Dove ci ha portato il capitalismo finanziario

Maria Rosaria Ferrarese, Promesse mancate, Il Mulino, Bologna, 2017, p. 200.

Il titolo del volume della studiosa dell’Università di Cagliari – autrice di libri importanti come Le istituzioni della globalizzazione – va al nodo di un problema che occupa attualmente il lavoro di studiosi di diverse discipline. Viviamo, infatti, un’epoca di disillusioni e ognuno dal suo punto di osservazione ci sta facendo i conti. Sono le disillusioni di chi sentiva arrivare la “Fine della Storia” e si ritrova immerso in uno dei suoi più difficili tornanti o di chi pensava che la società digitale avrebbe portato una nuova era di democrazie aperte e basate su una partecipazione consapevole dei cittadini e si ritrova nel mondo delle fake news. Lo scritto della Ferrarese affronta un’altra serie di promesse mancate, quelle proprie del capitalismo finanziario che si era affermato a partire dagli anni Ottanta brandendo nel mondo con ostentata sicurezza parole d’ordine come “privatizzazioni”, “concorrenza”, “delocalizzazione”.

Il lavoro si articola in quattro capitoli, ognuno dei quali affronta un tema specifico. Il primo si sofferma sulle basi teoriche del ‘discorso’ del capitalismo finanziario e sul modo in cui si è affermato. Il secondo analizza le varie riforme innestate nel rapporto Stato-Economia per far spazio alla logica del capitalismo finanziario: dall’addio a Bretton Woods, alle liberalizzazioni avviate negli anni Ottanta, all’ampliarsi delle possibilità di investimenti esteri. La terza sezione delinea come la finanza sia in pochi anni diventata una vera e propria industria caratterizzata da parole d’ordine, valori e una straordinaria capacità di inventiva alimentata da attori centrali e ‘penetranti’ come le banche di investimento e le agenzie di rating. Il capitolo conclusivo si sofferma sulle implicazioni che questi cambiamenti hanno avuto sullo scenario istituzionale interno ed esterno degli Stati, ‘costretto’ al cambiamento da quella che era diffusamente percepita come una sua inadeguatezza a ritmi e principi ben più aderenti allo ‘spirito del tempo’. È da questa tensione che, a ben guardare, nascono formule come ‘Stato regolatore’, ‘Stato Minimo’, ‘Stato facilitatore’; è in quest’ottica che in tutto il mondo si parla di ‘Reinventare il governo’; parte da qui il transito da ‘government’ a ‘governance’ che si affronta nelle organizzazioni di ogni livello istituzionale: dal locale al sovranazionale.

Un volume che, al pari di molti dei precedenti lavori di Maria Rosaria Ferrarese, è di grande utilità. Porta insieme con intelligenza informazioni, dati, opinioni che il lettore conosce ma che non ha la forza e la competenza (o più banalmente il tempo) per mettere insieme in un quadro complessivo e compiuto. Tutto questo la studiosa lo fa – ed è merito non da poco – con un tono che, pur convinto, non è mai assertivo, ma sempre pronto a capire perché scelte errate sono state fatte, a spiegare da dove tragga la sua forza la vulgata del capitalismo finanziario, ad indagare quali siano gli effetti a volte paradossali di queste ‘promesse mancate’ (si pensi, tra i tanti, all’attuale situazione del capitalismo mondiale sotto il profilo del diritto della concorrenza, che della vulgata del capitalismo finanziario è stato un vero e proprio pilastro).

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