Bianco, P. D’Anselmi, Il vantaggio dell’attaccante, Donzelli, Roma, 2016, p. 111

“Cultura umanistica e cultura scientifica sono entrambe necessarie perché suscettibili di arricchirsi reciprocamente”. Già in premessa questo volume dedicato al mondo della ricerca e dell’innovazione indica chiaramente la sua finalità. Se c’è una tendenza chiara in questo ‘Mondo nuovo” è quella che va verso la multidisciplinarietà. I settori più innovativi sono sempre più quelli ‘al confine’ e tante sono le interdipendenze che scolora, oramai, la distinzione classica tra i segmenti produttivi “avanzati” e quelli “maturi”. Il futuro è, molto più semplicemente, nella capacità di sviluppare tecnologia ed innestarla nei processi produttivi. Tanto più che non è più possibile appoggiarsi comodamente sulle scorciatoie di sovvenzioni pubbliche o di un costo del lavoro più competitivo rispetto a quello dei concorrenti. Quella della ricerca è, senza alternative, la strada che deve imboccare il nostro Paese.

Sta qui l’attualità del volume e l’urgenza degli interventi che delinea. Ed è tutto qui il vero e proprio ‘salto culturale’ che va compiuto al più presto. I dati contenuti nel primo capitolo delineano, infatti, una situazione molto complicata, un’ennesima anomalia Italia. Siamo ultimi per intensità di spesa in ricerca e sviluppo (e cioè nel rapporto tra il valore della spesa per ricerca e PIL), le risorse sono essenzialmente pubbliche, le nostre imprese fanno ricerca meno delle loro omologhe europee. Il riflesso di tutto questo in termini di capitale umano è evidente. I 118 mila ricercatori italiani si comparano ai 360 mila della Germania e ai 660 mila del Giappone. Il numero dei dottorandi del nostro Paese è 34 mila a fronte dei quasi 200 mila tedeschi. Le pubblicazioni scientifiche ‘italiane’ sono il 4.7% di quelle mondiali, quelle del Regno Unito e della Germani il 7.0% e 7.6% rispettivamente (a fronte, tuttavia, di un’elevata qualità dei nostri ricercatori e della loro produttività, testimoniata dagli indicatori relativi alla qualità delle pubblicazioni). E, ancora, i brevetti italiani depositati all’Ufficio Europeo Brevetti sono il 3.5%, quelli tedeschi il 20.1%, con il nostro Paese che ha la minore produzione di brevetti per abitante.

Questi alcuni dei dati raccolti da Bianco e D’Anselmi in questo volume agile ed acuto. Numeri che parlano di una ricerca pubblica che sostanzialmente tiene, dell’esistenza di sacche potenziali ed ancora inespresse di ricerca privata, di una conseguente complessiva insufficienza nell’investimento e, più di tutto, di una trasmissione dei risultati della ricerca nel circuito dell’economia che è ancora troppo poca e troppo lenta.

Il tutto, ovviamente, mostra la corda al momento in cui, nella competizione globale, il modello dello “sviluppo senza ricerca” è definitivamente tramontato. Per questo nuovo scenario c’è bisogno di una politica per la ricerca tutta diversa, che coinvolga l’insieme degli stakeholder.

Prima di tutto una politica che sia pienamente assunta da un livello politico che deve esserne il motore propulsore, con convinzione. Ma, subito dopo, la pubblica amministrazione e i privati che non vedono e non utilizzano gli ambiti di ricerca già oggi disponibili, imprigionati in esiziali canne d’organo che ostacolano la multidisciplinarietà. Non solo, è anche la comunità scientifica a dover cambiare, per non aver saputo sviluppare un dialogo con le istituzioni capace di far capire l’importanza di investire in quel settore.

Nell’analisi di Bianco e Anselmi non ci sono, insomma, singoli capri espiatori quanto, piuttosto, un’equilibrata analisi della situazione e il senso ultimo di una responsabilità collettiva condivisa e di una altrettanto condivisa necessità di azione.

Individuati i dati e le forze in campo, il volume passa, infatti, a delineare le proposte per raggiungere l’obiettivo di ‘agganciare’ l’Europa su questo terreno. Ci vuole, innanzitutto, un piano di lungo periodo – almeno a 10 anni – dotato di risorse definite ed obiettivi chiari. Va poi valorizzata la figura del ricercatore e ne va allineato il numero a quello degli altri Stati con cui competiamo. In parallelo si debbono aumentare le infrastrutture di ricerca e migliorare la qualità e la frequenza dell’interazione tra pubblico-privato. Per fare questo va ‘depoliticizzata’ la ricerca, aumentati i margini di autonomia di Università e altri Centri, lasciato libero gioco alla valutazione.

A tutto questo va affiancato un lavoro da fare sul piano culturale con le imprese, che “porti ad interiorizzare la necessità di ricerca e innovazione”: facendo emergere a loro interno delle strutture formalizzate dedicate alla ricerca, facilitando la formazione di risorse umane di alta qualificazione, sostenendo gli investimenti in ricerca. Medesimo processo va avviato in una PA che ha troppo spesso un rapporto distante con la ricerca e la tecnologia.

Il tutto va inquadrato in una modifica radicale del sistema della governance. Prima di tutto superando l’attuale suddivisione di competenze tra livello regionale e livello statale, per “attuare un federalismo che assicuri coerenza e coordinamento tra politiche nazionali e regionali della ricerca” e creando, poi, una Cabina di Regia presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri che sia competente nelle attività di indirizzo.

Sono solo alcune delle piste di lavoro di un libro molto interessante e che guida il lettore con linguaggio chiaro nel mondo della Ricerca, nei suoi problemi, nelle sue potenzialità. E lo fa con un obiettivo ben preciso: combattere il dubbio che ”la ricerca scientifica nelle menti degli italiani prenda le forme di alambicchi e particelle; di qualcosa confinato a una ristretta cerchia di esperti; che poco possa avere a che fare con il miglioramento della vita civile”.