Di ritorno da Latina – dove con Claudio di Berardino ho incontrato sindacati e forze produttive e concluso il nostro giro delle Camere di Commercio laziali – mi fermo a Pomezia, a visitare il Campus di Ricerca e Sviluppo del Gruppo Menarini che ospita le società Menarini Ricerche e Menarini Biotech. Un appuntamento programmato da tempo, per farmi conoscere questo insediamento laziale di una delle grandi realtà della farmaceutica italiana.

Appena varcato il cancello – come potrebbe essere altrimenti – c’è un impeccabile accento fiorentino a darmi il benvenuto. È quello di Marco Mensani, Corporate Grants & Funding Manager – “sono l’unico fiorentino, veramente” – che mi presenta Monica Binaschi, milanese oramai di stanza a Roma, che è, invece, la Corporate Director, Preclinical and Translational Sciences. Ed è con loro – la componente manageriale e quella scientifica di questo Campus – che farò la visita.

Ma prima di cominciare ci fermiamo a mangiare un paio di tramezzini. Ed è l’occasione per qualche domanda di backstage. Un po’ perché a me piacciono molto, un po’ perché penso che le cose si capiscano solo con la storia. Ed è questo il caso. Qualche passo indietro fa capire che sono state le sovvenzioni della Cassa per il Mezzogiorno – unite alla vicinanza dei poli universitari di Roma e Napoli – ad aver convinto la casa farmaceutica fiorentina a insediare qui il Centro di Ricerca. Era la metà degli anni ottanta ed è stata una scelta azzeccata se oggi, dopo anni di crescita costante, questo Centro è una realtà di grande importanza nella vita del gruppo.

Dietro il cancello sotto la bandiera della Menarini, in un’atmosfera che sa molto di campus universitario, lavorano, infatti, circa 270 operatori che ‘spingono’ la ricerca del Gruppo un po’ più in là. A Pomezia ci si occupa di differenti specializzazioni: attività di ricerca pre-clinica e clinica, sviluppo di processi e produzione sia di molecole di sintesi chimica sia di molecole biotecnologiche. Ed è proprio qui che ci concentriamo, nella sezione Biotech, dove Menarini ha deciso di aprire una nuova scommessa: quella dei farmaci oncologici. Qui a Pomezia – parte di una rete di centri di ricerca che la collega a Barcellona, Berlino e ovviamente Firenze – si sta infatti scommettendo sullo sviluppo di molecole capaci di aiutare a sconfiggere patologie come il Linfoma NonHodgkin, la Leucemia Mieloide Acuta. Il come ce lo spiega Monica Binaschi, descrivendoci il modo in cui queste molecole, scoperte da società inglesi, polacche e giapponesi per conto di Menarini, andranno a sconfiggere selettivamente quelle tumorali.

 

Dopo la parte ‘teorica’ comincio quella ‘pratica’. La faccio con Enrico De Paolis che mi accompagna nei laboratori in cui dalle cellule si estraggono le molecole che saranno poi il principio attivo del futuro farmaco, e che una volta trasformate in medicine si avvieranno nella lunga strada dei trial. È un mondo che mi ha sempre affascinato, immerso com’è in intelligenti silenzi, in cui si muovono con sicurezza ricercatori in camice bianco. E i ragazzi che disturbo, spesso molto giovani, mi dicono con aria sicura che hanno studiato farmacia con indirizzo biotecnologico e che lo hanno fatto anche alla luce della domanda di ricercatori che c’è in questo settore nella nostra regione.

La mia intrusione non dura ancora molto. Giusto il tempo per ascoltare i progetti direttamente legati a questo nuovo filone di attività, la durata attesa dei processi di ricerca, le prospettive di arrivo sul mercato e l’attenzione che ci sarà al nostro territorio. Dal 2014 il Campus di Pomezia ha 50 ricercatori in più: una tendenza destinata a continuare nel futuro con lo sviluppo di queste nuove linee di produzione.

Dopo il saluto sul piazzale, abbandonato l’ambiente ordinato e ‘controllato’ della Menarini e tornato sul frastuono della Pontina, mi dico che è in queste oasi che si produce la nostra eccellenza. Mi dico anche che compito della politica è provare a dare loro acqua: che significa risorse, connessione con gli altri attori, qualità delle infrastrutture. E riconoscimento. Sì, bisogna raccontare cosa avviene in questi luoghi che spesso guardiamo distratti: come anonimi palazzoni o capannoni di contorno alle nostre strade. E invece bisogna sempre ricordarci che in quei luoghi, in quegli ‘anonimi’ palazzoni e capannoni c’è tanta eccellenza, che, nel lavoro e nel silenzio, è spesso alla base dei nostri risultati.

Buon lavoro.

SKYLAB STUDIO 

È da tempo che voglio andare a trovare Skylab Studios nel loro quartiere generale a Tarquinia. Questi ragazzi negli ultimi anni sono stati molto presenti in una scena che io considero tra le più attive ed interessanti della nostra regione: quella delle tecnologie applicate ai beni culturali. Dobbiamo a loro svariate istallazioni ed innovazioni. La loro segnaletica interattiva con QR code e chip NFC è presente a Genova, Siena, Salsomaggiore Terme, Città della Pieve e in un’altra quarantina di città artistiche italiane. Con i loro servizi di realtà aumentata e le loro soluzioni innovative sono entrati nel Museo della Grande Guerra, nel Museo della Preistoria e Protostoria di Manciano, a Palazzo della Corgna, e proprio in questi giorni stanno finendo la progettazione dell’allestimento multimediale dedicato alla Dama con l’Ermellino di Leonardo Da Vinci a Villa Medici del Vascello in provincia di Cremona. Con le loro tecniche ‘parlanti’, le statue prendono vita – come il Germanico di Amelia – e si possono fare visite in realtà virtuale immersiva dentro la Necropoli Etrusca di Tarquinia Patrimonio Mondiale Unesco, dove a oltre 12 metri di profondità sarà possibile parlare con gli antichi etruschi e scoprire la loro storia. Un bel pedigree, insomma.

E poi sono in qualche modo ‘figli’ della Regione: sono stati incubati nello Spazio Attivo di Viterbo, hanno avuto risorse regionali per portare avanti i loro progetti, sono stati tra le prime startup innovative laziali inserite nell’albo nazionale. E, soprattutto, non hanno fatto mai mancare consigli ed entusiasmo.

Leonardo Tosoni, Marco Piastra e Dionisio Graziosi – i tre soci – ci accolgono in questo piccolo appartamento in Via Menotti Garibaldi, a due passi dal Comune, nella Tarquinia più vecchia (bellissima, se non la conoscete venite a visitarla). E già questa scelta di sede ci porta dentro l’argomento: un’impresa tecnologica al centro di una delle città più antiche della nostra regione, una delle grandi capitali etrusche, nel mezzo di una rete che è Cerveteri, Vulci, l’antica Pyrgi. Ed è stata forse questa prossimità con l’antico che ha portato Leonardo – il fondatore – a orientare progressivamente questa impresa verso questa direzione. 

 

Ci parlano dei loro progetti, delle difficoltà di sostenere i piccoli musei ad accettare l’innesto di nuove tecnologie, delle necessità di un’azione di convincimento forte da parte delle istituzioni, del momento di business di una società che fattura 300mila euro e che vuole crescere. Si sono appena aggiudicati il bando regionale Atelier per il Cammino di Francesco e parlano con entusiasmo di questa sfida che si apre. A Rieti avranno infatti uno spazio in cui far vedere cosa stanno facendo per far avvicinare grandi e piccoli al Cammino di Francesco, ma più in generale all’arte. Si vede che in questi ragazzi c’è il fuoco del business, ma non c’è solo questo. C’è anche la passione per quello che fanno e il senso di poter contribuire allo sviluppo di un nuovo settore con grandi ricadute sul turismo e sul senso di comunità della nostra regione. 

Io la vedo esattamente come loro e per questo mi interessa starli a sentire: quando parlano di nuovi scenari, di accordi con i Paesi Arabi, della necessità di lavorare meglio sull’internazionalizzazione, di dare risposte più immediate e aiutare le istituzioni più piccole a migliorare sul punto.

Come Regione abbiamo una grande opportunità: quella del Distretto tecnologico dei beni culturali. Ed è un’opportunità che va colta: per far crescere l’Università, l’impresa, le istituzioni culturali e per una domanda pubblica più moderna, che chieda tecnologia per valorizzare bellezza e creare comunità. Riprendo la via verso Roma con un po’ di entusiasmo in più: quello di questi ragazzi.

 

Herbatint

Di ritorno da Rieti un’altra tappa del mio Viaggio nell’impresa della Regione. Questa volta la destinazione è Herbatint, una bella realtà di Passo Corese. Sono l’Amministratore Delegato Benoit Doithier e il Direttore Operativo Settimio Panitti ad accogliermi all’ingresso di questo bell’edificio bianco e verde all’ombra del Soratte. Uno stabilimento realizzato con architettura ‘sostenibile’ in cui si producono shampoo e tinture per capelli che andranno nelle farmacie di tutto il mondo.

Sì perché Herbatint ha due caratteristiche. La prima è una vocazione commerciale molto specifica: i suoi prodotti si trovano solamente in farmacia. La famiglia Albergo – che ha fondato l’azienda negli anni sessanta e ne era la proprietaria sino a qualche anno fa – ha fatto nel tempo una scelta di avanguardia: quella del bio. Ed ecco che i prodotti di cui si parla qui contengono Aloe, estratti di piante dai nomi esotici e altri elementi di questo tipo. Una scelta lungimirante, che ha previsto con largo anticipo le tendenze dei consumatori di tutto il mondo e che ha dietro di sé molta ricerca e sviluppo, spesso fatta in casa. La seconda caratteristica è la vocazione internazionale. Prima di tutto perché nel 2012 è divenuta di proprietà francese – la ha acquisita il gruppo Financiere Maçonnaise – ma, soprattutto per il lavoro di promozione fatto nelle fiere di tutto il mondo. Ed è per questo che oggi Herbatint è un vero e proprio leader internazionale. Basti pensare che l’85% del suo fatturato viene dalle vendite estere con i mercati di sbocco principali che sono USA, Canada, Francia e Australia e con una forte espansione anche sui mercati asiatici. Se siete un australiano, un’ americana, una tedesca che si tinge i capelli ed avete preferenze per il Bio, probabilmente lo state facendo con lozioni Herbatint, insomma

Innovazione, ricerca, internazionalizzazione, queste le scelte di questa azienda. Scelte che fino ad oggi hanno dato frutti se il fatturato è passato dai circa 6 milioni del 2013 ai 10 del 2018. Il tutto a partire da questo stabilimento di circa 5.000 metri quadri in cui lavorano oggi 35 addetti. E’ qui che Doithier e Panitti mi raccontano di un passaggio da impresa familiare ad impresa ‘normale’ condotto senza traumi; delle ragioni di una crescita costante negli anni; della continua presenza alle fiere più importanti di settore (a partire dalla Cosmoprof di Bologna); della partecipazione al programma Elite e della prospettiva, chissà, di quotarsi in borsa; della collaborazione con aziende del territorio per gli imballaggi. E, ancora, di quella con dipartimenti universitari della Sapienza con l’obiettivo di partenariati stabili in materia di ricerca.

Nel frattempo accanto a noi, macchine si occupano di miscelare le possibili combinazioni di estratti vegetali, ognuno con una specifica destinazione: a seconda dei colori, del gusto, delle tendenze dei singoli Paesi. E, di lì, quasi in competa automazione sino all’imbottigliamento e alla preparazione del package. Anche qui con scelte specificamente destinate ai singoli mercati, grande attenzione al cliente e una ossessione per mantenere il brand legato alla natura, ai valori della azienda.

Un’ossessione che spiega anche la collocazione qui a Passo Corese, in un ambiente immerso nel verde: “a noi interessava essere in Sabina, pensiamo aiuti la vendita di Herbatint il fatto che i nostri prodotti siano pensati e realizzati in un luogo che rispecchia i nostri valori “. E – facendomi vedere la sala dedicata alle visite, con gli appoggiatesta per gli shampoo, in cui si fa anche formazione per i rivenditori di tutto il mondo – aggiungono: “Vede, grazie a noi in molti hanno scoperto questo angolo di Lazio e ne rimangono sempre molto colpiti”.

Riprendo la strada con il senso (e la sorpresa) di una impresa aperta al mondo ma fortemente radicata nel nostro territorio e con la scoperta di un settore, quello delle tinture e dei prodotti per capelli, in cui (non lo sapevo) gli italiani sono spesso leader mondiali.

Avanti tutta.