“Il creativo deve esser lasciato libero”. Intervista a Massimiliano Bruno

Diciannovesima puntata del viaggio nel mondo creativo di Roma e del Lazio per mettere a fuoco la realtà del settore, i suoi protagonisti e interpreti.

Sceneggiatore, commediografo, attore, regista teatrale e cinematografico, Max Bruno ha al suo attivo un’ampia produzione: Boris, L’ispettore Coliandro, i Cesaroni, Un medico in famiglia, Viva l’Italia, Nessuno mi può giudicare, Notte prima degli esami solo per citare alcuni titoli di questi anni. L’ultimo film come regista, Beata ignoranza con Gassman e Giallini, è uscito il 23 febbraio.

Massimiliano, come ha reagito il botteghino?

Devo dire che la soddisfazione è massima. Il pubblico si diverte moltissimo e sul film c’è stato un forte passaparola durato settimane. La cifra raggiunta è considerevole: siamo il sesto incasso italiano di stagione. Il film è costato 3 milioni di euro e adesso è già a 3,7. Con l’estate e la vendita si stabilizzerà sui 4. È importante quando un film incassa più di quanto costa. E sono anche soddisfatto per la reazione dei giornalisti, quelli veri: il riscontro è buono. Anche se tengo di più al giudizio del pubblico.

Come coltivi e alimenti le tue doti creative? Dove trovi gli spunti per caratterizzare i personaggi e quale metodo di lavoro segui?

Diciamo che la regola di base è cercare di non chiudermi strettamente nel mio lavoro. Non frequento né il mondo del cinema né quello della televisione. I miei vecchi amici sono rimasti sempre quelli. Vivo di cose semplici, sento un po’ l’umore dei miei amici del cuore che frequento da quando andavo a scuola. Nato a Roma, quartiere di piazza Bologna, rimango sempre in ascolto anche culturale. Vado più a teatro che al cinema, ascolto musica, leggo quotidiani, settimanali, cerco di stare nel mondo per capire. E leggere romanzi aiuta molto. Anche se da quando ci sono questi social network leggo un po’ meno, sono più distratto, meno concentrato. Un po’ lo dico anche nel film, c’è una scena critica su questo aspetto.

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Massimiliano Bruno nella serie Boris

Come ti metti in sintonia con i gusti del pubblico?

Sono un grande osservatore di ciò che è stato il mondo del cinema, la sua storia, e si sa, si dice, che gli sceneggiatori un pochino rubacchino, elaborino… Nel mio lavoro bisogna stare attenti a non spegnersi mai. Significa avere a che fare anche con diciotto, ventenni di cui devi riuscire a carpire l’attenzione. Non è facile se hai 50 anni e ti rivolgi a uno di 20. Nel frattempo la comunicazione è cambiata e tu non la capisci più tantissimo… Quindi devi cambiare con gli spettatori ed è la parte più complicata. Il cinema nel tempo s’è evoluto in modo più lento rispetto alla velocità con cui è cambiata la comunicazione, perciò posso capire che gli adolescenti preferiscano stare più volentieri su Netflix o Sky, sul computer o su Facebook piuttosto che andare l sera al cinema a vedere un film italiano…

Il tuo è uno sguardo che abbraccia il cinema in maniera ampia, ci puoi dire cosa accade a Roma e nella nostra regione in questo settore?

Ho sempre girato nel Lazio, a Roma come a Nepi o Fiuggi, e in genere mi sono sempre trovato bene con le istituzioni che ci hanno sempre dato una mano nei limiti del possibile. A Nepi, in provincia di Viterbo, mi hanno messo addirittura a disposizione il paesino, un’esperienza umana bellissima. A livello regionale per il settore c’è una certa attenzione. L’anno scorso ho partecipato anche ad una manifestazione organizzata dalla Regione Lazio che faceva conoscere ai ragazzi il rapporto tra la storia, cinema, società. È un progetto molto importante perché porta i ragazzi non solo a conoscere i film, il contesto ma anche a confrontarsi con persone competenti. La Regione ha avuto a cuore il cinema, e poi diciamoci la verità: nel nostro Paese Roma è il cinema e anche la sua storia. È la dolce vita di Fellini, i film di Alberto Sordi e Carlo Verdone, è l’ambientazione di film premi Oscar come La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, girata in un set straordinario e meraviglioso di per sé.

Qual è lo stato dell’arte del cinema italiano e di quello romano, in particolare?

Il punto è che ci dobbiamo arrangiare, anche perché ci sono meno soldi di prima, perché i film italiani incassano molto meno di quando ho iniziato io. La parte positiva è che nei momenti di crisi economica si tira fuori un po’ più di creatività e si osa di più, anche perché i produttori non sanno che pesce prendere e quindi se tu proponi cose un tempo strane e poco sicure, in questo frangente possono essere la cosa giusta. Vedi i successi di Jeeg Robot o Perfetti sconosciuti: qualche anno fa non sarebbero stati prodotti.

E cos’è cambiato da quando hai iniziato a lavorare ad oggi?

È il mondo che è cambiato! La comunicazione si è molto americanizzata, si parla soprattutto d’incassi. In Francia si contano quanti spettatori vanno al cinema, in Italia solo quanti soldi si fanno. Ed è un sistema che in qualche modo influisce pure sulle scelte di alcuni registi e sceneggiatori. Il gusto del pubblico è cambiato anche perché è arrivato un nuovo mezzo di comunicazione di nome Internet. Quel che è stato per il cinema la tv commerciale adesso lo è la rete. Quando puoi rivedere una webseries, o in streaming i film usciti da poco, quando Netflix o Sky ti propongono serie tv di 50 minuti a puntata, con una fruizione più moderna, veloce, anche la prospettiva dello spettatore è multitasking. Al cinema ci sono ragazzi che mentre guardano il film stanno pure sui social, fanno la foto allo schermo e la inviano. È una realtà di cui tener conto e adeguarci. Tuttavia l’artista deve potersi esprimere. Se è artigiano, gli artigiani del cinema vedono quel che funziona e cercano di rifarlo finché non smette di funzionare mentre gli artisti fanno cose che sgorgano dal cuore, dall’anima. È questa la differenza: è sempre più un cinema di artigiani.

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Gli attori della serie L’ispettore Coliandro

Cosa vedi o trovi di interessante dell’apporto dato al settore? Non solo a livello artistico ma economico, produttivo, dal punto di vista istituzionale.

Certe volte il sostegno è un andare incontro alle esigenze del pubblico che però finisce per creare dei danni. Cito ad esempio l’iniziativa del mercoledì a 2 euro. Di sicuro molti spettatori sono rimasti contenti, ma molti film ci hanno rimesso. Penso che gli spettatori che vanno al cinema a 2 euro il mercoledì vi sarebbero andati tranquillamente il sabato o la domenica pomeriggio ma a prezzo intero. Ho amici che quest’anno c’hanno rimesso. Personalmente ho avuto la fortuna di avere il mercoledì a 2 euro sulla terza settimana d’uscita, invece alcun film se lo sono ritrovati tra capo e colo sull’uscita per cui i 2 euro sono diventati un danno. Però capisco che chi ha fatto passare questa principio ha avuto un grosso appeal sugli elettori, buon per lui…

Parliamo di formazione. Qual è il ruolo del Centro Sperimentale di cinematografia? È sufficiente, sottodimensionato o si dovrebbe fare di più?

Il Cento sperimentale è sempre andato a ondate. Di talento, ondate economiche. Ma un bacino a cui tutti attingiamo. Ricordo che quando facevo lo sceneggiatore per Fausto Brizzi in Notte prima degli esami scegliemmo la Crescentini in quel bacino. Valentina Lodovini è uscita da lì. È un punto di riferimento tanto quanto la Silvio D’Amico per il teatro. Non so cosa si possa fare di meglio, so che il corpo degli insegnanti è il top come il provino degli attori. Mi auguro che sempre più il Centro venga aiutato. L’Italia ha una formazione cinematografica che viene un po’ dai film di De Sica, Pasolini, per cui si tende un po’ a prendere gli attori dalla strada. Da un lato questo neorealismo è positivo, sono usciti grandi talenti, dall’altro se diventa una regola e hai attori che non hanno studiato quando sei sul un set la differenza fra Pier Francesco Favino o Alessandro Gassman e altri attori la noti. Agli altri mancano i fondamentali. Negli Stati Uniti non è così, fare l’attore è un lavoro come gli altri e dunque ti devi laureare, se non all’Actors Studio da un’altra parte. È solo in Italia che si pensa che il mestiere dell’attore lo possano fare tutti…

Quali sono gli ambienti, i gruppi, le personalità che stanno cambiando di più la scena del cinema romano?

Se parliamo di contemporaneo ti posso parlare di un gruppo di amici che è nato agli inizi degli anni Novanta al Locale di vicolo del Fico. È lì che ho conosciuto Valerio Mastandrea, Claudio Santamaria, Paola Cortellesi, Daniele Silvestri, Max Gazzè, Nicolò Fabi. Il buttafuori del locale era Pierfrancesco Favino. Sono tutti diventati artisti o grandi attori. Se sia stato un movimento culturale però non lo saprei dire. È stato più che altro un grande clan, un circolo in cui mi sono trovato in mezzo. Culturalmente non esiste un “cinema romano” ora. È solo che a Roma si fa il cinema, il 70% del cinema. Parlare di gruppo però mi pare azzardato… Sì, certo, poi io ho il mio gruppo di persone con le quali lavoro da anni, però quello che c’era una volta tra Fellini, Scola, Monicelli, Risi, quel gruppo lì non esiste più. Non c’è a Roma né in Italia. Non c’è un gruppo creativo solidale che va avanti. E ogni volta che si crea muore pure. C’è stato un periodo in cui c’erano Virzì, Bruni e Piccolo che scrivevano i film insieme, poi Bruni s’è messo a fare il regista e il gruppo è finito. Anche quando lavoravo con Brizzi e Martani, cinque film insieme poi ho scelto di fare il regista e il gruppo s’è sciolto. Parte di un gruppo creativo mi ci sentivo di più prima. Da un po’ sento che manca un confronto con gli altri colleghi, vederci e ragionare, criticare, scegliere strade comuni. Un tempo lo si faceva di più.

Nel mondo della politica, dell’amministrazione, dell’economia oggi si fa un gran parlare di “industrie creative”. Come valuti l’associazione tra il termine creativo e industria? Si può fare o è una contraddizione in termini?

No, non è affatto una contraddizione. Secondo me però l’industria deve lasciare libero il creativo di esser tale e sfruttare l’opera d’arte e cercare di comunicarla nel modo migliore. Se no si possono fare successi a tavolino che diventa difficile chiamare opera d’arte. Credo che Sorrentino è stato libero di fare un prodotto che poi hanno veicolato bene, sostenuto politicamente, protetto nei posti giusti per poter avere l’ambizione di rappresentare il cinema italiano agli Oscar. Un film che è andato bene in Italia, bene nel mondo. Lui ha fatto ciò che voleva fare.

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Il cast di Un medico in famiglia

Come valuti l’azione del settore pubblico per il cinema e per la creatività in generale e a Roma e nel Lazio in particolare?

Il sostegno l’ho sempre avuto e senza grandi sforzi. Addirittura a volte mi hanno persino criticato: “Ma come hai girato lì e non ci hai nemmeno chiesto aiuto…”. Però ci sta. Il pubblico è presente e fa cose buone. Più che altro andrebbe trovato un modo più semplice, accessibile, facile, per far capire ai più giovani che possono rivolgersi a qualcuno perché magari non sanno quali pesci prendere. Un ventenne che vuole intraprendere un certo percorso e vuole un aiuto non sa chi interpellare.

Cinema e turismo è uno dei binomi più gettonati ed anche una delle spiegazioni dell’interesse della politica, delle Film Commission. Nelle tue scelte artistiche c’è mai una consapevolezza di questo legame e delle ricadute che vi possono essere dell’uno sull’altro?

Avendo quasi sempre girato a Roma il problema non me lo sono mai posto. Lavoro in una città che non ha certo bisogno del mio film per promuoversi. Quando ho lavorato a Nepi, spontaneamente ho tenuto a evidenziarne le bellezze e rivolgere il dovuto ringraziamento a chi ci aveva ospitato. Però questi aspetti si vedono più che altro in certi film, cito per esempio Una famiglia perfetta di Genovesi, girato a Todi in Umbria. Si vedeva la città, la piazza tutta addobbata, oppure Benvenuti al Sud che ha reso quel paesino famoso in tutta Italia. Io con Roma c’ho poco da ‘fa…

Secondo te Roma e il Lazio possono essere ritenuti dei territori creativi? E in che misura favoriscono la creatività di un autore multidisciplinare come te?

Roma ti influenza, ci sono teatri, cinema, hai la possibilità di vivere in una città che ti fa assistere ad una regia di Peter Schneider o Necrosius all’Argentina, poi vai nel cineclub e all’Azzurro Scipioni e vedi i capolavori di Werner Herzog che magari in altre città non trovi. A Roma escono anche dei film piccoli, argentini, iraniani come Separazione, un film meraviglioso. Questa è Roma, ti offre questa apertura, la possibilità d’incontrare grandi artisti. E questo internazionalizza. Dà opportunità e pretesti. Pensa solo alla programmazione del Teatro Vascello, che è tutta sperimentale.

Indica tre luoghi che ritieni emblematici della scena creativa del Lazio. Luoghi che valorizzeresti e che sono secondo te rappresentativi del fermento che c’è.

Un posto che amo è il Globe. D’estate vado a vedere i capolavori di Shakespeare. Un posto fico, all’aperto, romano, accogliente. Poi c’è il litorale laziale, che ha già un suo fermento nelle discoteche e un pubblico di riferimento. Pensa se si potesse organizzare un festival importante di cinema o teatro tra Sabaudia e San Felice Circeo, un festival di qualità. Il pubblico c’è già, l’estate è pieno di persone.

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Locandina de I Cesaroni, serie tv

Segnalaci tre cose prioritarie da mettere in cantiere per rendere una città come Roma e una regione come il Lazio due realtà più creative.

Per prima cosa ripristinerei un laboratorio teatrale comunale in ogni città come lo teneva una volta Gigi Proietti. Dove si può approdare senza provino, i ragazzi non pagano ma fanno formazione teatrale. Un polo alternativo alla Silvio D’Amico. E con le sembianze del laboratorio di Gigi. Per attori ventenni. Secondo, ripristinerei in tutti i cinema un po’ in decadenza il concetto di seconda visione. Cinema moderni, accoglienti, tecnologici, anche multisala, che programmino i film che non sono riuscito a vedere. Mi sono perso quella commedia ad ottobre? La vedo in aprile. Da ragazzo ho visti tanti film in questo modo perché costavano soltanto mille lire. Ricordo il Cinema Ausonia, il delle Province. Ci sono ancora i sedili di legno del 1952 dove si sta malissimo. Invece potrei sedermi come nelle multisale con anche l’appoggio per la bibita. Per la musica penso che stiamo messi bene. Quando vado all’Auditorium trovo sempre qualcosa che m’interessa. Ci vorrebbero però più luoghi della sperimentazione, anche se la domanda è sempre la stessa: c’è il pubblico poi? Noi uscivamo e andavamo all’Argot o al FilmStudio, i ragazzi di oggi stanno a casa. A vedersi le serie…

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