Un altro sguardo sulle settimane della moda

Articolo pubblicato nel mio blog su Huffington Post

Il nome di Carolyn Maloney non dice molto. Almeno qui da noi. Neanche a me, devo ammetterlo, sino a qualche giorno fa. Poi, andando a vedere se ci fossero studi sul ritorno economico delle settimane della moda, analisi dell’impatto di queste manifestazioni sulle città che le ospitano, sono incappato in questa deputata democratica di New York.

La Maloney lavora da anni, infatti, per far riconoscere la “serietà” di queste manifestazioni, per farne capire il potenziale – in termini di immagine e non solo – per le città coinvolte. Per vincere, evidentemente, un’aura di frivolezza che deve essere presente anche oltre oceano. E per sostenere questa sua posizione politica ha fatto quello che si fa negli ordinamenti seri. Ha avviato studi e prodotto rapporti pubblici sul peso della moda nell’economia statunitense e, poi, sul ritorno economico delle settimane della moda di New York.

I numeri che ci consegnano questi lavori sono impressionanti e pronti a farci capire con immediatezza quello di cui si parla. Si calcola, infatti, un ritorno di 900 milioni di dollari sull’economia della Grande Mela, frutto del combinarsi di turismo, shopping, settore alberghiero e della ristorazione e molto altro. E, d’altra parte, anche studi analoghi condotti su Londra ed altre settimane della moda nel mondo dicono cose chiare: c’è un guadagno per tutti, la città e la sua immagine, gli operatori del settore, il comparto turistico.

Sono cifre e dinamiche che mi sono tornate alla mente andando a riguardare le polemiche che accompagnano da anni Alta Romae che ne hanno reso difficile, a tratti quasi impossibile, l’operato. Polemiche che sembra si muovano, e non è cosa nuova, nel “vuoto”. Senza cioè sapere che, come ha ricordato di recente il New York Times, tutte le città più dinamiche del pianeta hanno oramai delle settimane della moda.

Senza capire che si tratta di occasioni che – immediatamente oltre le luci delle passerelle e le tartine dei ricevimenti – sono volani di economia ed elementi sempre più essenziali del branding cittadino. Senza fermarsi a riflettere sul fatto che in ogni luogo sono momenti sostenuti dalla politica e dalla business community, insieme.

In molte delle esperienze internazionali, insomma, le settimane della moda sono sottratte al terreno “dell’evento”, della “manifestazione” e diventano qualcosa di diverso. Di più serio. Sono momenti in cui si costruisce il tessuto imprenditoriale di una città; in cui se ne definisce l’offerta turistica in un tempo in cui – come ricorda l’Ocse – il raccordo tra turismo e creatività è sempre più stretto; in cui, ancora, si delinea parte del carattere cittadino, del volto economico con cui si vuole stare nel mondo.

Ecco a tutto questo pensavo riguardando gli articoli che la stampa romana ha dedicato all’argomento nelle ultime settimane e in cui si rincorrono incomprensioni tra soci, dubbi sul futuro, incertezze sul progetto. Mi piace pensare, però, che le cose stiano cambiando. E penso che anche qui la forza dei numeri finirà per imporsi.

La moda nel solo Lazio vuole dire oltre 3000 imprese, circa 9000 artigiani, centri di formazione importanti che sfornano annualmente eccellenze: la stessa AltaRoma, pur nelle mille difficoltà in cui ha dovuto navigare, muove già un indotto di circa 4 milioni di euro. Cifre importanti, che parlano di un fenomeno molto reale, che va aiutato. Ecco mentre si apre questa edizione, è la forza dei numeri della creatività a dirci che si sta avviando una nuova fase in cui le voci che legano la moda a concetti frivoli perdono forza, e la politica guarda al tutto con occhi diversi. Proprio come accaduto a quel “con la cultura non si mangia” che appare un po’ a tutti come una voce stonata che riporta a un passato che appare, ai più, totalmente fuori fuoco.

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