Giro delle imprese tappa #24: Telespazio e Microdos

Con il management di Telespazio ci incontriamo spesso alle manifestazioni sull’aerospazio e ogni volta mi invitano a raggiungerli nella loro sede a Tiburtina. Oggi finalmente lo abbiamo fatto. È stata l’occasione per ripercorrere la storia di questa azienda che affonda le proprie radici nelle partecipazioni pubbliche. È il 1961, infatti, quando l’ingegner Piero Fanti convince la politica a scommettere sulle comunicazioni satellitari per le comunicazioni televisive. Parte da qui, la storia di questa società grazie alla quale sono arrivate nelle case degli italiani le immagini dello sbarco della Luna, ad esempio, e che per molti anni è stato il ‘braccio satellitare’ di Sip e Telecom. Una realtà che per molti anni ha avuto la testa a Roma ed proprio ‘corpaccione’ nella Piana del Fucino dove, nel centro spaziale Piero Fanti – operativo dal 1963 e che oggi con i suoi 40 h è il più grande teleporto al mondo per usi civili, si svolgono attività di controllo in orbita di satelliti, servizi di telecomunicazioni, televisivi e multimediali. “Una localizzazione privilegiata – mi dice Luigi Pasquali, amministratore delegato – perché è un lago vulcanico circondato dalle montagne, un luogo con caratteristiche orografiche tali da essere in un certo senso “schermato” da interferenze. Ce lo invidiano in tutto il mondo e non è un caso se Eutelstat lo ha scelto per insediarsi”.

Oggi molto è cambiato.

Nel 2002 Telespazio è entrata nel gruppo Finmeccanica, oggi Leonardo, e vede nel proprio azionariato anche il gruppo Thales. La Space Alliance creata dai due gruppi nel 2005 ha visto, infatti, la creazione di due joint venture: Telespazio, appunto, (67% Leonardo; 33% Thales) e Thales Alenia Space (67% Thales; 33% Leonardo).

La suddivisione dei compiti è ben precisa: il gruppo francese si occupa della costruzione di satelliti mentre la parte Leonardo della fornitura di servizi, anche di geoinformazione. Un’intuizione giusta, il mercato cresce ed è sempre maggiore la richiesta di big data analytics per gli scopi più diversi: dal controllo del territorio, alla protezione civile fino alla business intelligence. E oggi Telespazio ha committenti in tutto il mondo, o partecipando a gare d’appalto bandite dai governi o con contratti diretti. “Ma nei prossimi anni assisteremo ad un aumento della componente privata che già oggi vale un terzo del nostro fatturato. Penso all’agricoltura, al marittimo, ai disastri naturali. Dopo 14 anni di Space Alliance possiamo dire che è stata un’intuizione giusta, con la creazione di due realtà forti in un mondo in cui i player sono sempre più forti”, aggiunge Pasquali.

Oggi i dipendenti di questa eccellenza italiana che fattura 600 milioni l’anno, sono 2500 in Italia (dove la società possiede centri spaziali anche al Lario, sul lago di Como, a Palermo e a Matera, oltre a quella del Fucino e il quartier generale di Roma), Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Romania, Brasile e Argentina. “Per noi sarebbe di grande interesse aprirci anche all’innovazione che si sviluppa sul territorio, e quindi anche promuovere incontri con le startup innovative che nascono nelle Università sarebbe utilissimo”. È quello che mi conferma Massimo Comparini amministratore delegato di e-GEOS, la società del gruppo che vede una partecipazione al 20% dell’ASI ed è leader internazionale nel settore dell’osservazione della Terra e della “Geo-Spatial Information”. Oggi infatti la sede di via Tiburtina ospita la finale di una challenge organizzata con Lazio Innova durante la quale sei startup sono state sfidate a trovare strumenti diagnostici innovativi monitorare lo stato di conservazione di infrastrutture come viadotti, dighe e reti tecnologiche e “predirne” i fattori di rischio attraverso i big data. Un modo, insomma, per controllare dall’alto se è “tutto a posto”. “Penso siano iniziative che vanno replicate, per noi è utilissimo pensare in un modo diverso, ed il mondo della ricerca di Roma è pieno di qualità, spesso nascoste. Per questo siamo disponibili a continuare questo lavoro, anche su altri temi”, ci spiega Comparini. Finisce così la mia visita a Tiburtina dopo il saluto ai partecipanti alla challenge. Per i curiosi: il premio messo a disposizione dalla Regione Lazio è andato a Kuaternion, una startup che ha proposto un progetto per un controllo a bassa frequenza e ad alta frequenza degli spostamenti planoaltimetrici delle infrastrutture basato sull’integrazione di sensori e informazioni satellitari.

Arrivo alla Microdos, nel nucleo industriale di Rieti/Cittaducale, e ad accogliermi c’è Alessandro Mostarda, l’amministratore delegato ed inventore di questa società reatina attiva, anche lei, nel settore delle pompe dosatrici. Anche lei perché Rieti – pochi lo sanno – è un vero e proprio distretto dedicato a questo tipo di pompe, di livello nazionale. Un distretto che è si è sviluppato da un’origine comune, la Seko, e che oggi vede in campo altri due attori: la Emec e la Microdos di Mostarda, che proprio della Seko è stato direttore commerciale negli anni Novanta: “Insieme produciamo quasi l’80% delle pompe per piscine del mercato italiano, ognuno con una sua specializzazione. Noi ad esempio siamo leader in Europa per l’analisi e il trattamento delle acque delle Piscine. Un risultato che abbiamo ottenuto in 13 anni di lavoro e che è frutto di una continua attività di ricerca e sviluppo. Abbiamo realizzato più di 150 stampi in questi ultimi anni, anche grazie al lavoro dell’ingegner Roberto Angher che è con me dal primo momento di questa avventura”.

Microdos è infatti cresciuta ogni anno a ritmi importanti e dalle 3 persone del 2006 è passata alle 45 di oggi. Il tutto con una situazione di bilancio solida – un fatturato di 11 milioni nel 2018 e numeri che hanno fatto vincere il premio Industria Felix patrocinato da Unindustria in collaborazione con il Centro Studi Economici di Cerved – e una vocazione fortissima per l’export. “Vede Manzella, l’82% della nostra produzione va all’estero – mi spiega Mostarda – il nostro principale mercato estero è la Francia ma ci stiamo espandendo su altri mercati”. Un processo che è frutto di crescita interna e di acquisizioni. “L’anno scorso ad esempio abbiamo acquistato una impresa inglese proprio per consolidarci su quel mercato e quello statunitense”. Ma ci sono anche acquisizioni fatte per altre ragioni. “Tempo fa, ad esempio, abbiamo comprato una società spagnola che ha brevettato un sistema per trasformare l’acqua in acqua ossigenata e fare in sostanza ‘auto-disinfezione’. È una applicazione che pensiamo possiamo avere un grande futuro ad esempio nei laghetti artificiali e contiamo di presentarla ad Aquanale, la Fiera che si terrà a Colonia  dove andiamo ogni anno a consolidare la nostra proiezioni internazionale”.

Girando per la fabbrica tra gli operai in t-shirt blue, si respira un bel clima e si percepisce la concentrazione. E si capisce da come saluta i dipendenti uno a uno che Mostarda è entusiasta e ha cura dell’ambiente lavorativo. “Qui non si timbra. C’è fiducia, perché il capitale umano è la cosa più importante” dice mentre mostra le foto della squadra di calcio composta dai dipendenti e subito dopo la macchina per tagliare i tubi delle pompe, che è stata sviluppata in house attraverso un lavoro di collaborazione. “Questo macchinario   ha un costo esorbitante sul mercato – mi dice – Ci siamo confrontati sul problema e abbiamo deciso di realizzarlo direttamente noi”.

 Lo spazio di produzione è aperto e forma una ‘L’ in cui sono scandite le diverse fasi di produzione. “Noi non abbiamo quasi magazzino, lo facciamo girare 7-8 volte, lavoriamo su commessa, just in time, e penso che sia proprio questa una delle chiavi del nostro successo”. L’altra è sicuramente l’entusiasmo con cui mi vengono mostrati gli ultimi prodotti dal design sempre più curato.

Tra pochi mesi la Microdos avrà un nuovo capannone e da come Mostarda ne parla si capisce che c’è n’è veramente bisogno e che a questo nuovo spazio sono affidate prospettive di crescita per il futuro. In bocca al lupo.

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