sicuramente il “caso Apple” è divenuto in qualche modo emblematico dell’attenzione nei confronti del design del mondo dell’innovazione. Ma sappiamo bene che il design è presente oramai in maniera “orizzontale” nell’industria, in tutta l’industria. Ciò che voglio dire è che la Apple non ha una sua propria particolarità “nel” design, ma ha utilizzato un design particolarmente attraente per vendere dei prodotti che avevano però delle caratteristiche molto particolari. Non penso, quindi, che quella del design sia la caratteristica principale che ne spiega il successo. Certo è un elemento che testimonia dell’attenzione che la grande industria ha nei confronti del mondo del design. Ma, secondo me, è soprattutto un indicatore che deve portarci a una riflessione sulla polarizzazione del mondo in termini di reddito. Nel senso che l’industria prende atto della polarizzazione dei redditi, e di conseguenza la fascia alta si sposta verso contenuti di design molto più simili a quelli del lusso mentre la fascia bassa va verso prodotti di massa a bassissimo costo. Ecco, direi che questo è l’effetto della polarizzazione dei redditi che si è verificata negli ultimi vent’anni. E se vogliamo è questo che secondo me contribuisce a spiegare l’attenzione nei confronti del design più che una trasformazione di tipo culturale.

Partendo proprio da qui, entriamo nel cuore d’una tendenza mondiale, quella della rilevanza delle industrie creative. Lei cosa vede e come la intende? In Italia, cosa si dovrebbe fare su questo tema?

Secondo me ci sono le industrie creative e quelle che utilizzano la creatività, e anche se in qualche modo convergono nell’utilizzo degli strumenti sono due industrie di tipo molto diverso. Sono molto diverse perché hanno problemi diversi. Ad esempio, grazie soprattutto allo sviluppo di internet e all’accessibilità dei contenuti, le industrie creative in senso stretto vivono sicuramente una fase di valorizzazione in termini di diffusione e di presenza. Allo stesso tempo, però, vivono un momento di grande difficoltà perché un mondo che vede i contenuti distribuiti in modo sostanzialmente gratuito, il loro finanziamento diventa più complesso. In un mondo di totale riproducibilità si crea il paradosso per cui all’abbondanza di contenuti si contrappone una difficoltà a renderli finanziariamente sostenibili. E il copyright non ha ancora elaborato soluzioni convincenti.

E per quanto riguarda le industrie che usano la creatività?

Qui il discorso è diverso. Non ci sono di questi problemi e c’è, invece, l’utilizzo di creatività nella definizione del prodotto, nelle specifiche che riguardano le caratteristiche, le modalità di utilizzo, le finalizzazioni. Sono evidentemente molto più facili da rendere sostenibili in termini finanziari. e quindi sono più facilmente utilizzabili anche dal punto di vista del sostegno della creatività. Un altro paradosso, insomma. Da un lato le industrie creative hanno una diffusione enorme ma non hanno spesso una capacità di trasformare in profitti questa diffusione; dall’altro aumentano i contenuti della creatività nell’industria tradizionale arricchendo il prodotto. Quando la creatività va per così dire da “sola” ha problemi, se invece viene applicata all’industria tradizionale ne ha meno.

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Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale a Roma, dove è attualmente in corso la 16esima Quadriennale d’Arte

Muoviamo da un tema diverso ma che ha sempre a che vedere con il rapporto tra mondo della cultura ed economia. In tempo di crisi economica la questione finanziaria è centrale per molte delle iniziative culturali e il fundraising è divenuto una delle attività centrali di ogni operatore culturale. In tutto questo gli strumenti di finanza sono molto cambiati: pensiamo solo al crowdfunding e alle strade che ha aperto. Come vede questi sviluppi? Quale la sua esperienza?

È effettivamente un mondo che sta attraversando un doppio cambiamento. Da un lato le risorse pubbliche e private sono scarse, dall’altro gli strumenti sono oramai diversi da quelli di un tempo. Ed è inutile nascondere che abbiamo un ritardo tutto italiano in questo settore perché gli strumenti finanziari innovativi non sono legati a un mondo bancocentrico come è stato sempre il nostro. C’è in quest’ambito un vantaggio culturale anglosassone che dobbiamo colmare, in poche parole. Ora il mio parere è che certamente il crowdfunding è uno strumento importante per sostenere le iniziative culturali, però non è sufficiente. Serve ben altro, serve una collaborazione pubblico-privato significativa. Oggi si impone un modello di collaborazione, di cogestione tra pubblico e privato. Un modello che significa per il pubblico riconoscere le modalità di agire del privato e per quest’ultimo capire i vincoli e le implicazioni di un finanziamento pubblico. Però, come dimostra il caso della Quadriennale, quando si trova questa sintonia tra pubblico e privato i risultati sono effettivamente importanti. Si deve definire una strategia chiara per raccogliere fondi, capendo i possibili donatori, definendo un sistema per incentivarne la partecipazione. Vanno inseriti elementi di professionalità in questa attività che per anni non ci sono stati.

Cultura come strumento di crescita e di inclusione. Questo il mantra delle politiche urbane di molte città del mondo. In quest’ottica il nodo periferie è centrale. Secondo lei c’è un ruolo per l’arte in queste politiche?

Le periferie hanno, mai come oggi, problemi complessi che vanno risolti. Qui è l’origine di molte delle diseguaglianze dei nostri centri urbani. E penso che ci sia un ruolo possibile per l’arte. Ho visto, ad esempio, con attenzione alcune iniziative della Fondazione Roma e dell’amministrazione cittadina su alcune operazioni di Street Art, a Tor Marancia ad esempio. Sono però dei fenomeni episodici, vanno sostenuti. Penso che comunque siano utili ad attivare dinamiche positive. Certo, accanto a questi interventi, ci vuole una politica complessiva sul punto.

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La facciata della Fondazione Pastificio Cerere in via Tiburtina a Roma

Parlando di città, la questione di come sostenere l’affermarsi di industrie creative è sempre più importante. Da qualche mese è al vertice della Commissione italiana per l’Unesco. In particolare l’Unesco ha dato vita a delle “reti di città creative”. Cosa può esserci di utile per le città italiane?

Guardi, l’esperienza Unesco è interessante perché costringe chi vi partecipa a fare essenzialmente due cose: la prima è dotarsi di strumenti di tutela formalizzati e che beneficiano del rapporto con altre realtà che vivono esperienze dello stesso tipo, che siano Patrimonio dell’umanità o Patrimonio immateriale, o Città creative. Il secondo punto è che queste reti obbligano in certo modo le città a migliorare i propri strumenti d’intervento, a studiare le esperienze migliori ad attivare dinamiche di scambio di best practices.

Sulla base di questo sguardo “sistemico”, qual è la sua percezione di Roma come città creativa?

Roma ha tante isole di creatività in diversi settori. E questo è un primo punto importante. Ci sono delle basi per essere una città creativa. Quel che manca è, però, un tessuto connettivo comune che favorisca la vivacità che si ritrova in altre città, molto meno dotate di Roma sotto molti profili, come lo sono per esempio le città tedesche. A Berlino, per citare un caso, c’è un sistema-città in cui artisti, produttori, autori, operatori del cinema, vivono in un mondo contiguo, in un ambiente con valori e abitudini comuni e che circolano. A Roma vedo invece, delle comunità isolate, che poco dialogano tra loro. Un sistema a canne d’organo. Ed è un peccato perché alcune sono di eccellenza, altre forse meno ma sicuramente le migliorerebbe l’essere immerse in un ambiente più aperto, meno ristretto. Ecco penso sia proprio qui uno dei compiti del settore pubblico: uno dei cardini della sua azione dovrebbe essere proprio costruire un tessuto connettivo che tenga insieme queste realtà. Anche perché il potenziale creativo di Roma è elevato. Ma non è solo compito del pubblico. Ci vorrebbe in tutto questo anche un ruolo più attivo dei privati. Anche qui ci sono tante gallerie, ci sono tante fondazioni ma raramente lavorano insieme mentre le dimensioni di Roma dovrebbero stimolare iniziative molto più importanti, molto più ampie. Quindi le potenzialità ci sono ma per il momento direi che sono abbastanza inespresse. Ed è uno stimolo a dotarsi di una politica “pubblico-privata” su questo punto. C’è spazio e bisogno.

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Ci indichi tre luoghi emblematici della Roma Creativa. Tre luoghi che secondo lei possono essere il cardine di uno sviluppo della città basato sulle industrie culturali e creative.

Le prime tre che mi vengono sono Cinecittà, le fondazioni private come la Fondazione Cerere e la Fondazione Nomas, il sistema cittadino dei Musei di arte moderna e contemporanea, ma anche le Accademie sia italiane che straniere. Ognuna di loro ha qualcosa di specifico.

Assuma per un momento il ruolo di policy-maker. Quali passi farebbe per rafforzare le industrie creative?

Guardi, quello che le posso dire è che non c’è bisogno di troppo. C’è bisogno, prima di tutto, di una amministrazione efficiente, non corrotta, attenta ai bisogni dei cittadini e che si occupi di ‘fare l’amministrazione’. Non si occupi direttamente di industrie creative, lasci che se ne occupino i creativi. Si dedichi, invece, a creare le condizioni perché questo sistema possa emergere ma non si occupi di altro. C’è molta strada da fare su questo. Se uno confronta Roma con le altre città europee, ma anche senza andare troppo lontano…, basta dare uno sguardo a Milano, Verona, Trento, Mantova, spostarsi un po’ più a Nord e restando pure in Italia… per capire come funziona il sistema culturale delle città è capire che Roma ha davanti a sé molto lavoro.

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