Alta Moda, Ferrari e 500: una storia romana

Questo articolo è stato pubblicato nel mio blog su Huffington Post il 3 febbraio. 

Si è chiusa un’altra edizione di Alta Roma: la settimana della moda organizzata, due volte l’anno, con il sostegno di Comune, Regione e Camera di Commercio. E anche questa edizione, sulla carta almeno, ha avuto buoni risultati: la stampa aumenta la sua attenzione, stilisti tornano a scegliere Roma per sfilare, giovani emergenti si fanno strada, gli spazi di Guido Reni sono probabilmente i più adatti tra quelli utilizzati negli ultimi anni.

Sul tutto continua ad aleggiare, però, un insopprimibile odore di occasione persa, come a dire (e si dice) “avete una Ferrari e la trattate come una scalcagnata 500”. Ed effettivamente Alta Roma è, per molti versi, una metafora di quel che accade a Roma in questi anni, del potenziale che stiamo dissipando. Proprio per questo, al di là di marchi, sfilate e glamour, è interessante guardarla.

Più d’uno, infatti, i nostri punti di forza. Pensiamo prima di tutto al brand Roma – che potrebbe aprire le porte del mondo – e al connubio tra la nostra città e la moda. Investire in questo settore non è scegliere una vocazione “artificiale”, Roma è “nella” moda e nel suo immaginario. Siamo immersi in una tradizione fatta di cultura e di lavoro.

Ci sono, poi, le persone. In Silvia Venturini Fendi Alta Roma ha una presidente che ha contatti in tutto il mondo da mettere a disposizione e una certa ostinazione nel voler valorizzare la città attraverso la moda. Non è sola. C’è, insieme a lei, anche una pattuglia di donne e uomini che si sono fatti largo ai più alti livelli internazionali e che seguirebbero con attenzione un programma per riportare Roma nella serie A in questo settore: penso a persone come Raffaello Napoleone e Pier Paolo Piccioli, Frida Giannini, Alessandro Michele, Giambattista Valli, Maria Grazia Chiuri. E si potrebbe continuare.

Il terzo elemento sono le imprese. Oltre ai grandi marchi legati al capitale internazionale – da Fendi, a Valentino, a Gucci – ci sono realtà rimaste saldamente romane come Balestra e Gattinoni insieme a un pulviscolo di imprese più piccole, spesso artigianali e di grande talento. Ci sono, infine, le scuole e le Accademie di moda, luoghi spesso poco conosciuti nella topografia cittadina, che continuano, però, a sfornare talenti creativi, artigiani e professionali che le imprese letteralmente si contendono.

Brand cittadino. Tradizione. Persone. Imprese. Sistema di formazione. C’è tutto perché – in un mondo in cui da New York a Parigi, da Milano a Firenze, da Tel Aviv a Berlino, le città più dinamiche puntano sulle Fashion week – anche Roma scelga la moda come uno degli asset su cui investire.

Per farlo ci vuole anche una politica che costruisca, partendo dalle sfilate, una vera e propria strategia per la moda: che vada dal sostegno alle imprese al turismo, dalla formazione delle nuove professioni creative alla comunicazione. Ed è invece proprio qui, in questo punto nevralgico, che il cocktail servito a Roma è micidiale. Molti degli elementi di incertezza in cui ha dovuto navigare (e naviga) Alta Roma sono legati ai backs and forths della politica.

In un copione che dura da almeno otto anni, si inseguono finanziamenti che non arrivano, si assiste a assemblee e consigli di amministrazione paralizzati, ci si ritrova con istituzioni promotrici che non solo non fanno sistema, ma non si parlano. In un panorama che ha visto solo la continua e convinta posizione di sostegno di Nicola Zingaretti, prima alla Provincia e oggi alla Regione, tutti gli altri attori sono stati ondivaghi.

Come se – quando in tutto il mondo la politica si occupa di industrie creative – investire sulla moda fosse una scelta “frivola”, un vezzo. Ed è questa scarsa continuità ad aver allontanato sponsor e possibilità di crescita, ad aver svuotato di tutto il suo potenziale l’intelligente intuizione del Mise di investire su Alta Roma in un’ottica di internazionalizzazione dell’industria creativa italiana, ad aver impedito al potenziale di entrare a regime.

Che fare? Mi limito a tre punti di buon senso.

Prima di tutto c’è bisogno di un documento strategico che faccia capire in maniera chiara le ricadute sulla città della manifestazione e del settore: quelle economiche e quelle d’immagine, quelle di oggi e quelle in prospettiva. Attorno a questi dati si disperderebbe l’idea, tutta sbagliata, secondo cui parlare di moda è parlare di elite e si capirebbe, invece, che si sta parlando di economia, di indotto, di lavoro.

Poi va individuato un organismo di indirizzo su Alta Roma in cui siedano Mise, Regione, Comune di Roma e Camera di Commercio, che riprenda quel filo di qualità che aveva convinto una personalità come Franca Sozzani a entrare nel consiglio di amministrazione della società. Ognuno degli stakeholder si impegni, in maniera esplicita, su un piano triennale. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. E, su queste basi, si cominci, in collaborazione tra i soci, una campagna di ricerca di sponsor e altri partner: pubblici e privati.

La terza cosa è definire un calendario della manifestazione che promuova e sostenga anche i talenti della città e della Regione. Alta Roma si radichi ancor di più nel territorio, diventi una vetrina di quel che a Roma e nel Lazio si produce, sia volano di dialogo con altri mondi creativi della città e della Regione. A partire dall’arte contemporanea, sino al design, dal teatro e il cinema sino alla gastronomia.

In una prospettiva che vede Alta Roma come momento di visibilità di tutto il comparto, si potrebbe continuare la lista. Penso, per esempio, a come utilizzare le risorse europee per favorire la nascita di startup in questo settore o ancora alla creazione di spazi per far conoscere la storia passata e il potenziale futuro del settore.

C’è un punto chiave, però. Va modificato il dialogo tra mondo della creatività e istituzioni. Trovo molto indicativo, per esempio, che nell’ambito di questa edizione si sia discusso del futuro creativo di Roma senza ci fosse un’amministrazione presente. Dice, infatti, senza possibilità di smentita, quale sia la situazione attuale. Da un lato i creativi, dall’altro la pubblica amministrazione: due separati in casa.

E invece va costruito un rapporto di fiducia ed è proprio una società finanziata con risorse pubbliche come Alta Roma che dovrebbe contribuire a costruirlo. Semplicemente perché senza fiducia il “partenariato” rimane una parola vuota, che nasconde solo un finanziamento pubblico ad un’iniziativa privata. Sarebbe un vulnus intollerabile alla possibilità di costruire un ambiente creativo a Roma ed il miglior viatico perché, anche l’anno prossimo si parli di “Ferrari” e di “500”.

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