Mitreo Iside, cultura e creatività nel cuore di Corviale. Intervista a Monica Melani

 

Diciottesima puntata del nostro viaggio alla scoperta delle industrie creative di Roma e del Lazio. Un focus, un’intervista ai protagonisti della scena creativa locale per conoscere meglio il settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora e quel che fa. Per far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne la crescita e lo sviluppo.

«La contemporaneità vive tra la gente. E noi siamo là, dove tutti i giorni ci si misura con i problemi delle persone». Incontriamo oggi Monica Melani, poliedrica operatrice culturale presso il Mitreo Iside di Arte Contemporanea di Corviale, il quartiere simbolo del “serpentone”.

Monica, parlaci della tua storia, del tuo rapporto con Corviale? Da dove vieni, cosa hai fatto e cosa fai?

Dal 1968 abito a Casetta Mattei – questo è il mio territorio – e il Nuovo Corviale l’ho visto nascere tra la fine degli anni Settanta e gli inizi anni Ottanta. Il ruolo di “animatrice culturale” mi appartiene, diciamo che ce l’ho nel DNA. Ancora studentessa ho operato, per passione, nei piccoli punti di aggregazione del territorio, una scuola di suore, la parrocchia, e il più delle volte con attività teatrali in cui curavo la sceneggiatura, la regia ma anche parte della scenografia e dei costumi, oppure con altre iniziative, ma sempre con l’obiettivo di tenere unite le persone con creatività.

Quindi una formazione piuttosto classica. Poi è venuto l’impegno “sul campo”?

Effettivamente ho un iter accademico di tipo “tradizionale”: dal Liceo Artistico all’Accademia di Belle Arti diplomandomi in pittura. Poi una piccola divagazione: un master di cromoterapia presso Riza Psicosomatica, a Bologna, così da unire l’arte a qualcosa che aiutasse le persone a guardarsi dentro. Una serie di esperienze da artista, mostre personali e collettive, poi da responsabile qualità nelle PMI del Lazio, e finalmente, questo posto: il Mitreo Iside, che è un po’ la mia creatura.

Cominciamo proprio da qui. Cos’è il Mitreo? Una galleria, un atelier, un luogo della creatività? Quando e perché nasce?

Il Mitreo Iside è uno spazio culturale polifunzionale. Totalmente nuovo nella concezione. Pensa che l’idea, nata nel 2004 e concretizzata alla fine del 2006 – quest’anno festeggeremo il nostro decennale – non trovava normative adeguate. Solo per ottenere l’autorizzazione di pubblico spettacolo ho impiegato più di due anni e mezzo, facendo giurisprudenza e da apripista. Nel Comune di Roma, sono stata la prima ad ottenere un’autorizzazione triplice per rappresentazioni teatrali, concerti e intrattenimento danzante. Un’esperienza-pilota che oggi consente a tutti di unire più linguaggi ed attività, nella legalità, e ad un museo come il Maxxi di aprire allo yoga e a molto altro; idea un tempo considerata sacrilega. Ma da superare. Se i luoghi restano deserti non servono a nessuno e perdono di senso.

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E il nome?

Il nome riflette questa poliedricità. Prima di tutto come acronimo: in Mitreo la prima lettera sta per Musica che genera il Movimento, la I significa Installazioni che creano Integrazione, la T vuol dire Teatro che si esprime nella Trasformazione, R sta per Ristoro e quindi Rigenerazione, E per Eventi che sollecitano Evoluzione, la O sono le opere che creano Operatività e Occupazione. E poi Mitreo e Iside insieme, per collegare i riti dedicati al Dio Mitra e all’uccisione del toro – simbolo degli impulsi primordiali e dell’inconscio – dal cui sangue si rigenera la terra, alla Iside, la Dea Madre per eccellenza, il femminino sacro che accogliendo, genera, trasforma e guida alla riconquista della originaria armonia.

Rigenerazione e Armonia, un bel programma per Corviale.

Penso che Corviale ne aveva e ne ha molto bisogno. Il Mitreo nasce qui per questo; volevo testimoniare come la presenza costante dell’arte e degli artisti su un territorio, può trasformare qualsiasi luogo. E l’ho fatto spinta da una convinzione: ritengo, che negli ultimi decenni l’arte è stata “messa all’angolo”, senza che ne sia stata pienamente considerata la sua funzione fortemente sociale. A mio avviso ciò è stato un grave errore, e la società che oggi ci ritroviamo ne è lo specchio: manca di anima e armonia, ma soprattutto d’immaginazione e d’una visione.

E tu vuoi realizzare proprio questo obiettivo?

È ciò che dal 2007, quando siamo nati, stiamo provando a fare. Vogliamo provare a portare a Corviale uno sguardo diverso, quello dell’arte e degli artisti, e farlo vivere ai cittadini in primo luogo, aiutandoli a comprendere il valore e le dinamiche del processo creativo, e che tutto parte da un pensiero che immagina.

Il Mitreo sembra un’isola di creatività nel quartiere. Lo è veramente oppure Corviale è una realtà più variegata di ciò che appare in ambito culturale?

Meno di quanto si creda. Come spesso avviene in questa sterminata periferia romana, c’è molta più vitalità culturale di quanto si pensi. Di fronte a noi c’è la Biblioteca Comunale. Subito dopo una scuola e un altro Centro Polivalente dove molte compagnie teatrali provano per poi portare gli spettacoli in giro per l’Italia. Ci sono poi altri luoghi come studi d’artista, il Calcio sociale che è un altro punto di grande educazione allo stare insieme attraverso lo sport. Non sono un’isola, insomma, ma parte di un gruppo coeso. Certo, il luogo ha ancora le fragilità di cui è pieno l’immaginario collettivo, ma è un posto più vivibile rispetto alla vulgata che lo accompagna.

Cosa significa concretamente “fare cultura” a Corviale?

Prima di tutto significa affermare che la contemporaneità vive tra la gente. Ed in questo noi siamo là, dove tutti i giorni ci si misura con i problemi delle persone, a mettere le nostre conoscenze a frutto per trasformare gli stessi in opportunità e fattori di evoluzione. E che il Mitreo sia un open space non è casuale. Come non è casuale che sia uno spazio in sé dinamico, con le pareti che si muovono, che possono essere spostate e ricomposte a seconda delle esigenze creative delle persone. Riflette il fatto che oggi la cultura deve impegnarsi per consentire nuovi modi di relazionarsi, nuovi modi di stare insieme con creatività. In questi ultimi decenni ci siamo troppo orientati sullo sviluppo della nostra individualità dimenticandoci che siamo anche una collettività e che nell’interdipendenza c’è una grande opportunità e che la sfida della nuova cultura sono i beni relazionali. Per vincerla bisogna educarsi a stare insieme. E fare arte insieme può essere una nuova occasione.

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E come sviluppate questa visione?

Nei modi più diversi: affiancando alle attività per l’arte quella di “avvicinamento ai cittadini”. È stata anche una scelta di necessità. Se avessimo dedicato questo spazio soltanto a un aspetto dell’arte probabilmente non ce l’avremo fatta. L’aver proposto un’offerta molto diversa e variegata nel tempo, se da un lato ci ha penalizzato circa l’identità e la riconoscibilità – non siamo un museo, né un cinema, né un teatro, non una sala danzante, non una sala conferenze, non un laboratorio creativo o formativo, ma tutto questo insieme – dall’altro ci ha dato una capacità aggregativa molto forte che ci ha portato a parlare e dialogare con il territorio.

In che modo?

Un pomeriggio a settimana abbiamo ad esempio aperto al Burraco, attività aggregativa che ha consentito a quelli che io chiamo i “diversamente giovani” di stare tra le opere d’arte ascoltando le note di un pianoforte. Ci siamo poi aperti alle associazioni, che ora sanno che c’è un luogo che può accogliere i loro progetti in una gestione comune dei costi. Abbiamo realizzato più di 400 eventi, di cui oltre il 50% a titolo gratuito per la cittadinanza, abbiamo prodotto più di 6 mila ore di formazione gratuita, hanno trovato qui spazi ed emozionato più di 3 mila artisti dei diversi linguaggi, hanno trovato nel Mitreo un punto d’aggregazione enti del terzo settore, cittadini e università per progetti comuni. Abbiamo creato un coordinamento – Corviale Domani – ed un partenariato, in cui si sta dialogando con le istituzioni, la città, le altre periferie, le buone pratiche a livello nazionale, per ripensare insieme i territori ed i parametri che definiscono e misurano la qualità della vita.

Il Mitreo è in una collocazione simbolica. Si trova sotto l’aula del Consiglio del Municipio e accanto alla stazione della Polizia Municipale….

Già, il Mitreo era nell’antichità anche un luogo sotterraneo, che in genere si trovava proprio sotto i luoghi di potere. E forse non è un caso che ci siamo venuti a trovare sotto un luogo come la sala del Consiglio…

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Ecco cultura e legalità, quale è il loro rapporto in questo quartiere?

Io parlerei piuttosto di cultura della legalità. A Corviale cultura e legalità non sono due cose distinte, ma un unicum. Senza rispetto dell’altro, dei beni comuni, non si va da nessuna parte. La nostra visione è quella di un’umanità responsabile che sa dove andare e il bello è andarci insieme. Per poterlo fare ciascuno deve riconoscere e rispettare l’altro. Nel “serpentone” ci sono ancora molte sacche d’illegalità dovute all’abbandono, per decenni, del territorio da parte delle amministrazioni, ma ora ho l’impressione che le cose stiano cominciando a cambiare. Penso ai bandi molto interessanti che sono usciti e che segnalano una sensibilità diversa.

In cosa consistono?

Il primo, appena concluso, dal titolo “Kilometro verde”, riguarda la ristrutturazione dei terzi e quarti piani. A questo progetto dell’architetto Guendalina Salimei s’è ispirato anche il film Scusate se esisto con Cortellesi e Bova, a cui abbiamo fornito assistenza per il casting delle comparse. Il secondo si chiama “Rigenerare Corviale” ed è un bando internazionale vinto dall’architetto Laura Peretti che ha concepito un progetto dal titolo “Respiro” che inaugurerà una bretella della lunghezza di un km che unisce la campagna e la parte dei servizi eliminando l’isolamento che c’è stato finora. Grandi vetrine, passeggio, trasparenze.

Più in generale nel rapporto con la pubblica amministrazione come è andata?

Intanto va detto che noi nasciamo proprio grazie alla pubblica amministrazione. Ed io sono stata fortunata, forse perché sono arrivata a proporre un progetto che le amministrazioni attendevano da tempo: ho partecipato al bando della legge cosiddetta Bersani, e l’ho vinto. È stato il primo passo, vincendo ho potuto trovare anche delle imprese che mi hanno sostenuto, ho acceso dei mutui personali e alla fine siamo riusciti a partire. Un altro bando che ho vinto è stato quello della Regione Lazio per le ristrutturazioni dei teatri e dei centri culturali di cintura che s’è esaurito, come finanziamento, proprio di recente. Così sono riuscita ad aggiungere qualche altra risorsa, anche se mai sufficiente a quelle che sono le esigenze d’un centro di queste dimensioni. Questa la parte positiva. Poi c’è quella negativa.

E quale è?

Ciò che manca è la facilitazione alla gestione quotidiana e nel tempo di uno spazio simile. Non abbiamo mai chiesto alle amministrazioni sostegni economici, ma avremmo voluto un’attenzione maggiore, riconoscendoci degli sgravi sulle utenze, sulle tasse che dobbiamo pagare per tenere in piedi questo spazio. Pensa che per un luogo come il nostro paghiamo, o meglio dovremmo pagare, perché in realtà stiamo accumulando un debito, circa 6 mila euro l’anno in rifiuti all’Ama. Ma, dico io, cosa può mai generare in termini di scarti uno spazio espositivo o dove si danza e con un piccolissimo punto di ristoro di servizio alle attività che non è un esercizio pubblico? Però si calcolano i metri quadri e non i rifiuti effettivamente prodotti… un ingiusto regolamento comunale che ci penalizza, mentre dovremmo essere accompagnati in questo difficile processo di “riumanizzazione” delle buone pratiche e delle varie burocrazie. Nella pubblica amministrazione dovrei trovare dei facilitatori che mi indichino la strada migliore per raggiungere un certo obiettivo e non degli ostacolatori. Ma su questo siamo ancora molto lontani.

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In che modo le grandi istituzioni culturali della città come Maxxi, Macro, Teatro dell’Opera potrebbero aiutare uno sviluppo policentrico?

Penso che per prima cosa le amministrazioni dovrebbero cominciare a facilitare l’aggregazione di una rete di tutti i presìdi culturali. Istituzioni come quelle che hai citato potrebbero “adottare” gli spazi periferici come il nostro, dando un grande apporto come attrattori di progetti di alto valore culturale e qualitativo attraverso artisti di livello internazionale. Noi, oltre a contribuire a prevenire un disagio, una fragilità, creiamo anche sensibilità verso l’arte e la creatività contemporanea sui territori dove le persone vivono, formando i futuri fruitori dei grandi musei. Quindi sarebbe opportuno considerare le due parti della medaglia, creare un unico circuito virtuoso e metterlo a sistema, favorendo ciò che ognuno sa fare meglio. Quando ci sono cose di qualità, le persone rispondono e affollano gli spazi della cultura. E poi si devono attrarre sostegni economici dall’Europa e metterli a disposizione della cultura diffusa. La Regione è uno snodo fondamentale ed è lei che deve avere una visione ampia pensando alla cultura non più come opera ma come un processo.

Se quindi quello a cui pensi è una rete tra grandi istituzioni culturali e realtà di periferia, state immaginando qualcosa per “federarvi” tra di voi?

Ci stiamo lavorando. Siamo riusciti a creare un coordinamento delle periferie di Roma e ci stiamo confrontando con altre realtà e verificando che esistono situazioni e realtà completamente diverse, molto eterogenee, ma con una vitalità e una voglia di riscatto comuni. È come se la gente avesse capito di aver delegato per troppo tempo e si stesse rimboccando le maniche per essere protagonista.

Quali sono i tre principali luoghi della creatività romana?

In verità non saprei. Posso solo dire che dobbiamo cominciare a pensarli non più solo come luoghi fisici ma come generatori di creatività. E per far questo ogni luogo può essere idoneo ed importante. Dovrebbero essere premiati e valorizzati gli spazi dove si facilita e stimola la creatività in tutte le sue espressioni, e la’ dove è il processo al centro e non il grande evento. Siamo creativi per antonomasia eppure siamo il Paese con uno dei sistemi più rigidi.

Tre mosse da fare per trasformare Roma in una città della creatività al pari di città europee come Londra o Barcellona.

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Produrre cultura diffusa tramite la creazione d’una rete entangled come dice la fisica quantistica, che unisca tutto ciò che si muove a favore della creatività, coltivando la sensibilità verso l’arte in tutte le sue espressioni, potendola sperimentare davvero, creando spazi e iniziative d’arte partecipata. Ce n’è bisogno. Poi dando sostegno e visibilità ai talenti e alla sperimentazione, facilitando tutto ciò che può essere nuovo e innovativo, quindi offrendo supporto a quei progetti che mirano a ricostituire l’antico ruolo che aveva l’arte: ricordarci che siamo creatori della realtà.

Altra cosa importante è riconoscere la sinergia e il sodalizio profondo tra arte e vita. La vita di tutti i giorni può essere vissuta, e i luoghi trasformati, “ad arte”. L’arte e i suoi processi hanno un valore formativo e trasformativo e per questo vanno diffusi nei luoghi dove si è, si vive, ci si svaga, si lavora, con opere nelle strade. Un po’ come fa la Street Art. Un’arte che entri anche nei centri commerciali. Un po’ si sta facendo ma bisognerebbe sistematizzarla evitando l’improvvisazione a favore di una chiara visione. E poi promuovendo attività nelle scuole e sensibilizzando le persone con esperienze di arte sociale: la vita “è un’opera d’arte” le cui dinamiche possono essere sperimentate attraverso il medium artistico; perché non c’è separazione alcuna fra arte e vita. Se imparo a creare consapevolmente, posso applicare la mia conoscenza in qualsiasi ambito della mia esistenza, “gestendola ad arte”. Questo è, a mio avviso, il ruolo e il messaggio dell’artista contemporaneo, ed è anche l’obiettivo a lungo termine del Mitreo di Corviale.

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