Come calcolare il valore economico della creatività?

Ho incontrato Hasan Bakhshi, Direttore del settore Economia creativa di Nesta, National Endowment for Science, Technology and the Arts, il think tank britannico all’avanguardia, tra gli altri, anche sui temi relativi alle politiche per le industrie creative. Abbiamo affrontato una delle questioni su cui Nesta sta lavorando, di più: quella dei metodi per calcolare il valore delle industrie creative.

Hasan, sei il Direttore del settore Economia creativa a Nesta, uno dei think tank più influenti al mondo su questo tema. Il tuo lavoro è analizzare dati, elaborare politiche e verificare strumenti per questo settore. Ma come sei arrivato qui? Qual è stato il tuo percorso, sia accademico che professionale?

Sono arrivato a Nesta dopo una serie di lavori più mainstream. Subito dopo aver terminato il mio lavoro post-laurea a Oxford, ho cominciato come macroeconomista, all’Ufficio Studi della Banca d’Inghilterra. Da lì sono passato ad essere consulente economico nel Servizio diplomatico britannico e, poi, nella Banca d’affari americana Lehman Brothers. Intorno alla metà dei miei 30 anni ho pensato fosse giunto il momento di unire i miei interessi in economia e nelle nuove tecnologie con quelli più personali: il cinema, la musica, e altri ambiti delle industrie creative. Per questo mi sono avvicinato a Nesta, un’organizzazione che guardava con specifico interesse a questi settori. Ho iniziato con un part-time e l’intenzione di rimanere non più di un anno. Dieci anni dopo sono ancora qui! E sono stati anni di grande vivacità: abbiamo fatto nascere un gruppo di ricerca di economisti quantitativi e statistici, abbiamo creato un diparti- mento per l’economia creativa. Soprattutto abbiamo contribuito ad una diversa percezione delle industrie: dal punto di vista qualitativo e quantitativo. Ed in fondo il fatto che mi abbiano dato un riconoscimento pubblico per questo (MBE) è un po’ un riconoscimento al lavoro fatto da Nesta per l’affermarsi del discorso creativo nel Regno Unito.

Nei tuoi lavori precedenti come erano considerate le industrie creative?

Quando lavoravo alla Banca d’Inghilterra mi occupavo del cambiamento strutturale dell’economia e delle sue implicazioni. Era la fine degli anni Novanta e uno dei più importanti focus della ricerca era comprendere l’importanza degli investimenti di software e hardware e capire quale fosse il loro contributo in termini di produttività. Erano gli anni del «regno» di Alan Greenspan alla Federal Reserve e si faceva un gran parlare di «nuova economia». Con la grande recessione ormai alle spalle, appare quasi ingenuo pensare a quel periodo come a una «nuova economia», nonostante i fondamentali sviluppi tecnologici – molti dei quali associati a Internet – avviati in quegli anni. Ed invece il punto è proprio che quei cambiamenti hanno portato, tra l’altro, anche a un cambio di passo nella considerazione dell’importanza di ciò che noi chiamiamo oggi «industrie creative». In contemporanea, ci fu anche un aumento della domanda per i prodotti di queste industrie, sia da parte di famiglie che dedicavano una quota crescente del proprio reddito ai beni ed alle esperienze culturali, sia da parte delle imprese che cercavano input creativi come fonte di differenziazione in mercati sempre più competitivi. E sono queste coincidenze a spiegare perché è proprio allora che nel Regno Unito, il termine è stato introdotto a livello governativo. Era il 1997 e la scelta fu fatta dall’allora Segretario di Stato per la Cultura, Chris Smith.

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