Una vita “da copertina”. Intervista a Riccardo Falcinelli

Quattordicesima puntata del nostro viaggio alla scoperta delle industrie creative di Roma e del Lazio. Ogni settimana un focus e un’intervista a un protagonista della scena creativa locale per conoscere meglio il settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora e quel che fa. Per far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne la crescita e lo sviluppo.

Il più delle volte senza saperlo, già lo conosciamo e ci ritroviamo anche delle sue opere in casa. Riccardo Falcinelli (1973) è da qualche anno ormai, uno dei più importanti grafici editoriali italiani, l’autore delle copertine di collane come Einaudi Stile Libero e per anni il “timbro” di una casa editrice innovativa come minimum fax. Lo incontriamo nel suo studio alla Garbatella. Quattro stanze – “era casa mia sino a qualche tempo fa” – in cui tra computer e libri, lavorano altre 3 persone: gli Happy Few di Falcinelli & Co., la società fondata da Riccardo nel 2011.

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Riccardo, sei uno dei grafici editoriali più attenti, ascoltati e considerati nel panorama nazionale. Non solo come operatore e come professionista ma, se si può dire, anche in qualità di opinionista di questo settore. Ci racconti la tua storia e i punti di svolta della tua carriera?

Come per molte storie c’è sempre qualcosa di casuale. Sin dall’adolescenza avevo in mente di diventare disegnatore di cartoni animati. Avevo una certa ostinazione ed è così che, finito il liceo, convinsi i miei genitori a farmi studiare a Londra, alla Central St. Martins, in quel momento una delle migliori scuole nel campo. Sono stati due anni molto interessanti, ma ad un certo punto ho capito che preferivo continuare gli studi in Italia, nel frattempo mi ero infatti iscritto a lettere, un po’ per passione un po’ perché era l’unico modo per rimandare il servizio militare. Così torno a Roma e comincio anche a collaborare con lo studio di Ferro Piludu, all’epoca tra i più interessanti (il Gruppo Artigiano Ricerche Visive ndr.). Alla fine mi sono laureato in Lettere con una tesi di teoria della letteratura sui rapporti tra romanzi e grafica dal Rinascimento a oggi. Tenendo insieme un po’ tutto.

Quindi da subito ci sono letteratura e disegno…

Sì. E l’editoria. Perché in quegli anni cominciai a lavorare anche come grafico per l’ADN Kronos libri. Anni intensi in cui la vita era divisa in tre parti. Lo studio universitario, lo stage da Piludu e il lavoro all’ADN.

E la voglia di occuparsi solo di libri come arriva?

La scintilla fu un workshop con un Art Director della Penguin incontrato a Londra. Fu una folgorazione: lì ho capito che i libri erano davvero qualcosa di mio. Nel rendere questa intuizione qualcosa di più concreto giocò – e gioca – un ruolo una persona che mi presentò proprio Ferro: era Severino Cesari che aveva lavorato allo studio come copy e che aveva appena inventato insieme a Paolo Repetti Einaudi Stile Libero. Poi nel 1999 mandai un mio graphic novel a minimum fax, Cardiaferrania scritto con Marta Poggi – e da lì è nata un’altra collaborazione importante. minimum fax era, allora, una piccola casa editrice romana e in qualche modo siamo cresciuti insieme. Grazie al passaparola cominciavo ad allargare i miei clienti e dopo anni da consulente, finalmente, nel 2011, creo questo studio esclusivamente specializzato in grafica editoriale, Falcinelli&Co: una piccola realtà artigianale che inventa circa 300 copertine l’anno. Ed è così che oggi, oltre che per Einaudi, facciamo libri per Laterza, Carocci, e altre case editrici, oltre ad una collaborazione come quella con Pagina99.

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Ti sei formato con Ferro Piludu, figura leggendaria della comunicazione, romana. Puoi dirci qualcosa di lui e della tua esperienza lavorativa con lui?

Se dovessi scegliere un termine per definire Ferro direi severo. Molto severo. Rigoroso. “Il vero maestro”, di quelli che ti danno delle regole che ritrovi tue anche senza accorgertene. A ripensarci oggi quello che caratterizzava l’esperienza dello studio era l’essere per molti versi una sorta di “Bottega culturale”. Quello studio in Via dei Gracchi era prima di tutto un via vai di scrittori, pittori, registi, architetti, un luogo di confronto culturale. L’aspetto commerciale era presente ma non prioritario. Certo, c’erano grandi aziende tra i nostri clienti, si facevano tutte le classiche attività di comunicazione, ma era come se tutto questo non fosse il principale obiettivo del Gruppo Artigiano, che era invece prettamente culturale. Ecco, penso che oltre alle nozioni tecniche, al modo di condurre il mio lavoro, parte di quel gusto ancora mi rimanga, quell’idea di “bottega” è forse una delle cose di quella vicenda che mi porto più dentro. E, devo dirti, è una bella eredità.

Se dovessi tracciare le principali influenze sul tuo lavoro?

Non so se sia corretto parlare di “influenza”. Se devo essere sincero generalmente la mia fonte di ispirazione prioritaria sono cinema, teatro, fumetti. Altro, insomma, dalla grafica editoriale in senso stretto. Se devo pensare ai lavori che ho guardato e guardo con interesse il primo nome che mi viene in mente è quello di Bruno Munari. Sicuramente è lui la prima influenza che ho avuto nella mia carriera. In Italia ho guardato sempre con grande attenzione al lavoro di Pierluigi Cerri, mentre tra i più recenti due nomi che a me sembrano molto interessanti sono quelli di Giacomo Callo e della più giovane Alice Beniero. Ma a Roma c’era poi un altro grande maestro della grafica editoriale, Giovanni Lussu che aveva disegnato tutti i libri per l’Unità, all’epoca in cui gli allegati ai giornali erano un regalo e non si pagavano in più. Anche Giovanni è stata una figura fondamentale, la mia formazione teorica in ambito di tipografia e l’interesse per gli aspetti “scientifici” della grafica, li devo a lui e alla possibilità di attingere alla sua sconfinata biblioteca.

E tra gli stranieri?

 Guarda, con le differenze del caso, tra gli stranieri i nomi che per primi mi vengono in mente sono quelli di Chipp Kidd e Peter Mendelsund. Dico con le differenze del caso perché nei paesi anglosassoni – tranne gloriose eccezioni – non si fanno collane. È più una produzione fatta di one shot, mentre invece la collanologia in Italia è molto forte e richiesta.

Cosa pensi della grafica editoriale e di come sta evolvendo in Italia?

Per molti versi è difficile poterlo dire. Negli ultimi anni il libro sembrava entrato in una sorta di spirale negativa, di parabola discendente. E invece gli ultimi numeri ci dicono che non è così, che il libro non solo resiste ma cresce, che i lettori forti ‘tengono’. E secondo me in questo successo ha contato molto la copertina. Molti comprano libri anche per le copertine. I libri sono sempre più anche oggetti che debbono essere belli, che entrano a far parte delle nostre case. Non solo i libri resistono, quindi, ma resistono quelli di qualità. Sempre più viene premiato il libro curato, che ha una buona fattura, editoriale e grafica.

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Uno spazio sempre maggiore per la grafica, quindi?

Sì, anche perché, stretto tra la scelta di affidarsi a grafici “generici” e lavorare in house, quello dei grafici editoriali puri è oggi un piccolo, piccolissimo, mondo. Siamo forse 4-5 in Italia ad aver scelto di fare i grafici specializzati in editoria trade (cioè quella che troviamo in librerie come Feltrinelli). Penso a realtà come Polystudio di Francesco Messina, Chialab di Beppe Chia, o Studio xy di Mario Piazza. Mentre che io sappia a Roma e nel Lazio in questo momento ci siamo solo noi. Anche perché c’è una vera e propria specificità richiesta per fare bene questo mestiere: bisogna leggere tanto. Devi essere al corrente di quello che accade nel mondo dei libri. Devi legare tra loro gli scrittori, devi contestualizzarli nel loro tempo e in quello attuale. Aiuta molto avere un quadro del mondo della letteratura mentre – in generale, almeno – sono pochi i “lettori forti” tra gli studenti di design.

Tu sei anche un professore all’ISIA, come vedi in questo senso l’evoluzione della formazione sui temi di grafica e comunicazione in questi anni?

 L’insegnamento è tra le cose che mi appassiona di più. Perché da senso alla vita. Voglio dire: quando dopo pochi anni arrivano i tuoi ex studenti e ti dicono “grazie” senti che hai fatto qualcosa di importante. Il dramma dei nostri tempi è sentire troppo spesso che niente serve a niente, che nulla cambia nulla. Insegnare ti da invece la prova che si possono cambiare le cose, che si può aiutare gli altri e che puoi lasciare un’eredità di quello che hai imparato. E poi lavorare coi ragazzi è divertente. Non è vero che sono demotivati. Certo essendo tantissimi c’è una maggioranza che studia perché deve, ma gli appassionati veri ci sono. E poi insegnare mi permette di riflettere su quello che faccio quotidianamente. È una verifica. All’Isia insegno percezione visiva applicata al design e siamo stati anche la prima scuola a introdurre dei rudimenti di neuroscienze in questo campo all’interno del corso di studi. La risposta dei ragazzi è stata molto positiva. Alle volte dicono che è impegnativo ma i risultati sono davvero buoni. Ecco, mi pare, che questo della multidisciplinarietà sia uno dei campi più interessanti del nuovo modo di insegnare comunicazione, grafica, design.

Passiamo più in generale alla valutazione sullo stato della creatività nella nostra città. Cosa vedi muoversi?

Roma mi appare oggi come una città in stallo. In questi anni ha perso l’energia che percepivo qualche anno fa. Negli ultimi anni dell’Università ricordo un clima molto positivo, ma anche nelle prime esperienze lavorative. Ho curato la parte editoriale della Festa del Cinema nei suoi primi anni e quando andavo all’Auditorium avevo la sensazione che stessero accadendo delle cose, che fossimo un organismo in movimento, in evoluzione. Oggi la situazione è ferma. Come se ci fosse poco interesse per la cultura. E questa offerta culturale così per certi versi povera stride con la monumentalità della città: quella antica ma anche quella moderna, basta pensare al Maxxi.

Dimmi di luoghi che secondo te possono essere emblematici delle potenzialità della città dal punto di vista delle industrie creative?

Ritengo che spazi ce ne siano molti. Il punto, oggi, è renderli vivi e superare la loro dimensione esclusivamente museale. Penso a questi spazi come luoghi di produzione di cultura. Immagina a quanto Maxxi e Macro potrebbero fare per aprire lo sguardo di Roma sulla contemporaneità, mi riferisco non all’arte contemporanea ma appunto al design, alla grafica, ai fumetti e ai videogiochi, ma senza diventare una fiera o una mostra mercato. A quanto potrebbero rappresentare spazi di contaminazione tra i diversi pubblici, rompendo una sorta di silos in cui chi va ai concerti non segue l’arte contemporanea, chi guarda all’antico non s’interessa di graffiti.

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Immagina di essere un operatore politico: che tipo di misure metteresti in campo per stimolare le industrie creative e la creatività in questa città e questa regione.

Sicuramente lavorerei su quest’ultimo punto. Costruire un pubblico aperto, lavorare a connessioni tra mondi diversi. In questo io penso gli inglesi sono più chiari. Non c’è cultura “alta” e cultura “bassa”. Tutto è intrattenimento. Il modello delle Scuderie – che alterna generi diversi e spiazza il visitatore – è in questo senso un buon sistema. Io lavorerei su questo.

Poi mi piacerebbe una città che investisse su una grande istituzione dedicata ai temi che mi interessano: design, fumetto e che avesse il coraggio di una linea editoriale, di costruire il proprio pubblico. In questo anche la rete delle biblioteche comunali è ottima e va ancora rilanciata, così come la Casa delle letterature. Possono diventare una specie di terminale nervoso della città.

E poi, se dovessi guardare al tutto con la mia prospettiva da grafico, farei una grande campagna di comunicazione sul patrimonio artistico italiano – a cominciare da affissioni negli aeroporti internazionali – per far capire ai turisti la qualità del Paese che stanno visitando, per far capire loro le tante Italie che ci sono.

Sei arrivato ad un punto importante: quanto la grafica e la comunicazione oggi possono aiutare la pubblica amministrazione ad essere più ascoltata dai cittadini?

Potrebbe fare tanto. La grafica – e la comunicazione in generale – potrebbero essere utilizzate per far arrivare meglio i messaggi ai cittadini. Certo, c’è bisogno prima di tutto di una committenza che se ne renda conto; che capisca che grafica e comunicazione non sono solamente aspetti “decorativi” ma strumenti essenziali per guidare e orientare il rapporto tra pubblico e cittadinanza. Ma tutto questo non basta. Ci vuole anche un assetto decisionale chiaro. Nella mia esperienza lavorare con il pubblico significa entrare in un mondo in cui le decisioni sono frutto di tante “spinte” e non di una scelta e di una chiara assunzione di responsabilità. Ecco, secondo me, questo è profondamente sbagliato. Non porta a buoni risultati sul piano della grafica, ma penso che non li porti più in generale. Poi, ovviamente, serve il coraggio di stanziare i soldi per queste iniziative. Anche perché, a dispetto di quanto si dice troppo spesso, la cultura porta denaro. Gli anglosassoni lo hanno capito cento anni fa. Ed è anche per questo che da loro la cultura ha un volume di affari molto importante. Ed alla fine, a giovarsene, è prima di tutto la collettività.

Un’ultima domanda: tra le tue tante copertine quale è la tua preferita? 

 Non so se ci sia una mia copertina preferita. Posso dirti che ce ne sono alcune alle quali sono più affezionato. Ecco due di queste sono quella del libro di Kurt Vonnegut, “Quando siete felici, fateci caso” pubblicato da minimum fax e quella di “La famiglia adolescente” di Massimo Ammaniti, uscito per i tipi di Laterza. Sì, a queste due sono molto affezionato.

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