Rosanna Squitti ha studiato per 20 anni: la Fda (Usa) verso l’approvazione

di Margherita De Bac per il Corriere della Sera Roma, 3 settembre 2019

«Morì di Alzheimer che mi ero appena laureata. Alla fine non mi riconosceva più. Le volevo un bene immenso. Fu allora che dentro di me prese forma un progetto. Studiare la malattia della nonna». Rosanna Squitti ha mantenuto la promessa. L’Agenzia americana dei farmaci, Fda, sta per dare il via libera a un nuovo test predittivo dell’Alzheimer sul quale ha lavorato per 20 anni prima in Italia, al Fatebenefratelli Isola Tiberina con Paolo Maria Rossini, in collaborazione con l’istituto San Giovanni di Dio di Brescia, e poi negli Stati Uniti come direttore ricerca e sviluppo di Igea Pharma.

Test basato su un meccanismo diverso rispetto agli altri già in commercio. Attraverso un marcatore viene misurato l’equilibrio di rame nel sangue, cioè un fattore di rischio cosiddetto modificabile nel senso che i valori alterati possono essere corretti con dieta e integratori specifici nella speranza di rinviare il possibile appuntamento con la demenza. Questo metallo serve a innescare certe reazioni chimiche delle cellule, ma nel- l’Alzheimer lo squilibrio dei valori determina una cattiva distribuzione nell’organismo.

«Negli anni sono stati provati circa 400 farmaci prevalentemente per contrastare la proteina beta amiloide, responsabile delle placche cerebrali. Tutti hanno fallito e la ricerca è stata costretta a muoversi anche in un’altra direzione, la prevenzione. Noi abbiamo aggiunto un tassello per individuare la predisposizione allo sviluppo dell’Alzheimer prima della comparsa dei sintomi», spiega la neurobiologa, 50 anni, romana del quartiere Conca d’Oro, formazione alla Sapienza, dal 2013 pendolare con Miami dove sono stati aperti laboratori dedicati agli studi sullo zinco.

Il suo nome è un miscuglio di quelli delle due nonne. Marianna e Rosa. Non è un cervello fuggito all’estero. Al contrario. Ha scelto di fare su e giù tra Roma e la Florida per non sacrificare la famiglia, due belle figlie di 16 e 11 anni e il marito che con grande spirito di collaborazione sostituisce la figura materna quando lei è fuori anche un mese di seguito.

«Ho preferito la biologia alla medicina perché dietro al bancone mi trovo a mio agio aggiunge -. Lo confesso, non sono capace di sostenere l’impatto emotivo con i malati. Ho conosciuto molti pazienti con Alzheimer e dopo ogni incontro rimanevo scossa. Nella fase iniziale chiedono di essere aiutati, consapevoli di avere vuoti di memoria. Perdere i ricordi è la peggiore condanna della vita. Vedere i visi delle persone amate e non riconoscerli deve essere terribile». «Mi accorsi della malattia della nonna quando lei si dimenticò di una cosa che le avevo appena detto – ricorda Squitti -. Quando se ne è andata mi sono sentita impotente. Devo fare qualcosa, mi dissi. Per lei che non c’è più e per tutti quelli come lei».