Tour delle imprese tappa #21: Ber & Stilhaus di Viterbo

Dopo aver inaugurato la mostra di artigianato artistico Forme e colori della Tuscia ed aver visitato i murales di Sant’Angelo una immersione nella Tuscia d’impresa. Anzi, d’impresa familiare. Perché quel che accomuna BER e Stilhaus è, prima di tutto, il senso della famiglia.

Nel capannone della BER uno dopo l’altro arrivano i Rocchetti. Di fronte al capostipite Angelo, che ha cominciato a fare il falegname nel 1966 ci sono 4 figli: Federico, Salvatore, Alessandro e Pamela, la più giovane. Un gruppo che lavora sotto l’occhio vigile di Angelo che, lo si capisce subito, è un tipo che non la manda a dire.

Uno di quelli che fa della schiettezza il suo tratto, e che è innamorato del proprio lavoro e di quello che ha costruito: “ora lei Manzella ci vede tutti sorridenti, ma io li mando a quel paese tutti i giorni. Non sa che litigate…..” È lui ad aver fatto crescere questa realtà che oggi produce arredamenti in legno che arrivano in tutto il mondo.

Ce lo confermano le foto alle pareti che ritraggono tanta parte del lavoro fatto in più di 50 anni: dall’Auditorium di Roma, alla stazione di Kiev, eleganti wine bar parigini, sino a superyacht di lusso destinati a solcare mari lontani. E dietro questa crescita c’è, lo si capisce, un bel lavoro di squadra. Due fratelli seguono l’amministrazione e gli altri due sono invece focalizzati sulla produzione e sul marketing.

In tutto, oltre a loro, sono dodici i lavoratori della BER, che si distribuiscono tra gli uffici amministrativi e grandi capannoni pieni di legni, macchinari antichi e tagliatrici di nuovissima generazione. E c’è anche un po’ d’Europa in questa grande falegnamerie alle porte di Viterbo: perché se ci si avvicina alla macchina a controllo numerico c’è un’etichetta che dice che è stata finanziata con il Por2007-2013 con un progetto che ha portato tante imprese della Tuscia a Dubai.

Poi ci sono due giovani apprendisti – Lorenzo e Ilaria – che sono qui grazie ad un programma del Fondo sociale, con tanta voglia di imparare e voglia di futuro artigianale. “Vede Manzella, per noi è proprio il personale una delle questioni chiave. Qui secondo noi la politica può fare molto. Non dobbiamo far morire i nostri mestieri, dobbiamo trovare il modo di garantire alle imprese manodopera qualificata. Semplicemente perché è qui una delle forze della nostra competitività”. Ed elemento altrettanto cruciale è la proiezione internazionale.

La BER è piena di contatti in tutto il mondo, da cui molto spesso nascono le collaborazioni più sfidanti: “ci conosciamo nelle fiere, ma vale anche il passaparola e conta la lunga storia della nostra impresa. E’ chiaro che una impresa che ha 54 anni di storia sa di affidabilità”. Dopo le fotografie con tutta la famiglia ci salutiamo e chiedo di avere il legno con cui ci hanno fatto provare la fresatrice a controllo numerico, lo userò per fare capire cosa si fa in questo stabilimento della Tuscia grazie all’Europa.

Ma mentre sto andando via, si avvicina il decano e mi dà un piccolo stemma della Ber. È un uomo sentimentale, fiero di quello che ha realizzato, e che mi trasmette un gran buon senso. Deve essere orgoglioso della sua famiglia, mi dico uscendo dalla Ber: questi “ragazzi” lavorano tutti con un bel sorriso aperto in volto.

Da lì andiamo al Poggino, il nucleo industriale di Viterbo.

Prossima destinazione la Stilhaus, dove ci accoglie Simone Bianchini. Anzi i Bianchini: padre, figlio e moglie, sorella. Perché anche qui quello che colpisce è trovarsi di fronte una famiglia che fa impresa. Ed anche qui un padre fondatore che sta lasciando spazio a figli, e che continua a stare in azienda. Al posto suo, con consigli, indicazioni, esperienze. E che sia così lo si capisce dal clima che subito si respira in questa impresa che produce arredamento per bagno di gamma alta.

La nostra conversazione comincia infatti, tra porta asciugamani e altri accessori da toilette: da quelli più tradizionali sino a pezzi che non avevo mai visto ma di cui capisci “l’utilità”. Come il porta I Pad da bagno oppure un altoparlante da telefonino in ceramica che è anche porta spazzolino. Oggetti che si incaricano di fare il nostro bagno più bello, spesso disegnati da designer esterni e prodotti per la maggior parte in questo stabilimento.

Un’impresa di 14 persone – tutte assunte a tempo indeterminato – che produce annualmente un bilancio sociale  e che guarda al mondo, come testimonia il reparto spedizioni in cui si possono leggere destinazioni asiatiche e statunitensi. I pezzi della Stilhaus arrivano, infatti, nei bagni di tantissime parti del mondo: “Mio padre ha fondato questa impresa più di quarant’anni fa, dopo un’esperienza come manager nel settore e da allora siamo sempre cresciuti, con una produzione che oggi per l’80% va in Italia e per il 20% restante va all’estero.

Molti dei nostri clienti esteri li abbiamo trovati nelle fiere e secondo me dobbiamo continuare ad aiutare la presenza e capire veramente cosa può può essere necessario. Ad esempio secondo noi è molto importante anche sostenere le imprese nella spesa per andare nelle fiere nella maniera migliore oppure nell’utilizzo di nuove tecnologie, come la app per personalizzare ogni acquisto e comprare on line i propri prodotti.

Ma nel nostro business è ancora importante la presenza fisica, il creare rapporti di fiducia “. Ma si capisce che la Stilhaus oltre a guardare all’estero è anche una realtà profondamente radicata nel territorio. “Un nostro ‘di più’ è sicuramente il fatto di produrre tutto in Italia, e penso che lavorare in quest’area abbia grandi potenzialità che si stanno scoprendo. Ad esempio da qualche anno collaboriamo di più con le imprese del distretto di Civita Castellana”.

Nel giro che facciamo tra i vari reparti noto un ragazzo con un bel sorriso ed un orecchino che, seduto sulla sua carrozzina, lavora alla realizzazione di un portasciugamani. Ed è mentre stiamo uscendo che la moglie di Simone Bianchini mi parla de “il nostro campione, Fatmir”. Mi avvicino e con Fatmir cominciamo a parlare.

Mi racconta del suo arrivo a Viterbo dal Kossovo a diciassette anni per cercare un chirurgo capace di migliorare le sue lesioni, della sua passione per lo sport, delle gare che sta preparando. E ad un certo punto ho un lampo: “ma tu sei quello che un paio d’ore fa abbiamo visto sfrecciare sulla statale con l’handibike e la bandiera italiana?” “Si – risponde sorridendo – ero io. Ogni giorno faccio circa 40 chilometri per allenarmi, durante la pausa pranzo. Ma devo fare di più.

Ultimamente arrivo sempre secondo”. Beh, Fatmir è un incontro di quelli che ti rimane dentro e mentre esco il fondatore mi si avvicina e mi dice: “Fatmir ce lo hanno proposto i servizi sociali, ed oggi è una colonna di questo stabilimento. Per le sue capacità tecniche e per la sua empatia. E’ un elemento coagulante della nostra squadra”. Anche questo è far parte di una famiglia, mi dico.

Perché in tutto questo incontro sento risuonare dentro di me la parola “rispetto”: quello con cui i Bianchini parlano del loro impresa, delle sfide che li attendono e dei loro lavoratori.

Buon lavoro, veramente!

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