La tappa di oggi, sotto un bellissimo sole settembrino, mi porta nella Tuscia. Lasciata poco dopo Civitavecchia l’autostrada, ci immergiamo con Attilio in bellissime strade in mezzo al tufo per andare a scoprire due realtà del settore lato sensu dell’abbigliamento che mi sono state consigliate da Enrico Panunzi, consigliere regionale di questa zona e uomo d’impresa.

DIMAR

La prima è la Dimar Group di Valentano, una azienda produttrice di pelletteria che occupa circa 280 persone, con un indotto di circa 300 ed ha un fatturato di oltre di 21 milioni. Alla porta ci accolgono i due soci Fabio e Angelo e cominciano a raccontarci la storia di questa società che, fondata tra gli anni ’80 e ‘90, continua a crescere, con tassi importanti (solo l’anno scorso la crescita è stata del 20% superiore all’anno precedente). Una storia cominciata in una stanzetta nel borgo di Valentano e che ora si snoda in questi capannoni che si accalcano in questa zona industriale.

È una storia di crescita, quella che raccontano, che ne nasconde altre. La prima è quella dei due soci, che all’inizio erano l’uno il proprietario, l’altro il suo assistente nelle due stanze della loro prima sede, nella Valentano Vecchia (ed effettivamente DiMar sta per Divale e Martinelli, i nomi delle due aziende fondate rispettivamente da Angelo e Fabio). Una storia nata ‘nel’ lavoro, dunque, e che regge benissimo al passare del tempo.

La seconda è quella di un piccolo gruppo che in trent’anni è partito da una dimensione artigianale a servire i più grandi marchi al mondo grazie esclusivamente alla qualità e alla puntualità nella produzione e all’innovazione di processo. Ed è così che camminare nella Dimar significa passare in mezzo a borse di marchi tra i più importanti al mondo, pronte ad essere impacchettate e partire per gli scaffali dei cinque continenti.
Ed è, infine, anche la storia di Monteneri, il marchio che Fabio e Angelo hanno lanciato nel mezzo della crisi quando, invece di limitare la loro produzione e ‘difendersi’, hanno deciso di sperimentare al massimo livello tutto quello che erano andati imparando negli anni: mescolando materiali, scegliendo linee di design innovative, puntando su una campagna di comunicazione legata al territorio. Una scommessa che è servita a far vedere al mercato quello che questa impresa è capace di fare e che ha portato Dimar Group ad entrare in contatto con altri marchi, che si prevede traineranno il fatturato nei prossimi anni.


La grinta di Fabio e la riflessività di Angelo fanno capire la completezza della squadra, il nucleo della sua forza. Gli altri elementi sono una forza lavoro giovane e motivata, l’investimento in macchine di nuove generazione per tagliare il pellame, uno spirito di gruppo che si respira dalla familiarità con cui ci si saluta. Ed ancora il coraggio di osare e l’orgoglio di aver stupito i clienti più prestigiosi (“non ci credevano che avremmo fatto subito le cose così bene”).

Ma non mancano gli stimoli da chi, come Dimar Group, vuole fare sempre meglio ed ha oramai un orizzonte mondiale. Si deve investire in nuovi capannoni per permettere di stare dietro ad una richiesta sempre maggiore (“oramai siamo accalcati”) e per continuare ad investire in macchinari sempre più innovativi. E poi la richiesta di Dimar Group è una formazione di qualità che permetta di formare i lavoratori esperti di cui ha bisogno: ragazzi che gestiscano le macchine laser, che sappiano tagliare le pelli, che sappiano curare il marketing. Che conoscano tutta la linea di produzione di un segmento, quello del lusso, che ha grandi prospettive. La Regione ha cominciato a farlo con alcuni corsi di formazione, ma alla Dimar Group pensano in grande: e l’idea è quella di istituzionalizzare questa formazione, con la creazione di un centro dedicato a questi mestieri. Formazione professionale avanzata, insomma. Anche qui, dicono, è questa la direzione che troviamo nel mondo.

MASSIMO EYEWEAR

Dopo Valentano riprendiamo la strada e dopo una breve visita al lago è la volta di Canino dove, in un capannone della zona industriale, troviamo la MassimoEyewear, una piccola realtà rispetto alla Dimar, ma anche qui un esempio di grande interesse.
Anche qui c’è una storia dietro. Massimo, che ci accoglie con un bel sorriso franco, è un falegname di nona generazione. Una famiglia arrivata dalla Toscana più di 100 anni fa e che è sempre stata legata a questo mestiere, come si capisce dall’orgoglio con cui mostra una pialla appartenente a qualche suo trisavolo alla fine del settecento. Un bel tipo Massimo. Con lo sguardo ingenuo proprio degli innovatori ci dice che ha cambiato tutto della sua vita e della sua produzione e da qualche anno ha cominciato a produrre occhiali in legno: olivo, palissandro, ebano. Un prodotto di nicchia che però sta avendo un grande successo. Soprattutto negli Stati Uniti.


Massimo ci dice, infatti, che i suoi prodotti sono stati visti in una Fiera da uno dei colossi della distribuzione di occhiali negli USA. E che da lì è partita una nuova avventura, con richieste crescenti ed occhiali che arrivano nei migliori negozi di tutti gli Stati Uniti. Ed è con occhi tra il divertito e il preoccupato che Massimo dice che “non gli si sta dietro” e che “c’è bisogno di nuovi macchinari per aumentare la produzione”. Una bella realtà che in cui oramai lavorano 8 persone, e che porta il Made in Tuscia nel mondo.
“Credo che gli americani abbiano anche molto apprezzato il luogo in cui questi occhiali sono prodotti”, aggiunge Massimo, “il vero senso artigianale che c’è dietro i nostri prodotti”. Con accanto il figlio, che assicura la decima generazione di falegnameria, Massimo ci dice che a lui servirebbe un attore pubblico che credesse in questa avventura e lo aiutasse negli investimenti, e che lo accompagnasse sui mercati internazionali con la partecipazione alle fiere. “Dopotutto la nostra fortuna è cominciata proprio così, in una fiera in cui siamo stati scoperti. Sono degli strumenti di grande utilità pe farci conoscere”.

Formazione mirata, sostegno agli investimenti di imprese in fase di crescita, aiuti alle internazionalizzazioni: questo viaggio nella Tuscia conferma che le linee di lavoro che abbiamo avviato sono giuste. E dicono che dobbiamo fare di più per farle conoscere, per arrivare a risolvere i problemi delle imprese, per parlare con loro con lo stesso linguaggio e le stesse ambizioni di crescita. Ma siamo sulla strada giusta.