“Industrie creative, il tema centrale è la formazione”. Intervista a Nerina Di Nunzio (Ied)

Tredicesima puntata del nostro viaggio alla scoperta delle industrie creative di Roma e del Lazio. Ogni settimana un focus e un’intervista a un protagonista della scena creativa locale per conoscere meglio il settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora e quel che fa. Per far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne la crescita e lo sviluppo.

«A Roma mancano soprattutto i romani. Non rispondono all’appello. Manca la loro voglia di difendere questa città». È questa l’opinione di Nerina di Nunzio, da poco più di sei mesi nuova direttrice dello IED di Roma, l’Istituto Europeo del Design che in città conta 1.500 iscritti e 500 docenti, dislocati su tre sedi tra Testaccio, via Casilina, via Alcamo, per un totale di diecimila metri quadri di aule, laboratori, giardini.

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Nerina, l’Istituto Europeo del Design di Roma è un luogo importante della formazione creativa, con quale percorso ci sei arrivata?

Diciamo che il mio è un itinerario professionale un po’ anomalo. Ho frequentato il Liceo classico e mi sono laureata in Giurisprudenza. Ma non mi sono fermata lì. Ho preparato il concorso in magistratura, sono diventata avvocato e quindi mamma. Il mio primo lavoro? Alla Luiss Guido Carli, in un corso di Management in cui ero tutor di Marketing territoriale. Lì ho maturato l’idea che le città potessero “parlare” anche grazie a servizi basati sull’arte così come i musei piuttosto che con altre vocazioni di genius loci.

E dopo la Luiss?

Da lì sono passata a Tim dove ho incontrato il mondo delle tele-comunicazioni, allora in cambiamento. Dopo due anni sono andata a lavorare al Gambero Rosso quando c’era ancora Stefano Bonilli e ci sono rimasta 7 anni, durante i quali ho fatto tutto il percorso, da Responsabile Marketing a Direttore del Master in Giornalismo enogastronomico, ho lanciato il Gambero americano per poi occuparmi dei Road Show dei produttori di vino italiano all’estero. Dopo aver fatto tutto il possibile anche la Responsabile della Vendita dei Prodotti Editoriali in Italia e all’Estero, ho deciso di lasciare e di fondare una mia società di consulenza: Food Confidential, che da allora mi accompagna. Una società che offre servizi di marketing digitale, social media strategy, formazione e ufficio stampa alle aziende che si occupano esclusivamente di Food. Nel frattempo ho lavorato in Condè Nast a Milano per due anni, che a riviste storiche come Vanity Fair e Vogue, aveva aggiunto La Cucina Italiana, quella antica con la scritta nera del 1929, per creare un lato experience di eventi, scuole, corsi che potesse essere gestito da qualcuno che conoscesse la materia. E, finalmente, l’approdo alla IED.

Lo IED è una sorta di piccola multinazionale della creatività. Nata in Italia, oggi ha alcune sedi in giro per il mondo. Ci dici qualcosa della sua filosofia, di quelle che secondo te sono le ragioni della sua fortuna?

Si, lo IED è una storia italiana interessante. È nato qui in Italia ed oggi ha sedi in tutto il mondo. La sua “filosofia”, che condivido, è che la conoscenza va di pari passo con il “saper fare”. L’idea di Francesco Morelli è stata aprire una scuola a tutti, senza barriere d’ingresso, dove però si è chiamati tutti i giorni a provare la propria creatività mettendo le mani “nel” lavoro. Un’altra grande idea di Morelli è stata di prendere solo professionisti. Qui dentro è difficile trovare un accademico che nella vita insegni solamente. C’è solo gente inserita nel mondo del lavoro, che sta nel mercato e fa grande fatica e uno sforzo per ritagliarsi del tempo per insegnare. E lo fa perché ha il fuoco sacro. I ragazzi sono perciò direttamente in contatto con professionisti che sono nelle aziende tutti i giorni e raccontano loro la vita vera, con i suoi problemi e quel che serve per lavorare e portare avanti un progetto fino alla soglia del mercato, che è poi quel che conta. Ed è una vera rete. Noi undici direttori abbiamo una chat nella quale ci confrontiamo tutti i giorni senza filtri, un canale sempre aperto. Le sedi sono tutte connesse, tutte sullo stesso piano e importanti allo stesso modo. Uno studente può iniziare a Roma ma finire il suo percorso a San Paolo. O fare sei mesi in un posto e tornare indietro. Lo studente, in teoria, s’iscrive a una scuola mondiale. L’altro giorno pensavo ad un ipotetico sistema di biblioteche nelle 11 sedi, in cui ovunque si va si ha accesso a libri, video e contenuti, attraverso la digitalizzazione ma anche in modo fisico. Non sarebbe stupendo? Forse un giorno ci riusciremo. In Giappone c’è T Site, un luogo meraviglioso, anche per il design perché si tratta di cubi di vetro collocati in un quartiere lussosissimo di Tokyo, bellissima, in cui ogni libreria ha un tema: design, moda, sport, tutte le riviste o i libri del mondo su quello specifico argomento e oltre a comprarli puoi anche sfogliarli bevendoti un caffè… Lo IED potrebbe fare la più grande biblioteca esistente in Italia e anche catalogare tutti i lavori di moda prodotti e realizzati dagli studenti… Le caratteristiche vincenti di IED sono saper fare, network e professionisti del settore per docenti.

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Lo IED, dunque, prepara a diverse tipologie di lavori creativi. In che modo e come sta cambiando la formazione creativa? In che modo aiutate i vostri studenti a rafforzare le loro competenze in materia d’impresa? State lavorando su questo?

Ormai i comportamenti nella formazione sono nuovi in tutto il mondo e stanno rivoluzionando l’insegnamento. Non c’è più l’insegnamento frontale, ma relazioni a tu per tu in cui il docente dev’esser sempre pronto a rispondere. Questo dobbiamo offrire, non un sapere calato dall’alto. Per questo cerchiamo di insegnare nei laboratori e fuori dalla scuola, non più dentro le classi. E in questo modo di contaminare il territorio della città. Si può fare benissimo una lezione in un museo, ma anche in modo itinerante. Per fotografia e arti visive ho inserito un corso di Street Photography, con un professionista che ha portato i ragazzi in giro per la città a guardare la strada, osservare i passanti, chiedere il permesso per fotografare ma anche rubare la foto in modo da affrontare così tutta la gamma dei problemi, dei punti di vista e offrire agli allievi la più vasta visione sul genere. I creativi che formiamo sono multidisciplinari, parlano inglese, sono capaci di prendersi le loro responsabilità, tanto che molti di coloro che escono da qui danno vita alla propria azienda mettendosi in gioco in prima persona. Formiamo persone in grado di camminare con le proprie gambe nel mondo dell’impresa o di avviare la propria startup. Che non è poi male, visto il mondo come sta evolvendo. La carriera del posto fisso con cartellino non la auguriamo più a nessuno…

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La formazione creativa è, oggi, al centro di un dibattito molto ampio, che trascende la creatività in senso stretto. Diversi studi dicono che solo chi è abituato a pensare creativamente riuscirà a competere nei mercati del lavoro del futuro. Come vedi questo passaggio? Entra in qualche modo nella riflessione dello IED?

Lo IED si confronta costantemente con il mondo del lavoro. L’approccio creativo, del resto, è l’unico modo per ovviare alla disoccupazione e alle questioni finanziarie ed economiche che stanno facendo soffrire i paesi. Anche il mio caso personale è emblematico: cerca di capire quel che ti sta succedendo intorno per inserirti con qualcosa che t’appartiene, non per sbarcare il lunario. La tua strada, il tuo talento, la tua creatività deve coincidere con l’offerta, l’esigenza e il movimento del mercato in quel momento. Oggi non puoi più dire “faccio questo lavoro, punto”. Perché ti verrà richiesto di fare il tuo ma anche il lavoro di qualcun altro. La creatività è così: faccio il mio ma aggiungo alla mia capacità un valore aggiunto, la coscienza che devo saper fare anche altro. Non c’è più una comfort zone. La creatività è esattamente la capacità di uscire dalle zone protette e di vivere mettendo le difficoltà al servizio della propria carriera. La creatività è una dote che va coltivata. Solo così si potrà gettare il cuore oltre l’ostacolo. Esercizio, ginnastica mentale. Questo è tutto.

E qual è la dinamica formativa nell’ambito delle industrie creative?  

Quello della formazione è a mio avviso un tema centrale. Un po’ in tutto il mondo la questione è come rifare l’istruzione e come rifarla ispirandosi alla creatività. I lavori del futuro non sono ancora stati inventati e chi è abituato a pensare in maniera creativa ha più possibilità di lavoro. Con uno slogan si potrebbe dire: “New skills for new jobs”.  E lo IED vuole stare su questa linea: significa laboratori ipertecnologici e nuovi strumenti, significa FAB LAB, significa le tavolette cintiq per la scuola di moda. Creatività applicata alla competenza tecnica. Questo è il profilo richiesto oggi dal mondo del lavoro: designer che sappiano progettare e fare, concretamente.

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Lo IED è dentro a tante realtà di Roma: artistiche, industriali, istituzionali, . Quale è la sua relazione con la città e in che modo partecipa alla sua trasformazione?

La filosofia della scuola è riconnettersi al territorio, lavorare con la città, fare entrare la città dentro l’università e viceversa. Stiamo lavorando su tutti i fronti. Le istituzioni, prima di tutto. Poi l’idea è davvero quella di partecipare con tutti gli attori che son importanti per la città. Personalmente ho una predilezione per l’internazionale, quindi abbiamo aperto a molti incontri con le ambasciate, Pakistan, Lettonia, Israele, con la Cina che è un paese importantissimo. Sono molto interessata alla Fao perché m’interessa il tema del cibo come aspetto sociale e attenti come il World Food Programme e la Fao non c’è nessun altro. Guardo con molto interesse al lavoro di NuFactory, player grandissimo nell’Arte contemporanea e che per noi è un tema aperto quanto fondamentale. Ho avviato rapporti con il MAXXI, che dovrebbe essere nostro partner nel Master di Arts Management, ho riattivato quelli personali con Civita, la stessa Zétema, altro grande attore della città. Ho voglia d’avere rapporti con i Musei, le installazioni, le performances. Vorrei trasformare la mostra dei lavori degli studenti di fine anno in un evento vero e proprio dentro la città, disseminandone il percorso dei loro lavori. I nostri progetti sono tutti su larga scala, dal consumer al sociale, e la notizia interessante è che i ragazzi scelgono sempre più progetti a sfondo sociale: da un progetto quasi filosofico per la Montessori a un lavoro con Touring Club, Legambiente e Roma Openhouse per il Grande Raccordo Anulare delle biciclette. Vogliamo contaminare la città e lavorare per Roma. Abbiamo realizzato di recente una webseries sulle maestranze del Teatro dell’Opera di Roma, e in sette puntate si segue la vita d’un violinista, di un violoncellista, un pianista. Come si muove, come inizia la sua giornata fino a come mette in scena lo spettacolo, da dove parte. Ora stiamo cercando un produttore, il progetto è stato premiato e ci piacerebbe vederlo su Rai5 o SkyArte.

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Roma è città creativa oppure le manca qualcosa per esserlo in modo pieno?

A Roma, purtroppo, mancano i romani. Non sono reattivi. Eppure Roma è culla di civiltà, di storia, anche molto creativa. Però se facciamo un confronto, non con Milano ma per esempio con Napoli, che è cambiata. Da dieci anni a questa parte è un’altra città. Non è perfetta, ma i napoletani si prendono cura dei loro quartieri, delle attività del terziario, si stanno internazionalizzando. I romani no. A Roma manca la voglia di difendere la città. Il romano è deluso, è annoiato.

E rispetto ad altre capitali europee come ne esce nel confronto? Se dovessi indicare una città da emulare quale sceglieresti e perché?

Una città internazionale è sicuramente Barcellona. Roma è ancora indietro. E non per mancanza di contenuti, che ci sono. Ci sono eventi, belle mostre, grandi ospiti, le manca però la capacità di comunicare il positivo. Di Roma esce solo l’aspetto negativo. L’idea che se ne ha fuori non è molto buona. Faccio molta fatica a dire allo studente vieni a viver qui, perché questo è un bel luogo dove stare. Sceglie Milano. Dove ci sono eventi internazionali come il Salone del Mobile, la Milano Fashion Week. Qual è per esempio l’evento internazionale che posiziona Roma? È difficile poterlo dire, così com’è difficile tradurre Roma allo straniero. Oltre alla Città Eterna, al Colosseo, a questa immagine un po’ retrò dei vecchi film non c’è altro. C’è un problema strutturale di comunicazione e di marketing territoriale. Non facciamo sistema tra noi e quindi non esce un’immagine compatta, ma solo piccole cose. E frammentarie. L’Estate romana è stata densa di iniziative, ma è stata comunicata male e la gente non vi ha partecipato. Resta una città sempre molto chiusa. Noi la vogliamo aperta, luminosa, giovane e vibrante come potrebbe essere e stiamo lavorando in questo senso.

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Le città più dinamiche del Pianeta sono quelle con una classe creativa forte. Come vedi Roma in questo senso?

Una classe creativa c’è. Si muove il mondo delle startup, ad esempio, quello dei poli tecnologici. Lo fa comunque ma in maniera scomposta e non emerge. Noi vogliamo fare qualcosa.

Intendi gli stakeholder?

Si, penso a noi come IED, insieme agli altri. Potremmo promuovere questo mondo creativo. Forse anche il lavoro che fanno le stesse scuole. Sono stata a degli incontri delle università private ma è ancora difficile fare squadra. Ora è arrivato il momento di riuscirci. E di uscire dall’isolamento.

Insieme a chi? C’è qualche altro soggetto interessante

Ad esempio le persone che si sono inventate Outdoor a Via Guido Reni sono bravissime. Quanto alle realtà territoriali, qui vicino c’è il Pigneto che sta vivendo un bel momento. Ci sono molte persone della cinematografia italiana, molti registi e autori che vivono lì. C’è stato poi il fenomeno dell’ex Dogana, che ha funzionato benissimo e continua a funzionare. Vedo stimoli interessanti anche nel mondo universitario: ad aprile ci sarà un bellissimo evento organizzato dalla Sapienza che si chiamerà Design for Next dove IED Roma sarà parte attiva e in cui interverranno personaggi da tutto il mondo, con eventi internazionali. Poi ci sono i grandi spazi della cultura: l’Auditorium, il MAXXI. Sicuramente c’è un tessuto poco connesso. Noi ci vogliamo impegnare a migliorare la situazione.

Ed in questo senso su quali settori punteresti? Ne indichi almeno tre in cui Roma ha o potrebbe avere un vantaggio competitivo?

Sicuramente i primi due settori su cui puntare sono l’Arte e il Cinema, inteso come filiera video, televisione, web. Poi le potenzialità del mondo del lusso: quello vero, non di facciata, quello al alto rapporto qualità/prezzo, sia sui prodotti sia sui servizi, di turismo e di offerta generale. Ma anche gioielleria, fashion. Ci sono piccoli artigiani con delle botteghe strepitose che si trovano in centro e che realizzano prodotti unici, una scuola di oreficeria molto antica. Poi il un altro settore che vedo vitale per forza è quello del cibo. Sono nati tanti nuovi luoghi, c’è tanto artigianato di livello, c’è il fenomeno recente del Mercato Centrale alla Stazione Termini, che da Firenze è diventato romano. Lì abbiamo fatto la nostra festa di Natale, e su ottanta dipendenti settanta non ne erano a conoscenza. Soprattutto non conoscevano la filosofia di base: lì dentro c’è il meglio di tutto.

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E il settore pubblico cosa potrebbe fare per sostenere la creatività? Fa già qualcosa, potrebbe fare di più?

A me è piaciuto tantissimo il lavoro di Lazio Creativo, siamo anche partner, ed è bello e utile rilevare che c’è una percentuale così alta di aziende creative, che esiste una statistica e si possono portare idee, numeri alla mano, per dire che qui il terreno è fervido. Le istituzioni tuttavia potrebbero fare molto, penso ad esempio all’offerta di spazi. Ci sono moltissimi spazi inutilizzati che potrebbero essere attivati per farci lavorare le persone. E secondo me ci sono spazi di business importanti nel settore del co-working. Nessuna azienda ormai può più permettersi oggi di comprare un ufficio, pagare un affitto, tenerci dentro delle macchine, fare la manutenzione. Gli spazi ci sono, allestiamoli e diamo la possibilità ai giovani, alle aziende, alle startup che non sanno dove andare di mettersi insieme, avere una scrivania perché il luogo è importante…

Mettiti nei panni del Sindaco, indica tre mosse per mettere Roma nelle condizioni di essere una città creativa a tutti gli effetti. Cosa faresti e da dove cominceresti?

Farei innanzitutto questo: concederei spazi a disposizione di persone che vogliono lavorare. Costerebbe poco ma offrirebbe un’opportunità a molti per iniziare. In cambio si possono ottenere delle cose anche sotto forma di servizi. Immagina delle aziende che invece di pagare l’affitto restituiscono al Comune i loro servizi, a partire da quello creativo, grafico, di comunicazione e così via. Un do ut des meraviglioso. La seconda questione ad affrontare è il trasporto pubblico, che va risolto assolutamente. È un problema che patisco personalmente, perché sono passata da Milano, dove stavo benissimo e andavo al lavoro in bicicletta, ad una città dove è impossibile spostarsi da una parte all’altra. E non è un aspetto secondario. Da ultimo, promuoverei corsi per i cittadini di educazione civica come si faceva una volta a scuola. Ne farei materia obbligatoria nelle scuole, nelle aziende, ovunque, per spiegare cosa si deve fare. Per essere cittadini attivi e non passivi.

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