“La scena musicale di Roma? Ricca ma poco internazionale”. Intervista a Raffaele Costantino, dj e non solo

Sedicesima tappa di questo nostro viaggio alla scoperta delle industrie creative di Roma e del Lazio. Un focus e un’intervista a un protagonista della scena creativa locale per conoscere meglio il settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora e quel che fa. Per far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne la crescita e lo sviluppo.

«Roma è città creativa e piena di creativi, forse persino troppi». Dj, autore e conduttore radiofonico, produttore e giornalista musicale, già direttore artistico di Mit in Town e attualmente di diversi altri festival, Raffaele Costantino hai fondato Snob Production, società cross-mediale, che si occupa di marketing e advertising. Un buon punto d’osservazione sulla scena musicale romana e laziale.

Raffaele, cos’hai studiato, dove hai incontrato la creatività e quando hai deciso di farla diventare la tua professione?

Vengo da Catanzaro e dopo il Liceo mi trasferisco a Roma dove mi iscrivo a Scienze della comunicazione. E per mantenermi agli studi ho iniziato a lavorare come commesso in un negozio di dischi. E lì, appassionandomi, ho capito che si poteva davvero fare musica per lavoro. Ho lasciato l’università e mi sono iscritto al Corso di Giornalismo e Critica musicale all’Accademia della musica diretta da Gianfranco Salvatori. Appena diplomato ho iniziato a lavorare a Radio Rock come assistente di Faber Cucchetti e dopo qualche mese mi è arrivata l’offerta da Radio Città Futura di condurre una trasmissione il lunedì sera. Poi l’appuntamento è diventato quotidiano. Piano piano mi sono reso conto che se volevo occuparmi di musica nella vita dovevo investirci tutto me stesso. Anche se la passione in sé non è sufficiente: ci vuole impegno, studio, grande sacrificio. Spesso c’è l’idea che il mondo della creatività o della cultura in genere sia molto accessibile perché basta la passione o una dote. Così non è.

Parlaci della passione, allora. Come si è evoluta?

Continuando a studiare e ricercare ho cominciato ad avere una serie di opportunità, anche se da sole non bastano: nel momento in cui arrivano bisogna essere preparati a coglierle. E quando si presentarono avevo già una buona palestra. Facevo il dj resident di una serata molto importante in un posto importante come il Blue Cheese. All’epoca di luoghi fondamentali c’erano anche il Goa e il Brancaleone. Poi è arrivata La Palma. Dopo il Blue Cheese la mia credibilità di dj era abbastanza elevata, perciò ho iniziato a realizzare le serate, frutto del programma a Radio Città Futura, appuntamento quotidiano dal titolo “Frena la mula”. Una trasmissione così ascoltata e conosciuta che è diventata persino una serata a La Palma, locale che fino a quel momento aveva fatto solo concerti tradizionali di jazz e rock.

E la trasformazione com’è avvenuta?

Promuovemmo una programmazione con dj da tutto il mondo e la serata diventò importante. Si aprirono altre porte e iniziai a diventare un dj di riferimento in ambito nazionale e non più solo romano. A un certo punto ZoneAttive, diretta allora da Luca Bergamo, attuale Assessore alla crescita culturale del Comune di Roma, con la supervisione di Emiliano Paoletti, mi selezionò come rappresentante della scena creativa romana per suonare all’Istituto di cultura italiano a Londra. Mi fece da tour manager Marcello Giannangeli con cui ho sviluppato poi un po’ di passioni comuni.

È così che è nata Snob Production?

Mossi dalla passione per la musica e i linguaggi che s’intersecano come l’arte e la comunicazione, intesa più come punto di vista creativo che tecnico, abbiamo promosso una serata al Circolo degli Artisti che si chiamava Kick it, dedicata all’evoluzione della musica urbana: funky, hip pop, grazie all’utilizzo dell’elettronica. Dopo un annetto di Kick it mi arrivò una proposta dall’Auditorium per curare la direzione artistica di un festival dedicato alla musica elettronica. Ne parlai con Marcello e capimmo che poteva essere l’occasione per far diventare la nostra avventura qualcosa di più concreto. Fondammo Snob Production e ci presentammo all’Auditorium non più come singoli ma come Società, occupandoci della comunicazione di tutto il festival ed entrando così in un circuito.

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Sulla base dell’esperienza, qual è la situazione della scena musicale romana?

Le realtà sono tantissime, ma alcune emergono se diventano affascinanti per la scena internazionale. È sempre così. C’è tutto un mondo di musica pop, rock, indipendente, non legata alle case discografiche, che è foltissimo ma che ha come riferimento solo la scena cittadina o nazionale. Ha sì un valore, ma rimane incastrato solo in quell’ambito. Sono usciti personaggi molto interessanti da quella scena, Calcutta, The Giornalisti, che conosco bene e abbiamo chiamato a suonare, in amicizia, quando non c’era budget. Poi c’è una scena più underground che arriva dal Pigneto con tutto quel mondo di persone molto giovani e creative brave a intercettare i trend che approdano da città più simili a quel tipo di microstruttura sociale, come Berlino appunto. Il Pigneto è molto Berlino come approccio. Frequentato da persone giovani e con molti progetti creativi che prescindono dall’obiettivo immediato di “arrivare”. L’ambito è più sperimentale.

Quanta influenza hanno i luoghi per far esprimere la creatività?

I luoghi sono fondamentali. Al Del Verme, per esempio, si è creata una scena musicale molto interessante dove confluiscono la musica elettronica più sperimentale, il jazz più visionario, la sperimentazione che fa sì che diversi linguaggi si possano incontrare e possano creare cose nuove. La scena della musica elettronica, dei nuovi suoni applicati alla musica più contemporanea, mondo nel quale lavoro da sempre, dal punto di vista internazionale sta riscuotendo sempre più successo. Molti produttori, molti dj, molti musicisti stanno incidendo dischi per etichette internazionali e stanno cominciando a esser riconosciuti.

Raccontata così quella romana è una scena molto creativa, dunque.

Il problema è che in questa città e in questo paese tendiamo a dar vita ad una scena che però nella realtà di un mondo superglobale non ha più ragione d’essere, grazie alla rete. Mentre Londra, Parigi, Berlino, Lisbona sono città dense di creatività e nelle quali vanno molti musicisti, a Roma ci preoccupiamo ancora di come presentare la scena in modo credibile mentre non ce n’è bisogno. Al pubblico, al fruitore, al mercato non interessa da dove arrivi ma cosa fai. L’invito da fare oggi a chi fa musica, anche in ambito più internazionale, è quello di non pensare a un mercato locale, non serve. I luoghi sono sparsi per la città e sono tutti diversi. Ma vengono combattuti quotidianamente dalle istituzioni. Si fa un gran parlare di mappare la creatività, sostenerla, progettarla, ma poi quando chiudono il Quirinetta nessuno si preoccupa del perché. Perché a Roma, come a Berlino, non c’è uno sportello o un ufficio di supporto alle realtà culturali della città? Se ho un problema e non riesco a capire come risolverlo, se non riesco a ovviare ad una serie di prassi burocratiche, a chi posso rivolgermi? In città come Londra, Berlino o Parigi questi sportelli fanno la differenza. È così che nasce anche a un turismo che non è solo quello dello sceicco in via del Corso.

Cosa manca? Cosa si potrebbe fare perché Roma abbia nella musica uno dei punti di forza della propria industria creativa?

Sono due i punti fondamentali. Da un lato c’è l’offerta, dall’altro la creatività vera e propria e il sostegno ad essa. L’offerta deve corrispondere chiaramente a una domanda. Quindi sarebbe necessario cominciare a sostenere di più realtà che corrispondono a delle domande. Significa dare meno sovvenzioni e sponsorizzazioni a festival di linguaggi ormai morti e defunti e dare invece più sostegno alla giovane creatività e alle domande dei più giovani. Investendo su gente che ha vent’anni oggi, magari fra dieci o venti si possono davvero raccogliere i frutti.

In che modo?

Sostenendo i club e le sale da concerto, diminuendo la tassazione, facendo accordi con la Siae e l’Agenzia delle Entrate, capendo come dare un effettivo aiuto chi si occupa di queste cose. Sostenendo i laboratori creativi e i luoghi per chi si vuole esprimere con la musica. Non la scuola di musica, ma i luoghi in cui esercitare un sacrosanto “ozio creativo”. Luoghi di condivisione dove fare un workshop, poter assistere a un concerto ma anche solo prendere un caffè e ascoltare musica bella. Non c’è mai una sensibilità musicale verso le persone. A scuola non viene insegnata, siamo ancora lì con il flautino, quindi non si crea un pubblico consapevole.

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Quale tipo di festival stranieri vanno tenuti sotto osservazione, magari con l’intento di imitarli?

A dire il vero, da tempo sostengo che non c’è alcun modello e dobbiamo tenerci molto alla larga dai quelli stranieri. In città come Barcellona, dove si fa il Sonar o il Primavera, o la Croazia con il Dimension, appuntamento tra i più importanti al mondo, i festival sono concepiti come veri e propri ipermercati della musica dove con un biglietto di 30, 40 o 100 euro metti dentro al carrello più cose possibili. Ascolti tantissimi concerti, tantissimi dj set di musiche diverse. Ecco queste esperienze mi fanno dire che in queste realtà non c’è la cultura del pizzicagnolo sotto casa, ma quella del Mas. Nelle espressioni territoriali noi abbiamo invece un patrimonio incredibile, per questo sostengo il modello delle nuove sale. Bisognerebbe rincorre modelli più specifici, più verticali verso il pubblico che si vuole attrarre e fare un’offerta più narrativa: piccoli festival che raccontano un’idea, unica, ciascuno con la propria originalità. Espressa dal territorio dove si sviluppa. L’idea di replicare esperienze straniere in città come le nostre è assurda. Perché ci sono problemi infrastrutturali enormi e istituzioni per le quali, diciamocelo, la cultura dei giovani e dei nuovi linguaggi è sempre l’ultimo pensiero. Quel che si riesce a fare, al massimo, è dire: “Mi piace questo festival, me l’hanno venduto bene, mi han detto che ci sono i giovani e allora gli do un po’ di soldi”. Punto.

C’è un modello di collaborazione pubblico-privato cui guardare o preferire? In che modo altre esperienze territoriali hanno puntato sulla creatività?

Dal punto di vista d’un pubblico giovane Berlino è l’esempio perfetto. Hanno puntato tutto su un pubblico appassionato di nuovi linguaggi, attraendolo con offerte semplici e poi costruendo intorno all’offerta un’altra serie di proposte satellite per aumentarne il potenziale. In generale, il modello da sostenere tra pubblico e privato è che il pubblico deve mettere al servizio del privato infrastrutture e legislazione, cioè la semplificazione burocratica e fiscale per chi presenta un certo tipo di progetto. Se è vero che bisogna fare riferimento alla domanda, si deve però anche osare! E le istituzioni devono essere completamente a disposizione del progetto. Ma più che elargire soldi vanno create le opportunità. Ciò che è stato fatto con Outdoor alla Guido Reni è un esperimento interessantissimo. Lì la politica, per quel che so, si è un po’ mossa per sostenere quei ragazzi a prendersi quel posto, di cui per altro si parla da sempre.

La musica è una delle industrie creative ma tu lavori anche in altri settori. Sul piano più generale, come valuti la scena creativa di una città qual è Roma e di una regione come il Lazio?

A Roma le zone ‘importanti’ non ci sono. Il Pigneto, dal mio punto di vista, per esempio non è interessante. Semmai lo è per chi vuol scoprire una parte di città che è quella un po’ più giovane o che fa riferimento ai non più giovani che giocano ancora a esser tali. A Roma sono gli investimenti pubblici quelli che contano. Se si costruisce uno stadio sarà intorno a quell’area che magari si strutturerà un certo tipo di attività, così è con la musica, la cultura. Intorno all’Auditorium è nato il Maxxi, l’ex caserma Guido Reni, un polo. Dal punto di vista più istituzionale la zona d’interesse è questa. Ma i ragazzi si muovono random. Roma è città fatta di quartieri, vissuta dai quartieri. Poi ci sono gli eventi nei Club per i quali le persone si spostano, ci sono le agenzie di comunicazione e creatività, ma non c’è lo Shoreditch londinese, quartiere che fino a dieci anni fa era periferia. Nessuno ci andava, poi dopo una serie d’investimenti pubblici e privati è divenuto luogo di riferimento. Si sono costruiti gli alberghi più cool, i ristoranti più belli, i negozi di dischi più trendy, i club e via via s’è creato un nuovo luogo. Questo manca a Roma. E forse è anche la bellezza di questa città.

Ma non c’è un quartiere dove andare a respirare un po’ d’aria creativa, internazionale?

No, non c’è. Ci sono quartieri in movimento come Testaccio, dove si sta facendo un lavoro bellissimo però già inquinato. Lo è dal momento in cui il cibo è diventato food. Da quando s’è cominciato a elevarlo, non dico a cultura, perché lo è sempre stato, ma ad arte. In quartieri come Testaccio-Ostiense, che si stavano predisponendo a diventare un vero e proprio hub creativo, percepisci che c’è un fermento. Però hanno poi aperto i ristoranti, il mercato del pesce, Porto Fluviale, locali che hanno sottratto spazio fisico destinato ad altro. Distraendo le persone che invece di andare a mangiarsi una carbonara in un’osteria si sentono giustificate a farsi il piatto destrutturato in altri otto piatti diversi sentendosi al centro di un’offerta artistico creativa… È il vero limite di questa città.

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Indica tre luoghi particolari della creatività romana e laziale.

Di Roma abbiamo detto. Per il Lazio ci sono luoghi dove si sviluppano cose interessanti. A Viterbo c’è una bellissima scena musicale, a Gaeta c’è il Gaeta Jazz Festival. Si fa d’estate, al mare, a un’ora e mezza da Roma ma nessuno lo conosce. Eppure l’evento potrebbe avere le potenzialità del World Wilde Festival di Sète, sud della Francia, per la direzione artistica di Gilles Peterson della Bbc. Si fa in un piccolo villaggio di pescatori dove una volta l’anno arrivano 5, 6, 10 mila persone. Il Festival dura una settimana e ha tre location: dalle 9 alle 11 in un anfiteatro greco a picco sul mare, il pomeriggio sulla spiaggia, la sera al molo. Per sette giorni questa folla cambia totalmente la fisionomia del luogo anche dal punto di vista economico. È un bellissimo modello. Il Gaeta Jazz Festival è sul mare, a due passi da Roma, c’è il Castello, il golfo, il porto, posti bellissimi. C’è una figura in Comune, Provincia o Regione che va in giro per festival a mappare le cose migliori? E dire “questo lo dobbiamo supportare, questo no”? Si sta lì e si aspetta che arrivino le domande e se nel bando i criteri combaciano i soldi ci sono oppure no. È un criterio totalmente a-personale. Solo competenze burocratiche.

Cosa manca a Roma per essere una città creativa a tutti gli effetti?

Ma Roma è città creativa e piena di creativi, forse persino troppi. Ma a differenza di città come Londra è difficile che un creativo, specie nell’ambito musicale, possa fare di questa attività un lavoro. Primo, perché non c’è quel tipo di mentalità, secondo perché non è supportato strutturalmente: tanti creativi ma quanti vivono di sola musica? Questo è il problema. Non se di giorno fanno i commercialisti e la sera i creativi, i dj o dipingono. L’industria musicale a Londra è totalmente professionale. Persone che, a centinaia, in un circuito totalmente autoreferenziale hanno già contribuito a creare il mercato. Roma manca invece d’una predisposizione pragmatica che della creatività ne faccia professione.

Come giudichi gli interventi dell’amministrazione pubblica in ambito locale e regionale? Vanno sostenuti di più gli scenari creativi o va lasciato fare al privato?

Il pubblico deve assolutamente seguire e sostenere i privati con una selezione che non deve solo essere burocratica ma autorale. Ci vogliono dei satelliti che intercettino i segnali e li sappiano poi declinare per essere compresi dal pubblico. E che da quel momento in poi comincino ad attivare meccanismi di supporto.

Se pensi che ci sia spazio per un intervento pubblico a favore della creatività, quali sono le tre mosse per dare una scossa alla realtà romana?

Di sicuro dare sostegno all’offerta con un supporto alla creatività in fase embrionale. Da un lato creare luoghi, laboratori, botteghe della creatività, dall’altro usare persone che ne sappiano, che conoscano l’ambiente creativo, che sanno valutare in termini curatorali dei progetti piuttosto che altri. È più che sufficiente.

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