Di nuovo verso Latina: tra la ricerca avanzata, lo spazio e… il gelo

Quattro maggio. Di nuovo verso Sud, lungo quell’asse Roma-Latina, che insieme all’area di Frosinone è uno dei nodi strategici di quel ‘tessuto diffuso’ che è l’industria laziale. Ed è un viaggio che si anticipa ricco, tra realtà diversissime per dimensioni e settore.

  1. Bridgestone

Bridgestone 2

Sono le misure di sicurezza e la bandiera del Giappone che sventola fuori dal Centro – misti a una singolare aria di extraterritorialità – a farci capire che si comincia con una azienda globale. Sì perché la Bridgestone è ormai da molti anni a Castel Romano con il suo Centro tecnico di progettazione, ricerca e collaudi, dove è arrivata nel 1988. Anche questa è una storia che ci riporta agli anni della Cassa del Mezzogiorno. Questa, infatti, era la sede del preesistente Centro della Firestone, venuta negli anni Settanta a investire nel nostro Paese e poi acquisita dalla Bridgestone (a proposito Bridgestone, “Ponte di pietra” è la traduzione del cognome della famiglia proprietaria, giapponese, appunto), leader mondiale nell’industria del pneumatico.

Ci accolgono i leader dell’area Europa, Medio Oriente e Africa (Emea), Paolo Ferrari, presidente e Ceo di Bridgestone Emea – un torinese basato a Bruxelles ma ‘laziale’ d’adozione – e tutta la prima linea dell’azienda: Emilio Tiberio, vicepresidente Ricerca e Sviluppo, Silvia Brufani, leader delle Risorse Umane, Paolo Filetti, leader delle Soluzioni Digitali, e Lorenzo Alleva, alla guida del Digital Garage. E il luogo stesso in cui ci attendono non è casuale. Siamo, appunto, nel Digital Garage, una struttura tutta vetri molto diversa dai capannoni che sono solo pochi metri più in là, quasi a segnalarci da subito il cambio in atto in questo centro di ricerca. Qui non ci si focalizza più solamente sui materiali ma si studiano le possibili applicazioni delle nuove tecnologie digitali nel mondo automotive per arrivare a una migliore mobilità; le brilliant mobility solutions (ed è forse la più chiara testimonianza del fatto che la parola smart ha fatto il suo tempo).

In Bridgestone ci sono oramai due anime, quindi. La prima è quella di 255 ricercatori, che ideano, progettano e sperimentano nuove tecnologie e prodotti, destinati a veicoli che attraverseranno le strade di tutto il mondo. Siamo infatti in un centro strategico dell’impresa giapponese, il Tce (Tech Center Europe): è la testa che studia, progetta e implementa le tecnologie, i prodotti e le soluzioni che meglio rispondono alle esigenze dei mercati nell’area Emea in fatto di pneumatici.

Ad integrare questa prima anima c’è, poi, un centro digitale che crea soluzioni digitali per l’automotive, come chip intelligenti che diranno al guidatore come sta consumando gli pneumatici, segnaleranno all’amministrazione comunale dove ci sono le buche su cui intervenire, aiuteranno a gestire il traffico in maniera intelligente. E molto altro.

Bridgestone

Terminata questa prima parte dedicata alla ricerca avanzata, scendiamo a visitare le aree di prototipazione degli pneumatici. Ed è qui – tra gomma sintetica e quella naturale – l’anima più tradizionale. Ci sono macchinari enormi, stanze piene di una specie di materassi di gomma grezza, giganteschi estrusori che trasformano il prodotto in una lastra, dando forma alle intuizioni e agli studi degli ingegneri e ricercatori del centro di ricerca. Gli pneumatici si costruiscono qui, si testano poco lontano, ad Aprilia, si ritorna qui con i risultati di guida e si apportano le modifiche. E alla fine, dopo un lavoro di continua iterazione si arriva al momento dell’ok: lo pneumatico può essere messo in produzione negli stabilimenti dell’azienda.

Per essere all’altezza di questa responsabilità globale, alla Bridgestone si sono dati da fare. Pienamente integrati con la rete universitaria della Regione e con quella delle startup e del mondo dell’innovazione, sono parte stessa dell’ecosistema. Ed ecco che è comprensibile che la loro richiesta alla politica sia proprio essere ascoltati e poter dare il loro contributo in sede di policymaking: contatti, idee, ricerche al riguardo. È con questo obiettivo che ci salutiamo, con l’idea che questa esperienza e questa professionalità – come quelle presenti in molte delle realtà internazionali del territorio – debbano venir inserite di più nell’economia regionale. E mentre saluto – sotto la bandiera giapponese – penso che forse un po’ di Giappone ci farebbe bene. Sayonara.

  1. Arescosmo

AresCosmo

Da Castel Romano continuiamo verso Sud, per recarci alla Arescosmo. Un’impresa di cui so poco, se non che il suo manager è Silvio Rossignoli, un roccioso milanese ‘del Politecnico’, trapiantato a Roma da trent’anni, che è divenuto 4 anni fa presidente della Federlazio, tra le principali associazioni di categoria delle imprese della regione. Da quasi vent’anni è qui ad Aprilia a portare avanti questa realtà dell’aerospazio che, anche lei, ha una costola, e forse più, negli Usa. Una storia quasi mitica, che ci riporta a Lionel Irvin, l’uomo che ha brevettato il primo paracadute dopo la prima guerra mondiale. È qui, infatti, l’inizio dell’Arescosmo. Irvin non si limita a inventare il paracadute ma costituisce una società che in pochi anni diventa una multinazionale del paracadute e di altre forniture militari ed arriva ad Aprilia per cominciare la sua produzione europea. Da lì, dopo una serie di passaggi proprietari si arriva alla Arescosmo che Rossignoli negli ultimi anni, collaborando con un fondo d’investimenti inglese, rimette in ordine.

Ci racconta di questa azienda in cui oggi lavorano 200 persone, con un fatturato di 200 milioni di euro e con veri fiori all’occhiello. È pensato e costruito qui, ad esempio, il più grande paracadute aerospaziale prodotto al mondo, utilizzato dall’Esa per far atterrare le sue sonde su Marte. Così come è ‘Made in Arescosmo’ l’hangar semovente che permette ai meccanici della US Air Force di riparare gli F35, che si trovino in una pianura sabbiosa dell’Afghanistan o su una portaerei in navigazione in alto mare. Questo e molto di più. Tutte attività che Arescosmo va a conquistarsi in giro per il mondo, di cliente in cliente.

AresCosmo 2 Paracadute

È un incontro che parla di storia, tecnologie, gare internazionali e di un sogno. La Arescosmo da anni propone di lavorare sulle applicazioni delle tecnologie aerospaziali all’agricoltura. Sembra fantascienza, ma non lo è affatto. Già l’idroponica utilizza tecniche di coltivazione mutuate dalle tecnologie aerospaziali. Un po’ come avviene per la Formula 1, Rossignoli scommette sugli utilizzi in agricoltura delle scoperte scientifiche nello spazio. E a giudicare dall’attenzione che questi lavori stanno avendo nel mondo – dalla Nasa all’Esa ad altri grandi player del settore – potrebbe essere sulla pista giusta.

  1. Gelit

Gelit 2

Da Aprilia riprendiamo la strada per l’ultima vista, suggerita da Maurizio Tarquini, il direttore generale di Unindustria nella Regione. Un uomo interessato all’economia reale e con un punto di vista sempre originale. Un paio di mesi fa mi ha consigliato di andare a vedere la Gelit, a Doganella di Ninfa, “un’azienda che ti sorprenderà”. Ed effettivamente così è stato. Era qui che, sino a qualche anno fa, si producevano i “4 salti in padella”. Sino a quando la Findus non decise di produrli da sé. A quel punto Gelit decise di cominciare una sua vita autonoma come produttore di cibi pronti per le grandi catene di supermercati, da Esselunga a Carrefour – ed oggi è una bella realtà, incastonata tra una cava di travertino di origine romana – dicono aperta per la ricostruzione della città dopo l’incendio neroniano – e la villa che fu di Virna Lisi, il suo buen retiro pontino.

Ci accoglie all’ingresso Stefano Mattioli, un uomo atletico e con uno sguardo ironico sotto grandi occhiali, un pontino di Piacenza, si potrebbe dire, tanti ormai gli anni trascorsi nel basso Lazio. Stefano ha una carriera nel marketing in Barilla e dal 2007 è presidente e amministratore delegato di questa società, l’unica partecipazione fuori dagli Stati Uniti del gruppo Conagra. Uno stabilimento d’eccellenza in cui si producono più di 350 tipi di piatti pronti di pasta, che arrivano sugli scaffali di moltissimi supermercati, italiani e mondiali. Ed effettivamente il viaggio nello stabilimento è tutto un vedere macchine che prendono spaghetti, tortellini, rigatoni e li mixano con sughi di ogni tipo fatti – ce lo ripetono più e più volte con deciso orgoglio – “come fossero fatti in casa”: usando, insomma, gli stessi passaggi, solo in larga scala. Ed effettivamente quando a fine visita Stefano ci porta ad assaggiare i prodotti nella foresteria, questi passano anche l’esame di Tarquini, noto buongustaio. E Stefano vede proprio in questa qualità, in questo mantenere un taglio quasi artigianale, la chiave della sua azienda nel futuro, in cui ci saranno sempre più estero, apertura a nuovi mercati e prodotti con chiaro il segno dell’italianità.

Gelit

Con 350 dipendenti per un giro di affari di 80 milioni l’anno, Gelit è un’azienda che ci colpisce per un clima aziendale molto positivo. “Voglio un’azienda piatta”, mi dice Mattioli con un’aria molto convinta, “in cui dei problemi si parla apertamente tra tutti e in cui si risolvono insieme”. E forse il migliore emblema di questa filosofia è il calcetto balilla proprio accanto alla ‘sala prove’ dei prodotti. Manager e operai, cuochi e personale amministrativo si sfidano in partite abbastanza accanite in pausa pranzo. Ho fatto l’errore di sfidarli. Tranne qualche tentativo – evidente e abbastanza penoso (per me) di far fare bella figura all’ospite – sono stato innegabilmente il peso morto della mia squadra, uscita sconfitta senza possibilità d’appello. Mi devo allenare.

  1. Sicamb

Sicamb 2

In questa visita alla Gelit ci accompagna anche il presidente di Unindustria Latina, Giorgio Klinger. Un uomo con occhiali larghi e un volto serio, da professore di qualche università statunitense. Ma di quelli che dopo poco sciolgono la serietà in un sorriso. Tipi che mi piacciono. E a un certo punto della visita mi si avvicina e mi dice che la sua azienda è vicina e gli farebbe piacere se andassi a visitarla. Gli rispondo di sì, ed è così che nasce questa appendice al viaggio di oggi: la visita alla Sicamb, un’impresa dell’aeronautica vicino Latina. Un’appendice tanto inaspettata quanto interessante. Sì, perché è un’appendice che porta dritto dritto nella storia: e direi quella con la S maiuscola.

L’origine di questa impresa ci porta agli albori del mondo industriale italiano. Il nonno di Marco e del fratello Giorgio – che compare appena entriamo nello stabilimento – era amico fraterno di Italo Balbo: anche lui trasvolatore, anche lui immerso in quella pagina di volo di storia italiana, anche lui sepolto, come gli altri trasvolatori, a Orbetello (un luogo che parla di memoria, avventura, coraggio e nostalgia, andate a visitarlo). Un personaggio importante, che era stato presidente di Ala Littoria e che, dopo la guerra, fonda la Sicamb, azienda portata avanti dal figlio e ora dalla terza generazione di Klinger.

E già nel nome dell’azienda c’è un altro indizio importante. Sicamb sta per Società italiana costruzione aeromobili Martin Baker. A sancire, sin dal nome, la partnership con questa società britannica, anche lei storica produttrice di componenti per aerei, anche lei impresa familiare alla terza generazione. Seggiolini eiettabili per le frecce tricolori, fusoliere per gli Hercules, piantane per Airbus, sportelloni per i Falcon. Per ognuno dei pezzi raccolti in quest’hangar c’è una storia, un racconto, una gara, una specifica tecnica che i due fratelli raccontano con grande passione e con la responsabilità di una storia così lunga. Sono spiegazioni da cui si capisce che i due Klinger – lo si vede dal modo in cui parlano di prodotti e delle dinamiche del loro business – si dividono bene i compiti: Marco più sul commerciale e Giorgio più sul tecnico. Sono loro a guidare questa realtà di 400 dipendenti che ogni anno fattura più di 80 milioni e che porta la tecnologia e le capacità della nostra regione nei cieli del mondo.

Sicamb

Per chi, come me, non si aspetta niente di tutto questo, muoversi in questo enorme hangar poco fuori Latina è in qualche modo irrealistico: un entrare in contatto con i grandi nomi dell’aeronautica del mondo, vedere i prodotti dal di dentro, ascoltare storie che portano lontano. Storie che parlano di competitività, tecnologia, ricerca, partnership e che, anche senza dirlo, chiedono alla politica una vera collaborazione con le realtà di eccellenza che ci sono in questo settore. Per essere messi nelle stesse condizioni dei loro concorrenti sui mercati del mondo e per contribuire in maniera decisa a uno sviluppo ‘intelligente’ di questa regione.

Il tempo, è il caso di dirlo, vola, e dobbiamo partire. Riprendiamo la Pontina. Direzione Roma. Anche questa tappa è finita.

 

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