Tour delle imprese #3 Tappa a Rieti, tra high tech e natura

Il viaggio verso Rieti mi piace sempre moltissimo. L’allontanarsi da Roma costeggiando Monte Gennaro sulla destra e con il Soratte come punto di riferimento sulla sinistra è sempre una sorta di strano viaggio nella memoria. Montagne bellissime e misteriose, che da migliaia di anni incantano.

Oggi è il 13 aprile ed è una giornata tersa, poco traffico e arriviamo a Rieti senza intoppi, ma con il Terminillo davanti ancora imbiancato a ricordarci che comunque qui l’inverno dura semplicemente di più.

  1. Phoenix

Phoenix 2

La prima fermata è nella zona industriale di Rieti/Cittaducale, alla Phoenix. Un’azienda che produce quei complicatissimi quadri elettrici che si trovano spesso nei luoghi più impensati: nei grandi stabilimenti industriali così come più semplicemente nei camper per far funzionare, ad esempio, le pompe. Roba che già fa spavento per la sua complessità quando la si guarda dal lato “giusto”, figurarsi quando la si vede in corso di produzione, al contrario, “dal lato oscuro”. Per non parlare dei cablaggi, complicatissime ragnatele di fili che vanno e vengono e si incrociano secondo geometrie misteriose che riempiono le auto o fanno funzionare impianti industriali o apparecchiature fotovoltaiche.

Sono questi i prodotti di questa impresa della piana reatina, guidata da Alessandro Di Venanzio, un uomo con un fare entusiasta che è anche il presidente di Unindustria Rieti. Mentre mi accompagna nell’impresa, Alessandro mi racconta la sua storia: l’inizio della sua carriera al Nord e, poi, la decisione, nel 1987 di fondare la Phoenix e il percorso di crescita: da una commessa all’altra. Si capisce che Di Venanzio non racconta storie, che ogni settimana percorre chilometri e chilometri per promuovere i suoi prodotti, ascoltare le esigenze dei clienti, trasformarle in cambiamenti alla produzione per adattarla alle trasformazioni del mercato.

Scendiamo nello stabilimento, dove tutto il lavoro procede in un’atmosfera molto calma, con operai che si muovono sicuri tra centinaia di scatole di componenti assemblando i prodotti più complicati. Un’atmosfera tranquilla e quasi artigianale che non farebbe sospettare che uno dei punti di forza di questa fabbrica è, invece, la flessibilità. La Phoenix, infatti, si è posizionata, per precisa scelta industriale, sul segmento della produzione “Just in Time”, ossia organizzata in funzione delle richieste del cliente, per rispondervi sostanzialmente in tempo reale. “È questa la nostra forza” dice Di Venanzio “non sono in molti a poter dare questa adattabilità dei loro prodotti”.

Phoenix

Molti degli operai, mi spiega, vengono da altre realtà della zona, sono frutto della storia industriale del reatino degli ultimi anni in cui molti imprenditori hanno dovuto lasciare il campo. E la Phoenix si trova, quindi ad avere un capitale umano di grande qualità. Nel salutarmi Di Venanzio mi lascia con una suggestione: “Vede Manzella, dovremmo fare uno sforzo per aiutare le imprese lontane dalla Capitale a entrare in contatto con i grandi gruppi che sono a Roma. Sarebbe questo un aiuto molto tangibile, che aiuterebbe molto le imprese del territorio e che aprirebbe loro nuove opportunità di mercato”. Esco pensando che ha ragione, che sarebbe una bella missione: sono sicuro che i prodotti della Phoenix avrebbero molti acquirenti, considerata la passione che c’è dietro.

  1. Shire

Shire 2

Poche centinaia di metri e, sempre nell’area industriale di Rieti/Cittaducale, entriamo nello stabilimento Shire, una multinazionale attiva in diversi rami del settore sanitario, dai dispositivi medici, alla produzione di farmaci alle biotecnologie. Abbiamo un leggero ritardo e ad aspettarci c’è anche il sindaco di Cittaducale, l’amico Leonardo Ranalli: dopotutto siamo nel suo territorio.

Ed è lui a presentarci all’amministratore delegato della Baxter Manufacturing (la controllata di Shire che gestisce questo impianto produttivo) Massimiliano Barberis, un manager cuneese che da anni lavora nel Lazio, prima a Latina e ora a Rieti. Barberis ci spiega che la Shire è un vero e proprio gigante mondiale del farmaceutico, una realtà con 15 stabilimenti, 24mila lavoratori, con una presenza in 65 Paesi di Europa, Nordamerica, America Latina e Asia. E con una specializzazione chiara – le malattie rare – e un forte radicamento italiano. Divisi tra gli stabilimenti di Rieti e Pisa sono oltre 600 le persone del gruppo in Italia. Qui a Rieti – dove sono quasi 500, in larga misura persone del posto e formate nelle Università della regione – si lavora nel settore del “frazionamento” del plasma, un processo nella filiera della produzione di emoderivati come le immunoglobuline, l’albumina e i fattori di coagulazione. Rieti è, in sostanza, un passaggio della catena della produzione: il plasma parte da qui per essere poi lavorato in altri stabilimenti del Gruppo e dar vita a farmaci che arriveranno poi sul mercato europeo, americano e di altri Stati.

Shire

L’incontro, in questo caso, ha anche un risvolto pratico. Come Regione stiamo valutando il cofinanziamento di un processo di espansione dello stabilimento nell’ambito di un contratto di sviluppo definito insieme al Ministero per lo Sviluppo Economico e Invitalia. Un’esigenza che nasce dallo sviluppo. I volumi di produzione dell’impianto, infatti, sono già più che triplicati in meno di 10 anni, a seguito di alcuni importanti investimenti fatti e che hanno portato questa struttura a essere considerata oggi tra le migliori realtà produttive europee nel suo campo. Forse per questo la scelta presa dal management è procedere a un nuovo programma di investimenti per aumentare ulteriormente in modo significativo i volumi di produzione. Anche di questo parliamo con Barberis che ricorda quanto sia strategico questo accordo per il futuro dell’azienda, quanto da interventi così dipenda la reputazione del Paese e la possibilità di attrarre o mantenere imprese, e come il tempo sia una variabile essenziale in questo passaggio. Poche parole che danno però il senso di quanto la pubblica amministrazione sia, oggi, variabile decisiva per la competitività del territorio.

È una visita rapida e non c’è tempo di scendere a visitare gli impianti di questo stabilimento così diverso da quello precedente, dove tutto ricorda gli standard internazionali della grande impresa. Ci tornerò, comunque. È un’altra faccia dell’industria reatina. Si riparte!

  1. Birrificio Alta Quota

Birrificio Alta Quota

Dopo 45 minuti di macchina tra le gole del Velino, in un panorama maestoso che sembra preso da una scenografia del Signore degli Anelli, arriviamo nella piana di alta montagna (siamo a quasi 1.000 metri di altitudine) dove sorge il Birrificio Alta Quota, nel territorio di Cittareale, all’incrocio di quattro regioni, Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche, in un territorio provato dal sisma degli ultimi due anni.

Che però, per fortuna non ha danneggiato il birrificio che, come dice il nome, è in quota, appunto. Anche se non più a quota “altissima”, perché il primo stabilimento era ancora più su, proprio tra i monti. Ce lo segnala, indicando il punto dove si trovava, Claudio Lorenzini, l’uomo che si è inventato pezzo su pezzo questa realtà. Un uomo della bassa Sabina che con un sorriso franco e mite spiega come è “emigrato” quassù e come ha trasformato la tradizione agricola della sua famiglia in questa nuova avventura. Un’avventura a due vissuta insieme alla moglie Emanuela Laurenzi, anche lei impegnata in azienda.

Alta Quota oggi produce 15 diversi tipi di birra, tutte con nomi molto originali: c’è la birra Amatrice, fatta con il farro di lassù; la Tiberia, frutto del matrimonio – tutto laziale – con il sedano bianco di Sperlonga; la Greta, senza glutine; la sorprendente birra Chicano con il peperoncino rocoto; la Principessa, la capostipite di tutte quante. E altre dieci, ognuna con la sua originalità. Birre senza conservanti e che si muovono tutte all’insegna della territorialità. A partire dall’acqua, che proviene dalle sorgenti della stessa Cittareale, sino al farro locale, la cui produzione si era interrotta ed è ripresa proprio grazie all’apertura di Alta Quota, al luppolo fresco e al grano Senatore Cappelli riprodotti e coltivati nel Centro Appenninico del Terminillo Carlo Jucci dell’Università degli studi di Perugia.

Birrificio Alta Quota 2

E le prospettive che ci indica con aria entusiasta Lorenzini sono sempre più caratterizzate da questo elemento della territorialità. Oltre all’ampliamento dello stabilimento ci sono tre progetti in ballo, molto chiari: il primo è la realizzazione di una malteria, “non ce l’ha nessuno da queste parti”, ci dice, ma potrebbe essere una svolta per la produzione, non solo sua, ma di tutto il comparto delle birre artigianali. Il secondo è la creazione di un luogo di raccolta e distribuzione per tutte le realtà di produzione alimentare della zona. Il terzo è, nei fatti, già più di un progetto: dal prossimo anno infatti Alta Quota sarà in grado di controllare tutta la filiera produttiva della birra. La vecchia passione per l’agricoltura ha prevalso e sono stati acquistati i terreni per piantare e produrre, nel territorio, tutto l’essenziale per produrre Alta Quota.

Ci lasciamo così, parlando di futuro e di una scelta di un’economia vicina alle vocazioni territoriali. Che però, passo passo, si sta facendo sempre più grande.

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