CINQUE MOSSE PER UN MISE AL PASSO COI TEMPI

Il mio articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore, 6 dicembre 2019

La questione della politica industriale (o della sua assenza) è all’ordine del giorno. Si rincorrono richiami a ritardi italiani nei confronti dei partner europei, lamenti sulle inadeguatezze politiche, discussioni sul ritorno all’Iri.

 Eppure, ordinando i tasselli, nelle prime risposte del Mise una direzione c’è.

 Penso alla conferma nella legge di bilancio di Industria 4.0 come i¡ programma di politica industriale nazionale e alle proposte per dargli un orizzonte pluriennale, arricchirlo con crediti di imposta per ricerca, innovazione e design, avvicinarlo alla platea delle Pmi e rafforzarlo al Sud. Guardo all’impulso che si vuole dare al rapporto tra mondo dell’impresa e nuove tecnologie, con azioni per diffondere intelligenza artificiale e blockchain nell’industria o alle ricadute attese dall’operatività del Fondo nazionale innovazione. E, ancora, all’attenzione perle imprese “tradizionali”, testimoniata dal rifinanziamento di misure come il Fondo centrale di garanzia o la Nuova Sabatini e da novità come i voucher per l’innesto di manager per accompagnarle nella transizione digitale o il credito di imposta per la formazione 4.0.

 Cambiando di prospettiva, l’approccio utilizzato con il cosiddetto Tavolo automotive – che ha riunito gli attori di un settore strategico immerso nella sua trasformazione più difficile-indica la modalità “collegiale” con cui si vuole lavorare.

 È una direzione condivisibile? Gli imprenditori che incontro in diverse regioni e che hanno investito anche grazie a Industria 4.0, dicono che il rilancio del programma è molto positivo. La strategia per l’intelligenza artificiale, che entra nella sua fase di formalizzazione, è un lavoro di esperti tra i più qualificati del Paese, mentre le sperimentazioni blockchain per tracciare il made in Italy coinvolgono attori di primaria importanza come l’Ibm. Strumenti come l’innovation manager sono ritenuti utili per un mondo Pmi che ancora stenta ad aprirsi al nuovo, mentre il metodo del dialogo è considerato dalle associazioni di categoria essenziale per arrivare a politiche industriali efficaci.

 Se queste voci ci dicono che i passi compiuti vanno approfonditi e resi più incisivi, altri ce ne sono davanti a noi. Da percorrere molto in fretta.

 Il primo è darsi una strategia industriale che individui i settori e le filiere del nostro futuro e indichi nuovi strumenti dello Stato per aiutare l’impresa ad affrontare sfide quali le conseguenze della globalizzazione, la green economy, la digitalizzazione. Una strategia che sia frutto del confronto con gli attori del mondo economico, che ci leghi alla politica industriale europea, che racconti l’Italia seconda manifattura d’Europa.

 Il secondo è rafforzare il nostro sistema d’istruzione, inserendo le competenze del futuro: dal coding al pensiero critico. Nella legge di bilancio in discussione ci sono già richiami quali l’inserimento dei valori di impresa e lavoro nei corsi di educazione civica e il rafforzamento degli Its. Il prossimo passo sarà avviare su questi temi una collaborazione Mise-Miur, che mai come in questo tempo deve essere strettissima.

 Il terzo passo è affrontare la contraddizione di un Paese con ricercatori spesso all’avanguardia e imprese in ritardo di innovazione. Una condizione che, tra le soluzioni possibili, ha l’istituzione di un’Agenzia nazionale – la Germania ci sta attualmente lavorando – per creare raccordi stabili tra imprese e mondo della ricerca.

 Il quarto è riavviare il dialogo con le imprese multinazionali. Le più recenti vicende sono state un vulnus reputazionale alla capacità italiana di attrarre investimenti esteri. Come ogni ferita va curata. Le grandi imprese internazionali non sono solo investimenti: sono capacità di management e innovazione per il nostro sistema industriale, piattaforme per i nostri prodotti, passaparola per nuovi investitori. Per questo, già nelle prossime settimane, sarà avviato un Tavolo di confronto con rappresentanti di questo mondo imprenditoriale. Paragrafo

 C’è, infine, un quinto passo, per molti versi la precondizione di tutti gli altri. Ed è restituire il Mise alla sua funzione. Oggi il ministero è sui giornali per la gestione delle crisi molto più che per il suo compito caratterizzante: individuare le direttrici di sviluppo economico del Paese e far lavorare attorno a esse gli attori dell’economia e le istituzioni. A cominciare dagli altri ministeri, passando per Cassa depositi e prestiti e Invitalia, sino alle regioni. In parallelo al rafforzamento di organizzazione e strumenti per il contrasto alle crisi, va costruito, insomma, un luogo di sintesi e indirizzo, che sottragga la politica industriale italiana alle canne d’organo e ai loro conseguenti esiti rapsodici. Cinque passi semplici e difficilissimi, ma è questa la direzione se vogliamo essere, come avrebbe scritto José Ortega y Gasset, «á la altura de los tiempos».

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