Ci sono imprese che vado a trovare random, a sorpresa, senza dedicare loro un viaggio, ma ‘incastrandole’ in miei impegni sul territorio. Questa, dunque, non è una tappa vera e propria, ma un ‘passaggio volante’, fatto tra un appuntamento e l’altro nel reatino il 4 giugno scorso.

Sto parlando di Ferrari Farm; vado a visitarla il 4 giugno, venendo da Rieti, attraversando dei paesaggi bellissimi che riportano a un Lazio verde e fatto solo di montagne. Sino al momento in cui si apre un paesaggio magico, quello del lago del Salto. La storia la si conosce. Il lago del Salto è un lago artificiale – il più grande del Lazio – appollaiato tra le montagne a partire dal 1940, quando fu coperta d’acqua grazie a una diga, una parte importante della Valle del Salto.

Ed è proprio qui che la famiglia Pontetti ha deciso di mettere la sua creatura Ferrari Farm. Ci arrivo dopo mesi che me ne parlano come di un’eccellenza della regione; e tutti mi raccontano della simpatia e della forza della famiglia che l’ha fondata.

Sì perché Ferrari Farm è veramente un’idea di famiglia. I Pontetti, che mi accolgono a Petrella Salto, sono originari di qui. Poi sono andati a Roma, hanno avviato una impresa nel settore dell’aerospazio – la G & A Engineering – con la quale hanno avuto, lo si capisce anche sotto la loro modestia, un discreto successo. Ed è solo dopo anni in città che sono tornati qui, alle loro radici. Piano piano hanno comprato i terreni e avviato questa nuova avventura.

Ed è un’impresa di famiglia perché si sente l’atmosfera di una famiglia: una madre silenziosa ed eccellente cuoca (è a lei e non all’azienda di Maranello che si deve il nome dell’azienda, visto che Ferrari è il suo cognome da nubile) un padre self made, con lo spirito osservatore e l’aria di chi sa cosa vuole, una figlia – Giorgia – che è un’esuberante ingegnere aerospaziale e infine un nipote in culla, affidato loro dall’altra sorella, che il giorno della mia visita è dovuta andare a Roma. Ma Ferrari Farm è un’impresa di famiglia soprattutto perché vi sono impegnati un padre e una figlia legati da una cosa: la grinta. Sì perché ci vogliono grinta e ostinazione per fare quello che hanno fatto quassù, iniziando nel 2004. Ci vogliono grinta e ostinazione per – come dicono all’unisono – “continuare a investire qui tutto quello che guadagniamo”.

 

E l’originalità di questa famiglia si vede anche da quello che stanno costruendo: Ferrari Farm infatti è una strana creatura: è un agriturismo prima di tutto, aperto nel 2014, di quelli in cui si va per ritrovarsi immersi nel silenzio per qualche giorno. Tredici ettari a 700 metri sul livello del mare, vista lago, immersi in frutteti. Ma al contempo è un’azienda di frontiera in uno dei settori più importanti del nostro futuro, quello della coltivazione idroponica, ossia fuori dal suolo: quella, per capirsi, cui si affidano molte delle speranze per un mondo senza problemi di cibo. In serre high-tech – che a oggi sono uniche in Europa – completamente gestite da computer e dove si trovano macchinari costruiti su misura da artigiani italiani, si coltivano pomodori e basilico. E, insieme a questi, un insieme di prodotti bio sotto l’etichetta I-Farm che Giorgia ci dice “piano piano stiamo portando sui mercati italiani”.

Ci salutiamo di fronte a formaggi e prodotti tutti rigorosamente bio di una realtà che è diventata per molti versi un esempio di come fare piccola-grande innovazione. Al punto che Giorgia è oramai una sorta di testimonial dell’innovazione laziale, vista la quantità di premi e attestati di qualità che ha ricevuto l’azienda (lei è andata anche a parlare alle Nazioni Unite a New York sui temi dell’alimentazione).

L’augurio è quello di tornare presto, di visitare Petrella Salto e il lago in maniera meno concitata.
Andando via mi dico che sì, ce ne sarebbe veramente bisogno.

FLAMINIA CERAMICA

La seconda ‘tappa sfusa’ è quella che faccio il 25 giugno alla Flaminia Ceramica, a Civita Castellana. Ci sono stato tornando da Viterbo, rispondendo all’invito di Augusto Ciarrocchi, il presidente. Durante un incontro dedicato alla contraffazione delle ceramiche, un paio di mesi fa, mi ha detto che gli avrebbe fatto piacere se io fossi andato a conoscere la sua realtà. E io ho subito accettato, anche perché la Flaminia è una delle vedette di uno dei nostri distretti di punta, quello della ceramica di Civita Castellana: non solo una realtà importante quantitativamente e come qualità dei prodotti, ma una realtà che il monitor dei distretti di Banca Intesa ci segnala in crescita, una di quelle che ha saputo affrontare con coraggio la crisi del 2008.

Augusto ci riceve nello showroom in mezzo ai pezzi più pregiati delle collezioni Flaminia; un’impresa con una bella storia, di romanticismo industriale, potrebbe dirsi. L’azienda nasce, infatti, 63 anni fa da 23 giovani operai che – dopo uno sciopero fatto per rivendicare salari migliori – si mettono insieme e che da allora hanno legato allo stesso destino larga parte delle loro famiglie. Sì perché l’assetto proprietario è rimasto più o meno quello: alcune famiglie si dividono la proprietà di questa impresa, che oggi ha 23 milioni di fatturato e 130 dipendenti ed esporta, come dice il presidente, in tutto il mondo.

E che lo fa, soprattutto, grazie al design. 

Negli ultimi 20 anni l’impresa ha effettivamente “cambiato pelle”. E il risultato è che, partendo da una produzione locale e di livello medio, Flaminia è oggi presente nell’alta gamma di tutto il mondo ed è considerata all’avanguardia nei suoi settori. Merito (anche) della Regione Lazio. È lo stesso presidente a ricordarlo quando dice che “La Regione ha svolto un ruolo fondamentale in questo passaggio. Nel 1997 avviò un programma per far incontrare i designer alle imprese. Ed è così che Flaminia, che già aveva al suo interno come art director Roberto Palomba, ha incontrato Giulio Cappellini e, attraverso lui, tanti dei suoi colleghi con i quali abbiamo avviato in questi anni un rapporto continuo. Un modo di lavorare che ha portato a Civita Castellana grandi personalità come Alessandro Mendini e Jasper Morrison. Insieme a loro sono arrivati anche giovani designer di Civita: ed è a loro che dobbiamo pezzi come Acquagrande e Link, che hanno letteralmente rivoluzionato l’arredo bagno, sino ai sanitari di altissimo design con i quali l’impresa ha reagito alla crisi del 2008. Questo luogo è diventato anche una piccola scuola”.

E quando attraversiamo lo stabilimento, situato nello stesso luogo dagli Anni ’50, Augusto ci fa fermare in due luoghi – davanti all’enorme forno che raggiunge i 1.250 gradi in cui cuociono i pezzi e all’impianto di smaltatura (industria 4.0), appena acquistato – che sono quasi due simboli del fare impresa di Flaminia. “È il combinarsi di capacità artigianali e tecnologia che fa la qualità del nostro lavoro, solo così possiamo continuare a essere competitivi”, dice. E per esserlo ancora di più c’è bisogno di un’amministrazione veloce, capace di intercettare i bisogni delle imprese, che dia una formazione che risponda effettivamente alle necessità di un mondo che cambia velocemente. E, soprattutto, che risponda in tempo reale alle problematiche che emergono. La banda larga, ad esempio, deve ancora essere installata “e capisce che per un’impresa che lavora con i designer e con tutto il mondo è un pezzo essenziale della competitività”, dice.

Ci lasciamo parlando del distretto e delle sue potenzialità: “da qualche anno abbiamo cominciato a lavorare meglio. Certo è un distretto in cui c’è molta competizione tra le imprese, ma ci sono anche grandi ambiti di collaborazione davanti a noi. Penso che nei prossimi anni impareremo a strutturarci meglio proprio su questo piano e il Centro Ceramica Civita Castellana, a cui aderiscono le più importanti aziende del distretto, può essere lo strumento più utile per farlo”.

INDINVEST LT

Arrivo alla Indinvest LT dalla porta posteriore, letteralmente. Parcheggiamo infatti dove lasciano la macchina i dipendenti ed entriamo in stabilimento in mezzo a billette, forni, lingotti di alluminio (n.b. le billette sono dei lunghi cilindri di alluminio che sono alla base del lavoro). Dopo aver chiesto a numerosi operai di turno, spesso in bicicletta o con mezzi elettrici, trovo la strada dell’amministrazione dove mi dicono che è in arrivo il direttore Pellizzon. 

Dopo 3 minuti arriva una ragazza vestita da lavoro, con ricci che spuntano dal caschetto ed occhi vivaci dietro gli occhiali. “Ah buongiorno a tutti sono Silvia Pellizzon. Ma voi vi siete messi in cravatta? Io sono in tenuta da lavoro, comunque piacere conoscerla, mi segua e le racconto qualcosa della nostra impresa”. 

Questo l’impatto informale e pragmatico, con cui ci accoglie questa impresa di Cisterna di Latina: 400 operai che lavorano su cinque linee di produzione e producono profilati di alluminio che finiscono per il 60% in Italia e per il 40% all’estero. Profilati che troviamo nelle scale, nelle finestre, nelle automobili, nell’arredamento, nell’illuminazione e in lavorazioni in cui la Indinvest LT è leader italiano: “ma spesso i nostri prodotti arrivano alle destinazioni più impensate: per farle capire c’è alluminio Indinvest LT nelle Ferrari, negli allestimenti per l’EXPO di Astana, nello stadio di Budapest che è stato nominato lo stadio più bello del 2016.  

Indinvest LT è un pezzo del distretto dell’alluminio sorto ai tempi della Cassa per il Mezzogiorno in quest’angolo di Lazio: pensiamo alla Alcoa, alla Slim, alla Allnord: tutte imprese del settore che hanno avuto qui una presenza importante. Oggi dietro Indinvest LT c’è una realtà familiare – una famiglia di imprenditori di Modena – che ha fatto una scelta di management tutta pontina, che va raccontata. La scelta è stata infatti di scommettere sui giovani e sul ‘vivaio’: ce lo conferma la stessa Silvia “Io sono entrata 18 anni fa come telefonista ed oggi sono la direttrice, ma non sono un caso isolato. Tutto il management è pontino e con una media di 40 anni. La famiglia ci ha dato tanta fiducia”. Una famiglia aggiunge, molto presente, che ogni settimana è a Cisterna almeno 4 giorni e che, lo si capisce, ha un grande rapporto con le persone che lavorano qui e che, ce lo fa notare la direttrice, non ha mai fatto cassaintegrazione. 

tour delle imprese Manzella

Se il trend degli ultimi anni è di crescita e di investimenti, secondo la sig.ra Pellizzon siamo solo all’inizio: “sì perché siamo entrati nell’era dell’alluminio, pensi lei a tutto quello che si muoverà nel settore automobilistico, con l’affermarsi dell’auto elettrica e non solo. Ci sarà sempre più bisogno di questo materiale: per la sua duttilità e per le sue caratteristiche ambientali. Inoltre l’alluminio è un metallo “giovane” quindi ha e avrà un sempre maggiore sviluppo nei svariati campi di applicazione che oggi sono ad appannaggio di metalli più tradizionali quali l’acciaio e il ferro”. 

Ed una conferma è nella visita allo stabilimento che permette di seguire tutto l’iter di produzione: dalla billetta, al suo utilizzo nelle linee di produzione come materia prima, ad una continua manutenzione degli stampi matrici per dare forme ai vari prodotti in collaborazione con i clienti. “Lei ha presente il Pastamatic? Ecco noi funzioniamo praticamente così: prendiamo l’alluminio dai mercati, costruiamo le billette e poi le lavoriamo: riscaldandole, dando loro forma”. Non c’è solo questo, c’è anche il processo di riutilizzo e creazione. Sì, perché il ciclo dell’alluminio qui ha una forte componente di ‘circolarità’. Certo c’è l’alluminio importato dalla Cina e dal Sudamerica, ma c’è tanto alluminio ‘fatto’ a Cisterna, a partire dagli scarti della lavorazione. Ci pensano degli enormi formi a 1200 gradi che si spalancano come bocche d’inferno ed in cui l’alluminio fuso zampilla. “Qui, invece, il parallelo è con il minestrone. Buttiamo tutto dentro i forni, lo misceliamo per fare le leghe, lo trasformiamo in billette di nuovo, ed è pronto a ricominciare il suo ciclo”. 

E’ un piacere vedere la sig.ra Pellizzon parlare con vecchi operai e sentire che, come lei dice, “questa è un’azienda in cui si vive al 100%. A cominciare dai suoi proprietari, che credono profondamente in questo territorio”. Certo si potrebbe fare di più: “vede quando arrivano le offerte di altri territori, magari più vantaggiosi in termini economici, burocratici e fiscali, la tentazione di andare a guardare quei fax o quella mail c’è. Poi, però, alla fine vince la fiducia: siamo tutti di qui, abbiamo qui le nostre radici. Ma dobbiamo fare di tutto per essere più competitivi. Il mondo va veloce. Dobbiamo lavorare sulle infrastrutture e sugli spazi industriali; dobbiamo avere autorizzazioni in tempi rapidi; dobbiamo potenziare le nostre connessioni immateriali, a partire dalla banda larga. Domani parto per tre giorni in Germania a trovare i nostri clienti. E dobbiamo offrire sempre il massimo se vogliamo che continuino a lavorare con noi”. Dice così mentre ci salutiamo e mi mette in mano uno scarto di billetta, un piccolo tronco di alluminio. Un bell’incontro: persone come la sig.ra Pellizzon e imprese come la Indinvest LT fanno capire l’entusiasmo e la dedizione che ci sono in questa regione. Non me ne dimenticherò: anche perché la billetta, proprio ora mentre scrivo, è sul mio tavolo, il mio nuovo fermacarte.