Tour delle imprese #8 Tappa: a Colleferro, nel cuore antico dell’industria laziale

Otto giugno, alle 7 del mattino, sotto un cielo un po’ grigio, ci indirizziamo con Attilio e la sua calma imperturbabile alla guida verso Colleferro, culla dell’industrialismo laziale. Sì, perché Colleferro, in fondo, è la nostra Ivrea. È qui che, dal nulla, i senatori del regno Giovanni Bombrini e Leopoldo Parodi Delfino si inventano all’inizio del secolo scorso una città industriale con una vocazione ben chiara: la produzione di esplosivi. Nascono in un’area allora vuota della Valle del Sacco – tra Segni, Paliano e Valmontone – gli stabilimenti della Bpd (Bombrini Parodi Delfino), che richiamano operai da tutta Italia: gli esplosivisti da Avigliana, in Piemonte (anche quelli che erano andati a lavorare in Messico per Pancho Vila), i laminatori dalla Toscana, e più precisamente da San Marcello Pistoiese, i tecnici da Fermo; si muove, insomma, l’Italia dei distretti. E, insieme agli stabilimenti, nasce l’esigenza di avere una città.

“Per disegnarla chiamarono l’architetto Michele Oddini, che aveva sposato la nipote di Leopoldo Parodi Delfino e che disegnò una prima urbanizzazione con spazi dedicati all’impresa e ai lavoratori, in stile liberty. Oddini, in qualche modo fu il ‘padre’ di Morandi, che successivamente disegnò e costruì la parte razionalista della città e la fabbrica. Ed è per questo che gli abbiamo dedicato un viale e che ora vogliamo provare a stringere un gemellaggio con Ovada, la città in cui era nato”. A parlarmi così è Pierluigi Sanna, sindaco di Colleferro da tre anni e conoscitore finissimo della storia di questa città, e lo fa proprio mentre ci incamminiamo verso la villa di Parodi Delfino, alla fine del corso del Villaggio Vecchio. Sono arrivato con qualche minuto di anticipo e ne abbiamo approfittato per fare questo tuffo nel passato. Anche se è sbagliato, qui, parlare di presente e passato. Sì, perché alla fine tutta la tradizione industriale di Colleferro – fortemente legata agli esplosivi – è in qualche modo ancora viva.

  1. Kss (Key Safety Systems)

Kss 2

Lo è ad esempio nella prima fabbrica che visitiamo, la Key Safety Systems. Prima di tutto perché è insediata nei bellissimi capannoni disegnati da Morandi. Un pezzo dell’antica fabbrica in cui ogni giorno entravano 30mila persone oggi reinventato per produrre airbag che finiscono in macchine come la Stelvio dell’Alfa Romeo o la Panda della Fiat; nelle Ferrari e nelle Maserati. Ed è molto bello vedere le lavoratrici e i lavoratori stare dentro le loro isole di lean production con scritte che dicono “il mio lavoro salva vite umane”, mentre le macchine piegano perfettamente i componenti dell’airbag e loro si occupano di inserirli sotto ai clacson, dentro ai volanti con gli stemmi delle case automobilistiche.

Kss 3

Ma oggi, dopo che è stata dismessa la produzione di cinture di sicurezza, il cuore della produzione sono è quella dei gas, che servono ad attivare meccanismi antincendio, tra cui il fiore all’occhiello, quello per gli incendi ai motori degli autobus. Qui la società è leader e ambisce ad aprire questo mercato che interessa potenzialmente – e non lo sapevo – un autobus ogni 100, questa la percentuale dei motori che va a fuoco.

Nell’incontro con il management trovo la spiegazione alla bandiera cinese che è all’ingresso: la proprietà da qualche mese è passata a un gruppo cinese, che ha appena finito di acquisire la società giapponese Takata, incappata in un gigantesco caso di macchine richiamate per difetti di costruzione. Il risultato è che la Kss di Colleferro è ormai parte di un gruppo che è, oggi, il secondo al mondo nella componentistica di sicurezza per automobili. Una condizione che apre prospettive e rischi, come in tutte le ristrutturazioni, ma che i manager sono intenzionati ad affrontare forti delle loro eccellenze, legate, anche qui, alla tradizione ‘esplosivistica’ dell’innesco. “Anche per questo – mi dicono – per noi è essenziale avere una Regione che ascolti e segua i nostri progetti, un’industria nazionale che valorizzi le nostre produzioni. In un mondo sempre più competitivo, far sapere che un impianto ha una alleanza forte con l’ente territoriale in cui ha sede è essenziale.”

  1. Avio

Avio 4

Tradizione degli esplosivi negli inneschi per airbag, tradizione degli esplosivi nel lancio di satelliti. Sembra ardito il parallelo, ma non lo è se si entra nell’ottica propria di Colleferro. E a dirci che c’è una continuità ben chiara è l’ingegner Giulio Ranzo, amministratore delegato di Avio, che con poche slide ci porta in pochi minuti dagli inizi del secolo scorso ai tempi nostri, mostrandoci un filo rosso fatto di competenze chimiche e visione e che unisce in un continuum Bombrini Parodi Delfino, Snia Bpd, Fiat Avio, Avio. Queste le tappe di una realtà che oggi è una public company quotata a Milano, con un assetto proprietario interessante: se il 28% è di Leonardo e il grosso del resto è flottante, Il 4% delle azioni è in mano ai manager dell’azienda, per lo più – come mi dice il direttore tecnico Paolo Bellomi – dei “rocket scientist come me, di quelli estremamente focalizzati su una materia complicatissima, ma che poi sono molto disordinati nella vita normale, come dice mia moglie”.

Al di là della battuta e dell’autoironia, rimane il fatto che sono rocket scientist perfezionisti, e si vede da quello che fanno e da come lo fanno. Sì, perché con Avio entriamo in una delle grandi eccellenze dell’industria nazionale. Sono pensati e nascono qui a Colleferro sia i propellenti chimici che spingono fuori dall’atmosfera i razzi Ariane dell’Esa (European Space Agency), sia l’intero lanciatore Vega. Missili che portano nello spazio satelliti, da quelli di grandissime dimensioni sino a quelli di poche decine di centimetri e che, anche se non lo sappiamo, servono agli scopi più vari: dalla televisione al monitoraggio del mare all’agricoltura. E che si iscrivono in una tradizione industriale italiana, quella del settore spaziale che – non lo sapevo – nasce dall’intuizione di alcuni visionari degli anni ’60 come il professor Luigi Broglio e l’ingegner Carlo Bongiorno. Una tradizione che fa del nostro Paese una delle poche realtà al mondo capaci di avere il ciclo completo dell’attività aerospaziale.

Avio 3

E mentre camminiamo in questi giganteschi capannoni in cui componenti di missili stanno come meravigliose istallazioni di arte contemporanea, l’ingegner Ranzo mi dice: “noi stiamo crescendo e la domanda per l’invio di nuovi satelliti è in continua crescita per i prossimi anni, tant’è che abbiamo appena concluso un prestito di 40 milioni di euro con la Banca Europea per gli Investimenti. Dobbiamo però capire come migliorare il nostro rapporto con le amministrazioni territoriali; lo vediamo nel mondo, dove i nostri concorrenti hanno un modello di collaborazione molto forte. Dobbiamo replicarlo anche qui”. E il modello di lanciatore Vega che mi lasciano da tenere in ufficio è, in questo senso, il miglior auspicio per ricordarmi, ogni giorno, di contribuire a fare di questa regione una eccellenza in questo settore.

  1. Italcementi

Italcementi 8

Dallo spazio torniamo con i piedi per terra: saldamente. Sì perché dopo Avio ci avviamo al cementificio Italcementi. Proprio quello che, ben visibile dall’Autosole, dà in qualche misura il benvenuto in questa città. Devo dire che a me i cementifici sono sempre piaciuti, così come gli impianti chimici. Anche in questo caso questi geroglifici di tubazioni alla Escher mi restituiscono immediatamente il senso della complessità della produzione, del fare impresa, del lavoro dei tanti che sono impegnati nel fare le cose che noi, ogni giorno, diamo per scontate: come, appunto, il cemento.

Sulla porta ci accoglie il direttore, l’ingegner Lorenzo Metullio, un triestino dalla faccia aperta, che ci racconta della lunghissima storia di questo stabilimento che compirà 100 anni l’anno prossimo; dalla nascita nel 1919, all’acquisto nel 1972 da parte della Italcementi, sino all’ingresso nel gruppo tedesco Heidelberg nel 2016, un colosso di livello mondiale. Oggi quello di Colleferro è uno dei cementifici più grandi d’Italia, con una specializzazione molto precisa: il cemento pozzolanico, particolarmente resistente all’umidità e ai sali e utilizzato, per questo, nella costruzione di porti e metropolitane. La Metro C di Roma, ad esempio, o le banchine di Civitavecchia.

Italcementi 4

Visitiamo prima il “cuore” dello stabilimento – come ci dice l’ingegner Metullio – una sala controllo in cui, aiutati da monitor tecnologici, gli addetti controllano tutto il processo: dall’ingresso di argilla e pozzolana fino all’insaccamento. Un processo sostenibile grazie ai continui investimenti ambientali e fa di quello di Colleferro il perno del sistema Italcementi del Lazio e del Centro Italia. Il giro del cementificio ci restituisce spazi enormi, con sacchi di cemento pronti a partire e bocchettoni per caricare i camion. Tra tutto questo anche le moltissime biciclette – spesso antiche – che servono agli operai per muoversi dentro l’azienda. Anche questo, se si vuole, il segno di una tradizione che continua.

  1. Spazio Attivo di Colleferro

Spazio Attivo Colleferro 5

Dopo queste tre realtà è il momento di passare a salutare lo Spazio Attivo di Colleferro, una struttura appena fuori dal centro, collocata in uno spazio industriale rigenerato con un programma di riqualificazione di aree industriali dismesse, che la Regione ha destinato all’incubazione di nuove imprese, all’informazione sui bandi, all’avvicinarsi delle opportunità europee alle imprese del territorio. Trovo un bellissimo ambiente, pieno di colori e di idee; si vede, mi dico, che è gestito da donne. Sì perché sono Francesca Calenne e tutto il suo team al femminile a tenere questo spazio in cui oggi si sono riuniti startupper con progetti che vanno dalla bioarchitettura e bioedilizia (moduli abitativi in legno, serre bioclimatiche) ai servizi digitali avanzati per l’ingegneria e le costruzioni, dal design e dall’efficientamento energetico all’economia circolare e alle soluzioni digitali per l’innovazione sociale e culturale (come l’app per trovare la musica live vicino casa).

Spazio Attivo Colleferro 3

Trovo facce e idee piene di entusiasmo e vorrei saperne di più, capire meglio con loro come la Regione può essere d’aiuto. A questo servono questi viaggi sul territorio, tanto più quando riguardano spazi che gestiamo direttamente come amministrazione. Purtroppo mi chiamano da Roma. Una piccola urgenza in Giunta e non posso trattenermi di più. Ma ne esco con tante idee in testa. La prima è che questi Spazi che la Regione ha promosso nel suo territorio sono utili: per le imprese e per le scuole, per il mondo dei professionisti e dei creativi e per le amministrazioni locali. Per avvicinarli alle nuove tecnologie e a un modo di pensare più moderno, in cui le parole innovazione e contaminazione divengono cose concrete, che aiutano a fare le cose meglio. E poi con il convincimento che noi dobbiamo continuare a lavorare per portare l’azione della Regione vicino alle imprese, dobbiamo far capire loro le opportunità che ci sono, accompagnarle a coglierle; fare del Lazio una regione leader nell’ottenere risorse europee e usarle al meglio. Saluto di fretta e me ne dispiace: ma tornerò. Lo prometto al sindaco Sanna che è stato con me tutta la mattina, alle imprese che sono incubate, alle funzionarie di Lazio Innova che curano (ed il verbo non è casuale) questo spazio. Troppe persone per non rispettare l’impegno! Arrivederci.

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