Dal Mezzogiorno una lezione politica lontana e ancora attuale

Vincenzo Scotti, Sergio Zoppi, Non fu un miracolo: l’Italia e il meridionalismo negli anni di Giulio Pastore, Eurilink, Roma, 2016, pp. 208.

Il volume di Vincenzo Scotti e Sergio Zoppi incuriosisce già per la sua struttura. Dietro la forma del libro-intervista – con Zoppi nel ruolo di intervistatore e Scotti in quello di intervistato – c’è, infatti, un doppio dialogo. Il primo è quello tra due ‘vecchi amici’ impegnati da più di cinquant’anni anni tra politica e amministrazione e che decidono di riandare ad un momento che, lo si capisce, è stato per entrambi ‘magico’. Per tanti motivi, pubblici e privati. Accanto a questo c’è n’è, un secondo. Ed è quello che si svolge, negli anni a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, tra i ‘veri’ protagonisti di questo libro, Gabriele Pescatore e Giulio Pastore: un periodo in cui, per un lungo tratto, sono stati, rispettivamente, Presidente della Cassa per il Mezzogiorno e Presidente del Comitato per il Mezzogiorno.

Sono gli anni della Golden Age dell’intervento meridionalista di un decennio, quello tra il 1958 ed il 1968, in cui la Cassa cresce e si apre al sostegno all’industrializzazione abbandonando l’esclusiva vocazione infrastrutturale. Ma sono anni cruciali, oltre che per questa istituzione e per l’impulso che essa da al sistema economico italiano, anche per la cultura politica del Paese. Ed il libro, nella sua partizione in capitoli molto agili, affronta diversi dei nodi di quella vicenda: da quelli dell’avvio della nuova macchina amministrativa a quelli del rapporto con l’Europa e le politiche regionali che si andavano allora impostando, dall’ambiente politico in cui la politica meridionalista si svolgeva e degli sforzi fatti per portarla ‘in prima linea’, sino a temi propri dell’intervento straordinario come quelli dei poli di sviluppo e della programmazione.

Questo libro ci restituisce, quindi, un quartetto immerso in uno dei tornanti più interessanti della storia italiana del Secondo Dopoguerra e, proprio per questo, da al lettore il privilegio di guardarvi dall’interno, quasi di sbirciarci. Specialmente quando ci porta dietro le quinte, a scoprire come sono nate e si sono sviluppate vicende che magari si conoscevano solo in maniera ‘frontale’, senza sapere chi fossero gli uomini, le idee e le circostanze che le avevano concretamente configurate. E la formula del dialogo aiuta. Grazie anche alle numerose fotografie raccolte nel volume sembra, infatti, quasi di vederli i due autori da giovani mentre vivono le loro prime esperienze professionali all’ombra di queste due personalità e in quella fase della storia italiana così eccezionale.

Sì perché è proprio qui, nel termine ‘eccezionale’, il senso ultimo di questo libro. Prima di tutto perché sicuramente l’aggettivo può applicarsi a due persone straordinarie, a quello che hanno fatto, al contesto storico in cui si sono trovate ad operare, all’ambiente umano e professionale che le circondava. Ed è un punto che emerge già nella bella introduzione di Mario Pendinelli. Capiamo da subito, infatti, che siamo di fronte ad una eccezionalità biografica, con persone diversissime per origine geografica, sociale e culturale. Di fronte a Pastore, uomo del Nord e sindacalista coraggioso e immerso nei fermenti culturali, sta il borghese irpino Pescatore, raffinato enfant prodige del diritto amministrativo. Ma tutto è eccezionale nella vicenda raccontata da questa chiacchierata, che a volte sembra di ascoltare. Sono, ad esempio, eccezionali la missione affidata a Pescatore e Pastore e la riflessione politica e tecnica che si avvia per raggiungerla; il tipo di rapporto che si sviluppa dal punto di vista personale tra i due, emblematico di un dialogo tra politica ed amministrazione aperto e legato agli obiettivi; oppure l’attività svolta sul piano operativo con la creazione di un’amministrazione in cui le competenze e la serietà sono la norma. Solo alcuni tratti di questo periodo che corre dal 1958 al 1968 e che è il momento eccezionale dell’intervento nel Mezzogiorno, nel senso di unico, “che deroga dalla norma”, come direbbe il Dizionario.

Ed è qui che sta alla fin fine il problema. Perché in quello che appare come un alternato stream of consciousness dei due autori il punto è proprio questo. Deve essere necessariamente relegato all’eccezionalità il voler costruire un’amministrazione indipendente, di qualità, in cui competenze diverse collaborano tra loro? Non può essere ricondotto all’ordinario un rapporto tra politica ed amministrazione rispettoso dei ruoli ed ispirato ad una dialettica di indirizzo ed attuazione e, soprattutto, di mutuo ascolto e rispetto? È obbligata all’irrealtà l’idea che dietro la politica ci siano le azioni di centri studi e un pensiero integrato con quel che si sviluppa a livello internazionale e che “conoscere per decidere” sia qualcosa di concretamente realizzato e non un mantra da convegno? E ancora, è assurdo pensare che la politica e l’amministrazione siano in grado di essere delle sfide interessanti per giovani di talento e luoghi di lavoro cui aspirare non con l’idea del ‘posto fisso’ ma con quella del ‘cambiare le cose’?

Sono questi, al fondo, i quesiti che rimanda al lettore questo doppio dialogo. Ed il bello è che sono quesiti che ci arrivano come ‘non detti’, in via subliminale. Sono i nomi delle persone che Pastore e Pescatore avevano messo insieme a suggerirceli, quando incontriamo personalità destinate a ritornare nelle vicende politico-amministrative degli anni successivi e che sono alle volte ancora protagonisti del dibattito pubblico, come è il caso di Giuseppe de Rita. Sono le testimonianze di un metodo di lavoro severo e corale come quello di Pastore, in cui sono Vera Lutz, Pasquale Saraceno, Giuseppe Di Nardi e molti altri a suggerire le soluzioni su cui poggiano le scelte politiche, a ricordarci che c’è un modo di ‘fare’ politica confrontandosi con i dati di fatto e con chi li analizza. Ci sono, poi, il richiamo alla Svimez e alle riviste che si fondavano, a partire dal ‘Nuovo Osservatore’, per dirci dell’ampiezza di un confronto culturale che permetteva intuizioni ancora attuali come quella del ‘capitale umano’. E sono le testimonianze relative ai rapporti tra Pastore e Pescatore a farci presente che può succedere che la stima, il riconoscimento delle capacità professionali, la condivisione di una missione possano superare le tentazioni di affidarci ai più semplici meccanismi dello spoils system o delle appartenenze partitiche.

Più di tutto emerge il senso di una fase storica in cui la questione meridionale è stata veramente questione nazionale: in cima all’agenda politica, amministrativa e culturale e con una sua precisa fisionomia. Certo anche in quel caso – e ben lo si dice quando si parla di ‘occasione mancata’ – si lamenta che c’erano problemi, primo tra i quali il mancato raccordo tra amministrazioni, centri del sapere ed altri attori dello sviluppo. C’è però l’ampiezza di un dibattito capace di portare la questione meridionale ‘al centro’, di farne un oggetto di confronto e di discussione seri. Non solo, come oggi troppo spesso appare, una questione di fondi da spendere, agevolazioni da ridefinire, investimenti da sbloccare. Ed è proprio perché si è configurata come questione nazionale che è stata capace di attirare i best and brightest, di costruire – anche qui in un interessante parallelo con il New Deal di Roosevelt – un brain trust chiamato ed interessato a dare un contributo allo sviluppo del Paese. Ecco questo volume ci porta dentro questo piccolo gruppo di uomini (ahimè, le donne erano effettivamente poche) e ci fa capire che in quel periodo il Paese ha scelto una sua fisonomia politica, ha costruito – proprio qui, proprio in un’istituzione che si occupava di Mezzogiorno – una realtà di eccellenza, dal punto di vista amministrativo, culturale e politico.

È questo che rimanda questo libro, tutto, quindi, meno che una chiacchierata nostalgica tra vecchi amici, in cui aleggiano rimpianti e “ve l’avevamo detto”. È, piuttosto, una testimonianza piena di attualità ed ottimismo. Che ci dice, con eleganza, che è possibile, guardandosi appena indietro, trovare dei modelli di Stato che funziona, delle esperienze alle quali ispirarsi, una forma moderna di rapporto tra politica e pubblica amministrazione. Proprio per questo sarebbe bene che i giovani – per i quali questo libro è pensato – lo leggano. Potranno guardare al futuro con più fiducia se capiranno che questo ‘diverso Stato’ è possibile.

La recensione è in corso di pubblicazione presso la Rivista Giuridica del Mezzogiorno. Si ringrazia per il permesso alla pubblicazione anticipata online.

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