“Libertà e creatività sono i veri motori del cambiamento”. Intervista con Pietro Gabriele e Filippo Moroni (Ono3D)

Diciassettesima puntata del viaggio alla scoperta delle industrie creative di Roma e del Lazio. Un focus e un’intervista ai protagonisti della scena creativa locale per conoscere meglio il settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora e quel che fa. Per far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne la crescita e lo sviluppo.

Via del Mandrione 103, quarto capannone a destra. Qui, in 250 mq, a ridosso dell’antico acquedotto romano che corre a poche decine di metri, c’è la sede di ricerca e sviluppo di ONO3D, la prima stampante 3D per smartphone realizzata a partire da una esperienza romana, quella delle Fonderie Digitali. Pietro Gabriele e Filippo Moroni, gli ideatori, sono degli apripista della scena romana dei Makers e li incontriamo nel mezzo di questa grande avventura, che da Roma li sta portando ovunque nel mondo.

ONO nasce dall’esperienza di Fonderie Digitali?

Sì, nasce da lì. Ed è il risultato di una storia che racconta la vita reale della comunità di cui facciamo parte, quella di imprenditori, creativi e artigiani appassionati di innovazione tecnologica con uno sguardo aperto sul mondo. È una storia di cadute, sconfitte, vicoli ciechi, difficoltà enormi anche solo per far capire quali erano le nostre idee, i nostri progetti. Eppure non abbiamo mai mollato, continuando ad acquisire esperienza e competenze. La nostra è una storia che dice anche che l’Italia è un Paese che sta invecchiando piuttosto male: mentre parla fin troppo d’innovazione ne pratica poca e non offre reali opportunità a chi è in grado di produrla. Fonderie Digitali nasce proprio da qui: dal desiderio di un gruppo di giovani imprenditori di dare concretezza ai propri progetti più ambiziosi, di creare una rete. Ci abbiamo scommesso e dopo tanto lavoro è arrivato ONO, che è solo il primo di molti altri progetti che abbiamo in mente.

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Ecco, parliamo di Ono, cos’è e come funziona?

Ono è una stampante 3D portatile, la più piccola sul mercato, fatta di pochi pezzi. Uno strumento compattissimo, che va a batterie, collegato con l’USB e che funziona ovunque. Va sul mercato a un prezzo sinora mai concepito: 99 dollari. Funziona sfruttando interamente l’elettronica dello smartphone dell’utente, che, attraverso un’App gratuita, può caricare i propri file, gestirli e lanciarli in stampa. Sul fondo trasparente della stampante, che è una piccola scatola in plastica, si inserisce lo smartphone con il display rivolto verso l’alto dopo aver avviato il processo di stampa. All’interno del contenitore si colano le resine speciali e, una volta sigillato il tutto, si aspetta il tempo necessario da pochi minuti per gli oggetti più semplici a qualche ora per quelli più complesso. La luce emessa dallo schermo del telefono, solidifica la resina a strati successivi, finché l’oggetto è pronto e può essere estratto, lavato e rifinito. E quando è in corso una stampa il telefono non può essere utilizzato per parlare, e allora ONO diventa un’ottima scusa quando non vogliamo essere disturbati o magari per goderci una meritata pausa.

Quali applicazioni può avere?

Molte: in gioielleria, odontoiatria, nella meccanica di precisione, in chirurgia, chirurgia facciale, microfratture, ginocchia, cartilagini, nasi, orecchie, oggetti e strutture morbidi. È possibile realizzare oggetti di dimensioni contenute dell’ampiezza di 7,6 x 12,7 x 5 centimetri. Per esempio uno di noi, Pietro Gabriele, quando s’è sposato ci ha costruito le sue fedi nuziali!

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E il vostro target?

Il nostro obiettivo sono i ragazzi. Non vogliamo dare un’altra stampante a chi già ne ha una. Vogliamo aprire le porte ai milioni di ragazzi – target 15-35 anni – e dare vita a una comunità aperta, online, che condivide i modelli. Per questo abbiamo inventato il messaggio 3D: le persone si scambiano un messaggio 3D e possono “costruirlo” proprio come la macchina di Star Trek. Si tratta di un mezzo semplicissimo da utilizzare, con un software molto facile: uno strumento di crescita creativa libera, un po’ come il Lego che aiuti a sviluppare le capacità di trovare soluzioni ai problemi.

Come vi è venuta l’idea?

ONO nasce da un’illuminazione creativa. A dirla complicata si chiama Innovazione ricombinante: quando utilizzi la tecnologia che già tanti conoscono in modo così nuovo da creare una nuova tecnologia. Ma a dir la verità ONO è nata in mille ore di studio e lavoro sui tanti progetti che abbiamo costruito negli anni passati per i nostri clienti, un passo alla volta, acquisendo esperienza e imparando dagli errori. Poi abbiamo avuto l’intuizione sperimentando una reazione fotochimica che si è dimostrata possibile. E così abbiamo creato un prodotto che è un vero e proprio game-changer!

Senza crowdfunding ONO non sarebbe esistita?

È proprio così. Non solo. ONO è in qualche modo emblematico di quello che è oggi il potenziale del crowdfunding. ONO è una buona idea, sviluppata in rete e sostenuta dalla rete. Non è solo un’idea elaborata da un’azienda ma il risultato di un lavoro di gruppo di cui sono parte le aziende che ci hanno accompagnato verso il mercato americano, quelle che ci hanno aiutato nella parte di ricerca e sviluppo del prodotto. Il tutto partendo, ovviamente, dalla nostra rete di aziende. Oggi ONO 3D è la prima spin off internazionale di Fonderie Digitali.

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E poi, dall’idea al crowdfunding, come è andata?

È stato proprio un percorso. Il crowdfunding sembra un po’ come la “pillola di Matrix”. Puoi scegliere tra il fatto che tutto resti com’è, oppure avere il coraggio di scoprire come tutto può cambiare. Vale a dire: ho bisogno di soldi, oddio allora che faccio? Li chiedo a chi vuole sostenere il mio sogno, a chi mi da fiducia. Senza mediazioni, direttamente. La verità, però, è che il crowdfunding non è facile. Ci devi arrivare molto strutturato. È un punto di partenza, non d’arrivo. A essere pronti ci abbiamo messo sette mesi, con una serie di grossi investimenti alle spalle. A partire dai 50 mila euro da spendere per approdare ad una prima Fiera a ottobre 2015 a San Mateo in cui c’era solo l’idea del progetto. Poi ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di investire il 120% del fatturato degli utili del prodotto Solido3D, e arrivati alla fine di questo investimento di quasi 300 mila dollari abbiamo detto: bene, adesso possiamo cominciare a pensare a ideare il crowdfunding. Ecco, sono i momenti in cui ti vendi la macchina, ti togli gli orologi per pagare gli stipendi, momenti in cui non dormi perché non sai se a fine mese riesci a pagare la bolletta del telefono e il condominio… C’è voluta la nostra ostinazione.

Poi però il successo: il vostro obiettivo era raggiungere 80 mila dollari, ma in due mesi ne sono arrivati 2 milioni e 700 mila. Ve lo sareste mai immaginato?

In realtà gli 80 mila dollari erano la base di partenza per non spaventare le persone, ma l’obiettivo minimo era raggiungere quota 1 milione e mezzo. Se fossimo rimasti sotto non avremmo potuto nemmeno accarezzare l’idea. I costi di sviluppo non sono solo quelli degli stampi, c’è una montagna di cose e di altri costi nascosti. Il punto vero è che una volta che hai in tasca un assegno da due milioni e sette non hai di fatto risolto nulla. Anzi, da quel momento comincia un viaggio che finisce per rimettere in discussione tutto completamente.

È vero che ONO3D ha battuto tutti i record? Quali?

Innanzitutto ha battuto tutti i record di crowdfunding. Noi siamo una delle prime campagne in assoluto nella storia di Kickstarter in termini di ricavi, la campagna numero 30 e la prima di quest’anno. E sì che si tratta di un’azienda che ha fatto 55 mila campagne e fattura 110-115 milioni di dollari l’anno.

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Ed oggi qual è la situazione dell’impresa?

Siamo passati da 3 dipendenti ai 12 nell’azienda italiana dove ci troviamo ora e dove facciamo ricerca e sviluppo. Ne stiamo per assumere 40 in Cina dove abbiamo messo in piedi una fabbrica di 2.300 mq. Ne abbiamo 3 in America nell’ufficio marketing di San Francisco e di New York. L’indotto di fatturato che abbiamo portato solo qui in termini di ricerca e sviluppo è nell’ordine di 600 mila euro, spesi quest’anno in consulenze, prodotti e servizi.

Da dove provengono le principali richieste? Ci puoi disegnare una mappa geografica degli ordini?

Noi puntiamo al mercato globale. Guardiamo a Cina, Usa, Sudamerica, Australia, al Giappone e al Nord Europa. Nelle nostre proiezioni l’Italia rappresenta meno del 2% del fatturato. E le 17 mila macchine finanziate attraverso Kickstarter saranno distribuite in 106 paesi, quasi tutto il mondo, attraverso una rete di 460 rivenditori. Se già lavoravamo tanto prima, lavoriamo ancor di più adesso. Uno di noi è praticamente da sei mesi in Cina, l’altro è chiuso qui dentro e fra poco ci porta pure il letto. Viaggiamo sulle 14 ore al giorno, divise su tre fusi: dalle 7 del mattino Roma-Cina, poi si parte alle 18 con Roma-San Francisco a cui va aggiunta Roma-New York, poi c’è Roma-Londra e tra breve Roma-Russia, perché stiamo aprendo anche una filiale a Mosca.

Qual è la lezione generale che si trae da questo vostro successo?

Che la libertà e la creatività sono i veri motori di un cambiamento positivo delle nostre società e che ognuno può portare il proprio contributo nella costruzione di un mondo migliore, facendo bene quello in cui crede. Nel nostro caso costruendo prodotti e idee in grado di portare una rivoluzione democratica nel mercato globale della stampa 3D.

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Roma è in una fase di effervescenza nel settore dei maker. Nascono spazi, c’è la Maker Faire, come considerate questa fase? 

Con la European Maker Faire, Roma ha stimolato tanta curiosità e interesse per il movimento di cui facciamo parte, ci sono tante esperienze interessanti nate intorno al FabLab, ma riteniamo sia arrivato il momento di fare un salto di qualità. L’habitat di innovazione che vive a Roma produce troppo poco rispetto alle potenzialità che esprime e senza una crescita c’è il rischio concreto di fermarsi ad una dimensione provinciale.

Cosa manca a Roma per essere considerata una capitale della creatività, al pari di Barcellona, Berlino, Londra?

Tante cose, soprattutto una maggiore attenzione alla sperimentazione, più spazi di libertà creativa e imprenditoriale, più strumenti concreti per dare autonomia e un’opportunità vera a quelli che hanno idee, anche al costo di vederli fallire. In Italia c’è troppa deferenza per i percorsi tradizionali del fare impresa e troppa ansia di controllo.

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Cosa potrebbe fare l’amministrazione pubblica per sostenere imprese come la vostra?

Per quel che ci riguarda noi proponiamo al soggetto pubblico il modello di Fonderie Digitali, che è una rete di micro e piccole aziende digitali che nasce dalla naturale unione delle più dinamiche e innovative digital factory del panorama italiano. Come noi ce ne sono altre. Per alimentare e far crescere questo ecosistema è necessario offrire uno strumento di sostegno ai Fab Lab, alle comunità creative, ai coworking, alle startup che si vogliono misurare con questo cambiamento nel modo di pensare e produrre. Occorre in particolare sostenere le collaborazioni tra le piccole imprese con queste comunità di creativi, produttori e professionisti, mettere a disposizione spazi fisici agli incubatori e dove possano affluire piccole e medie imprese che sono fuori da questo mondo e che siano interessate a conoscerlo, favorendo la nascita di nuovi prodotti e aziende sul territorio che si incontrano per necessità come è accaduto a noi due. Questo è il nostro modello di sviluppo economico.

Indicate tre luoghi oppure le tre realtà simbolo della creatività a Roma, spazi sui quali fare perno per ricominciare a crescere in questo settore?

Parto dal mondo del sapere e dai luoghi pubblici dell’innovazione: le Università di Roma, il sistema della ricerca, le agenzie governative, una concentrazione di saperi e competenze che non riesce ad aprirsi efficacemente al mondo che sta cambiando. Poi, ovviamente, passo dai luoghi dell’immenso patrimonio culturale della nostra città, un ulteriore enorme potenziale di innovazione che oggi è in gran parte inutilizzato. E poi luoghi poco conosciuti come la nostra officina al Mandrione, dove cambiamento e crescita sono il frutto del lavoro reale, quotidiano, concreto, di una nuova generazione di artigiani digitali. Noi possiamo essere il simbolo di tante altre realtà simili che non predicano un mondo nuovo, non lo raccontano, ma lo stanno semplicemente costruendo.

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Quali mosse fareste per rendere Roma città dei makers a tutti gli effetti?

Noi un progetto concreto che stiamo costruendo come Fonderie ce l’abbiamo: è L’Accademia della manifattura digitale. L’Accademia sarà uno spazio inedito, dove si uniranno e si completeranno le attività che caratterizzano il coworking, i Fab Lab, gli incubatori e gli acceleratori per startup, i parchi scientifici tecnologici, i campus aziendali, i centri di ricerca, le comunità creative e culturali più dinamiche e avanzate del mondo. Sarà il luogo in cui nasceranno nuove storie come quella di ONO. Il nostro modo per cambiare in meglio il volto della città è questo: condividere quello che siamo e che sappiamo fare con quelli che hanno il coraggio di credere nei propri sogni.

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