I numeri e le politiche della creatività

Articolo pubblicato nel mio blog su Huffington Post

Come ogni anno la Fondazione Symbola ci dice quanto vale la creatività italiana, quella che si comincia a conoscere come l’Economia Arancione. E, come avviene ogni anno, i numeri sorprendono. Rimaniamo come stupiti, infatti, quando ci ricordano che l’industria culturale e creativa cresce più della media dell’economia italiana e che vale ormai 90 miliardi di euro; quando i dati fanno emergere una realtà fatta di 1.5 milioni di lavoratori; quando si stima che l’effetto moltiplicatore della cultura genera 250 miliardi di euro l’anno.

Se questi e altri dati periodicamente ci sorprendono, quello che invece non stupisce più sono i commenti. Puntuale segue, infatti, ogni anno la litania per cui la cultura è “il petrolio” del paese oppure – a seconda della sensibilità ambientalista del commentatore – la sua “energia rinnovabile”.

Tutte cose giustissime che, però, nascondono l’assenza, nel nostro paese, di una politica per le industrie creative degna di questo nome. Ci sono, ovviamente, programmi e sistemi di aiuti ma si tratta di iniziative settoriali, slegate da una politica per la creatività più generale, del tipo di quelle che si trovano in altre esperienze. E, se vogliamo, ne è la più evidente riprova il fatto stesso che attendiamo periodicamente i lavori della Fondazione Symbola per conoscere la dimensione del fenomeno. Non è l’Istat, insomma, a comunicarci il valore complessivo dell’industria creativa italiana, ma una Fodazione privata. Un segno evidente del ritardo di policy che scontiamo in quest’ambito.

C’è, quindi, un primo passaggio molto chiaro da fare: dare alla vicenda della creatività una veste adeguata. Un passaggio che vuol dire cose molto concrete. Significa rapporti pubblici che calcolino il valore delle industrie creative, definiscano una strategia per il loro sviluppo, facciano capire che si sta parlando di una cosa seria: che dà lavoro, sostiene la crescita, contribuisce ad una società più aperta, tollerante, dinamica. Significa strumenti di intervento capaci di aiutare le imprese a nascere, crescere ed internazionalizzarsi e un centro amministrativo “intelligente” che aiuti il settore con le politiche più innovative e si occupi anche di come la creatività può migliorare la qualità dei servizi amministrativi. Significa, ancora, portare la creatività nelle aule fin dai primi anni di scuola e, allo stesso tempo, creare nelle nostre città luoghi di produzione creativa: incubatori, acceleratori, Fablab.

Questo, non altro, accade nei paesi più avanzati sul tema. Ed è questo che dobbiamo provare a replicare sia a livello nazionale, sia regionale. Tanto più in una regione come il Lazio in cui i dati ci confermano che la creatività pesa, e molto: 14.8 miliardi di valore aggiunto, 204 mila lavoratori, 41 mila imprese.

È per questo che in Regione abbiamo avviato il programma LazioCreativo ed è per questo che va approvata la legge per il settore culturale e creativo presentata in Consiglio regionale e su cui l’associazione Civita ha avviato una petizione. Una legge che vuole dotare il Fondo per la Creatività della regione di più risorse da dedicare alle start up, che in collaborazione con i privati punta a moltiplicare gli spazi per la creatività nelle città della nostra regione e che prevede una serie di iniziative volte a valorizzare la classe creativa. Tutto questo nella convinzione che è tempo che la creatività – uno dei nostri punti di forza e parte essenziale del brand italiano – abbia ad ogni livello istituzionale. Una politica visibile, con interlocutori amministrativi competenti, obiettivi strategici, strumenti di intervento moderni. Visti i numeri e l’importanza del settore, la “ripartenza” passa anche da qui.

 

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