In Ciociaria tra università, petrolio, polimeri e viaggi high class

Oggi, 11 maggio, è la volta del Frusinate. Ci si muove presto, alle 9 dobbiamo essere a Cassino e la partenza è fissata alle 7.15. La giornata è bellissima e la strada libera. Prima tappa: l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale.

  1. UniCassino

UniCassino

Arriviamo in leggero anticipo, ma Francesco Ferrante ci raggiunge poco dopo. È un professore di Genova trapiantato a Cassino, con la passione, l’ho imparato in questi anni, di insegnare a fare imprenditoria. È lui a presentarmi al rettore, Giovanni Betta, un uomo energico che arriva da Napoli, un ingegnere specializzato in misurazioni elettriche ed elettroniche. Accanto a lui altri professori di scienze ‘dure’: ci sono Marco Dell’Isola, direttore del Dipartimento di Ingegneria Civile e Meccanica, e Stefano Chiaverini, direttore del Dipartimento di Ingegneria Elettrica e dell’Informazione “Maurizio Scarano”, un uomo con un volto simpatico sotto ai capelli bianchi, di cui mi svelano subito tre cose: è un genio nel suo campo, un grande fotografo e un organista appassionato. Misurazione, robotica. ingegneria. Cose serie, insomma.

In rettorato una conversazione in cui ripercorriamo la storia ormai quarantennale dell’Università e i rapporti con l’industria e le aziende del territorio. E capisco che siamo in un ambiente aperto, che parla di dialogo con l’impresa in maniera moderna e molto concreta, semplicemente come una delle missioni cruciali dell’Università: non come obbligo, insomma, ma come vocazione. E che pone in rilievo questioni molto concrete: come possiamo fare un trasferimento tecnologico efficiente? Quali sono gli strumenti più innovativi per farlo? Come affrontare e risolvere la questione del capitale umano necessario perché il trasferimento sia una cosa seria e non una perdita di tempo? Di fatto, il nocciolo del problema.

Dopo la fine di una conversazione in cui ci siamo scoperti parlare lo stesso linguaggio – ed è la cosa più importante – visitiamo insieme i laboratori del Dipartimento di Ingegneria, proprio accanto alla scultura dello scultore americano Sol LeWitt – “Four Pillars”, del 1999 – lasciata da un rettore letterato di tanti anni fa. Ed è semplice trovare conferma di quello che è stato appena detto nella riunione. È lì che capisco che i laboratori sono utilizzati molto frequentemente (oltre 300 volte l’anno) per misurare le prestazioni di singoli prodotti delle imprese, per capire, ad esempio, quanto effettivamente i contatori siano precisi, per tarare la metà degli autovelox italiani, per determinare quante radiazioni emetta un certo oggetto. O, ancora, in che modo il marmo “coreno” prodotto delle cave del territorio possa essere trasformato in un oggetto leggero e duraturo al contempo da usare nella nautica, ad esempio.

UniCassino 2

Cose con ricadute molto concrete, insomma. Ed è qui, tra braccia automatizzate, modellini di marmo, in mezzo alle forme a piramide della camera semianecoica, che questi professori mostrano il loro lato più entusiasta e più vero: lavorare con l’impresa, mettere al servizio dell’economia capacità maturate in anni di studio; si vede che questa è una loro priorità. E indicano, giustamente orgogliosi, i risultati di questo approccio “pratico”: il 100% degli ingegneri che si sono laureati qui a un anno di distanza dalla laurea sono collocati nel mondo del lavoro.

  1. Turriziani Petroli

Turriziani Petroli

Lascio l’Università di Cassino e affronto la risalita verso nord. La prima sosta è la Turriziani Petroli, un‘impresa che si occupa di commercio e distribuzione di carburanti. Ci accolgono Giovanni, l’ultima generazione, e Roberto, il padre. Ed è proprio lui che ci fa immergere nell’Italia del dopoguerra, con la storia di famiglia, che quasi d’improvviso è in bianco e nero. Quella di due fratelli – Giovanni Battista e Luigi – che nel 1950 cominciano a trasformare l’impresa di famiglia e a specializzarla nel trasporto: prima di kerosene e poi di benzina. La crescita durante gli anni Sessanta e Settanta e poi i destini della famiglia si dividono: una scissione prima, le seconde generazioni, poi un acquisto delle quote da parte di Roberto. Il tutto sino a diventare una realtà che è oggi un primario operatore italiano del settore. Una flotta di 400 autobotti, tutte collegate con radar satellitari che le rendono continuamente integrate e che permettono una gestione logistica impeccabile di carichi e scarichi, la vera grande chiave di competitività di questo settore.

Turriziani Petroli 2

Non c’è solo questo, però, nella famiglia Turriziani. L’altra componente del business è la gestione di una rete di 80 distributori. Generalmente con marchi di grandi produzioni ma anche con un proprio marchio di distribuzione, il 7Sette. Una scelta che Giovanni Turriziani – che è anche il presidente di Unindustria Frosinone – mi spiega essere figlia di uno stile di marketing più vicino al territorio, diverso da quello dei grandi distributori. Finite le formule di rito e dopo aver fatto un giro in azienda, c’è un piccolo confronto con i giornalisti sulle cose da fare per il rilancio del territorio. La richiesta è chiara: c’è bisogno di maggiore attenzione per i tempi con i quali vengono concesse le autorizzazioni, per le infrastrutture che servono le aree industriali, a partire da quella di Anagni, e per il dialogo tra il mondo dell’Università e quello delle imprese.

  1. Mater-Biopolymer

Mater-Biopolymer 2

Dopo la Turriziani è la volta della Mater-Biopolymer, una realtà del settore chimico specializzata nella realizzazione di un polimero con cui si fanno piatti, bicchieri, tovagliette e sacchetti biodegradabili. Siamo a Patrica e ad accoglierci c’è l’ingegner Mazza, il direttore dello stabilimento. Un calabrese che ha lasciato la sua terra per andare a studiare al Politecnico di Torino e che, dopo varie esperienze internazionali, è qui dal 2003.

È lui a raccontarci la storia di questa azienda, nata come molte dal ‘passato multinazionale’ di questo territorio. Il sito è infatti una delle ultime realizzazioni finanziate a valere sulla Cassa del Mezzogiorno, originariamente uno stabilimento della Shell. Poi varie vicende lo hanno portato, prima a essere acquisito dal gruppo Mossi Ghisolfi e poi a essere parte – prima in joint venture, poi totalmente – di un gruppo sempre più autonomo, la Novamont. Nel 2010 la scelta strategica: quella di smettere di essere un ultimo tassello della filiera petrolchimica e divenire parte, invece, della bioeconomia circolare. Focalizzare, insomma, la propria produzione su un polimero biodegradabile da fonte rinnovabile – l’Origo-Bi – che è alla base della produzione di Mater-Bi, la famiglia di bioplastiche della Novamont.

Terminata la storia e indossati gli elmetti protettivi, l’ingegner Mazza mi porta dentro lo stabilimento. Mi ci aggiro con l’aria – incuriosita e un po’ smarrita – di chi entra in una delle labirintiche prigioni di Piranesi o in un quadro di Escher. È una specie di incrociarsi infinito di tubi, silos, depositi e giunture che porta, quasi miracolosamente, alla nascita delle sorprendenti “lenticchie” – l’aspetto è proprio quello – di materiale plastico biodegradabile. Mi dico, camminandoci in mezzo, che la diffidenza per la chimica propria del mondo moderno sta proprio qui, nell’essere una trasposizione in chiave 4.0 dell’alchimia. Mantengono, insomma, un che di misterioso questi bestioni giganteschi che si illuminano nella notte e che spesso emanano fumi bianchissimi. Ma il direttore Mazza è rassicurante e questa immagine svanisce. Mi spiega i processi, mi porta sino ai 50 metri della torre con un lentissimo montacarichi, mostrandomi un panorama mozzafiato tra autostrada, montagne, la linea ferroviaria ad alta velocità con un treno che sfreccia e lo stabilimento.

Mater-Biopolymer

E appena riscesi giù, dopo avermi fatto godere della maestosità di questa fabbrica, Mazza mette le mani in una piccola apertura di un macchinario, prende in mano le piccole lenticchie rosa dell’Origo-Bi, mi guarda e mi dice: “questo è l’unico punto dello stabilimento in cui si vede uscire e si tocca quello che produciamo”. Si perché sono proprio queste piccole lenticchie che grazie a un ulteriore processo di lavorazione verranno trasformate nel Mater-Bi e poi, per estrusione, in altri stabilimenti ancora saranno trasformate nei numerosi prodotti biodegradabili d’uso quotidiano, realizzati a partire dalle bioplastiche della Novamont.

Ci salutiamo così, anche se chiedo un’ultima cosa uscendo: un piccolo flacone con qualcuna di queste lenticchie. Me le ricorderò per un bel pezzo.

  1. Iacobucci HF Aerospace SpA

Iacobucci HF 2

Pochi chilometri e, a Ferentino, siamo ospiti di Lucio Iacobucci. Un imprenditore che, lo si vede subito, è abituato a volare. Famiglia di imprenditori di origine molisana che negli anni Cinquanta dava impiego a diverse centinaia di persone nel Centro Italia, Lucio è un figlio d’arte: nel senso più pieno. Il padre si staccò dalla ditta familiare e, nel 1972, lui e le sue capacità meccaniche ebbero la fortuna di incontrare un caposcalo dell’Alitalia a Francoforte. Quest’ultimo gli disse che la Lufthansa cercava qualcuno che costruisse i carrelli portavivande – sì, proprio loro, quelli che steward e hostess spingono nel corridoio quando l’aereo è in volo – e il signor Iacobucci di Ferentino fece le valigie e andò a fare la sua proposta. Morale: dopo qualche mese chi viaggiava in Lufthansa aveva le sue bevande servite su meccanica ciociara. Parte da lì una bella storia d’impresa, che vede la Iacobucci diventare nel giro di pochi anni leader mondiale del settore. Insomma, molti di voi non lo sanno ma avete sicuramente incontrato i prodotti IHFA in volo almeno una volta.

Tutto questo sino a che la globalizzazione non fa entrare sul mercato altri competitors: che, come spesso accade, vengono dall’Estremo Oriente. Il prezzo medio del carrello scende e che anche la Iacobucci deve cambiare strategia. È qui che Lucio entra in campo. Perché questo ragazzo – che, lo si capisce, è stato sempre un po’ un anticonformista – lascia la Ciociaria, va a studiare in America e decide di esplorare nuovi orizzonti. Ha la fortuna di un padre che “lascia fare”. E fa bene. Lucio capisce che per sopravvivere deve innovare e riposizionarsi, e quindi si orienta verso un target di alta gamma. E comincia a chiedersi come far avere ai viaggiatori in aereo un vero caffè espresso e inizia a costruire delle macchine specialissime che utilizzano, mi spiega, tecnologie anche militari. Ritorna la Lufthansa nella storia familiare e il primo volo test di una macchina da caffè Iacobucci è proprio su un volo della compagnia tedesca dalla Germania al sudest asiatico. Corre l’anno 1996. Segue a stretto giro il primo contratto con la Singapore Airlines. E le macchine da espresso della ditta di Ferentino cominciano a viaggiare per il mondo.

Poi si chiede come si possa fare per cucinare veramente a bordo e non solo riscaldare i cibi con una ventola scongelandoli: e compra un’azienda tedesca, vicino a Monaco, con il brevetto di una tecnologia unica al mondo in questo campo, la cottura a induzione in volo. È un altro successo e a breve i suoi piccoli forni che permetteranno la realizzazione da parte di chef stellati di pasti in alta quota.

Infine (per ora…) Lucio capisce che l’Italian Style deve arrivare anche sugli aerei e si dedica a segmento invisibile ai più ma molto redditizio: le poltrone di lusso per le cabine di prima classe e business dei voli di linea e gli aerei privati.

Iacobucci HF

Morale: le produzioni della Iacobucci HF Aerospace (Ihfa) sono oramai nei luoghi più esclusivi del mondo. Presidenti e capi di grandi imprese mondiali bevono caffè espresso grazie alle sue macchine o possono dormire sonni tranquilli seduti sulle sue poltrone. Parliamo di multinazionali di primaria importanza nel settore dell’elettronica di consumo e, anche se per quanto riguarda gli aerei presidenziali Lucio è abbottonatissimo, si capisce che anche ai massimi livelli qualcosa di loro c’è… È un successo frutto di una costante innovazione: la Ihfa investe ogni anno in ricerca quasi il 15% del suo fatturato ma, ti spiega veloce, è l’unico modo di sopravvivere in un club di poche imprese che sono valutate con la massima severità dalle compagnie aeree e dai grandi costruttori su qualità e precisione. Obbligati all’eccellenza, insomma. La stessa che c’è in tutti i prodotti di questo stabilimento di Ferentino e nell’ultima creatura dell’entusiasmo di Lucio: una elegantissima poltrona disegnata insieme a Pininfarina, che è in finale nel premio annuale di settore concesso dalle maggiori istituzioni del settore. Un Oscar della poltrona per aerei, insomma. Vediamo se la Iacobucci lo vincerà… Intanto, buon lavoro.

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