ItaliaImpresa 4.0 Milano e Piacenza

Siemens

Alla stazione di Milano Rogoredo mi viene a prendere Giuliano Busetto, CEO per l’Italia e altri Paesi del mediterraneo della nuova Operating Company di Siemens, Digital Industries, l’organizzazione del gruppo tedesco che si occupa di automazione nei processi discreti e continui e della digitalizzazione dei processi produttivi. Busetto è veneziano d’origine e milanese d’adozione, arriva alla Siemens dopo aver studiato al Politecnico e aver maturato una serie di esperienze professionali in vari contesti: in Hartmann & Braun, Elsag Bailey e ABB. 

Approda così alla Siemens, leader mondiale, oggi 3000 impiegati solo in Italia. Ed il suo lavoro è, ridotto all’osso, quello di convincere le imprese a passare di livello, ad usare la tecnologia per migliorare i propri processi produttivi. E per farlo deve dimostrare quello che si può fare. Per questo, e me ne aveva parlato già in altre occasioni, ha creato nel 2011 un Centro tecnologico a Piacenza, il Technology Application Center, via via ampliato fino alla versione attuale, una vera e propria Smart Factory ove testare i vantaggi della digitalizzazione applicata ai processi manifatturieri, in un luogo- Piacenza, ben raggiungibile da tutto il Nord Italia. In questo centro – guidato da Nicodemo Megna– si fanno cose diverse: si vedono le macchine, si capisce come funzionano, ci si confronta su come le tecnologie possono cambiare i propri processi produttivi, si formano i lavoratori, ma anche 

studenti (vengono svolti dei corsi per gli studenti di Ingegneria meccanica al 3° e al 5°anno) e docenti. 

Ed effettivamente entrare in questo capannone di circa 700 metri quadri fa una certa impressione. Immaginate una serie di macchine utensili e automatiche per gli utilizzi più diversi, una accanto all’altra: Il robot, il tornio, l’impacchettatore di bustine di caffè, l’elevatore di un magazzino. E, insieme a tutto questo, tutta la parte software, le simulazioni 3D, il cloud, gli schermi in cui si spiega il percorso e la complessità che ci sono dietro ogni Impresa 4.0. “Vede Manzella, questo luogo serve a fare cultura dell’innovazione. Noi lo usiamo per far capire ai nostri clienti – sia i produttori di macchine utensili, automatiche sia i loro clienti finali – quello che oggi la tecnologia può fare per cambiare e migliorare i loro processi produttivi. E tutte queste machine servono proprio a far capire l’ampiezza delle funzioni che possono essere svolte e i vantaggi dati dalla digitalizzazione”. 

Accanto a Busetto c’è una squadra di professionisti che spiegano (tentano di spiegarmi) quello che c’è dietro i movimenti ed il controllo e mi fanno capire come questi meccanismi servono alle grandi multinazionali come alle piccole imprese. “spesso posti così servono proprio alle piccole imprese, sono loro che hanno le maggiori differenze culturali a questi cambiamenti. Quando vedono le macchine e capiscono come possono 

cambiare il loro modello di business sono spesso i primi a cambiare”. 

La straordinaria complessità dei movimenti delle macchine, la loro potenza è resa facile dalle spiegazioni; si capisce alcune delle volte , come rispetto ad alcune macchine si senta arrivare il limite, ad esempio quando davanti ad una Breton si dice “questa è una macchina di frontiera, che lavora materiali impossibili da tagliare”, oppure quando mi si spiega che spesso “noi aiutiamo a costruire le stesse macchine, aiutiamo i produttori a capire come renderle più performanti. Si tratta spesso di pezzi unici, di grandissima complessità”. 

Il senso che si respira è di una grande complessità tecnica, ma anche di un luogo in cui si rompono barriere culturali, ci si apre al dialogo tra diverse discipline: “si, questo è un luogo effettivamente aperto, in cui ci si confronta e si lavora insieme, in cui si avvicinano cultura digitale e manifatturiera. Ed in cui si fa formazione, si portano i lavoratori ad utilizzare tutto il potenziale delle macchine”. Si costruisce qui, insomma, il cervello che è dietro ai nostri stabilimenti e che si sviluppa nelle università sul territorio, che hanno capito il valore del progetto e hanno aperto canali di collaborazione (dai Politecnici di Torino e Milano agli istituti tecnici e professionali). “Questo è un centro di competenza privato, dall’estate 2018 oggetto di un accordo con Confindustria per l’utilizzo fino a 

dicembre 2020 alle imprese associate e anche il MISE ha dato il suo patrocinio perché svolge una funzione di raccordo e perché consente di comprendere a fondo le tecnologie abilitanti 4.0. Secondo me è anche questo il valore aggiunto di Industria 4.0, un programma che deve continuare ad andare avanti, perché sta cambiando le cose, migliorando la produttività, la flessibilità nella produzione oltre a sicurezza e qualità, con l’obiettivo di rendere le imprese italiane sempre più competitive.’’ 

All’uscita mi regalano due piccoli oggetti, due pedine di rame – un re e una regina – che sono stati forgiati, alla perfezione, dalle macchine. Li terrò come portafortuna sulla mia scrivania. E sono certo mi porteranno fortuna. Buon lavoro. 

il centro tecnologico Siemens di Piacenza

Cinelli 

Come si dice “la prima impressione è quella che conta”. E Antonio Colombo – patron  della Gruppo e dei marchi Cinelli e Columbus – mi riceve nella sua galleria di arte contemporanea, nel centro di Milano. “Vediamoci lì e dopo andiamo allo stabilimento”. Ed è un inizio che non è una stranezza: perché la mostra in galleria celebra i 100 anni della Colombo, la fabbrica fondata dal padre Angelo Luigi nel 1919 a Milano. Un’impresa del settore metallurgico che nel giro di qualche anno passa da una dimensione artigianale ad impiegare più di 250 persone in uno stabilimento in zona Lambrate. Una realtà che produce per l’edilizia e per l’aerospazio, ma che da subito ha una specializzazione ben precisa, che la rende famosa nel mondo: i tubi in acciaio per i telai delle biciclette. I telai Columbus sono, per intenderci, usati da Coppi, Merck e Moser per fare i loro record dell’ora, da Bartali per vincere il Tour, da Pantani per molte delle sue imprese. Insieme a quelli della Reynolds, hanno dominato il mercato: sino all’avvento del carbonio (“ma oggi vediamo un grande ritorno dell’acciaio, anche tra i professionisti”). Alla produzione di tubi di acciaio si è affiancata dal 1978 anni anche quella di produttore , dopo l’acquisto dello storico marchio Cinelli, rilanciato negli anni sino a divenire un ambasciatore del Made in Italy e del design italiano nel mondo. E se avete mai visto una bicicletta Cinelli sapete quello di cui parlo. Stile, design e creatività si vedono immediatamente, le Cinelli sono bici ‘diverse’ e c’è molto di Antonio in ognuna di loro: “vede Manzella, io sono cresciuto in una Milano piena di fermenti culturali e fare l’imprenditore metallurgico non era una mia priorità. Poi, però la vita mi ha portato a farlo e mi sono portato parte del mio bagaglio creativo: e lo uso tutti i giorni”. 

E la ‘doppia anima’ di Colombo emerge quando raggiungiamo lo stabilimento di Settala, dove lavorano 30 persone curando tutta la ‘filiera’. C’è l’attività di studio e produzione dei tubi, in un clima da fabbrica con operai in azienda da 40 anni e che raccontano i loro rapporti con i più famosi telaisti del mondo (“Pegoretti è una grande perdita, era un uomo di grandissima personalità e che ha fatto molto per il mondo della bici, discuterci era sempre un piacere”, mi dice Emilvano Montorio, capo produzione entrato in azienda nel 1979). E subito dopo c’è la parte di disegno e marketing delle biciclette e della linea di abbigliamento Cinelli (oramai, un ‘must’ di stile italiano) che sembra un’agenza creativa. E a segnalare la passione comune che ispira i due mondi di Colombo, alle pareti ci sono quadri, opere di street art, manifesti pubblicitari di grande creatività, frasi che riportano ai valori dell’azienda: il tutto, insomma, è un ecosistema creativo che ha al suo centro la bicicletta. “Esportiamo quasi l’80% della nostra produzione, specialmente negli Stati Uniti, ma sta crescendo molto anche la parte asiatica. Oggi ad esempio è qui il nostro importatore giapponese che ci ha chiesto di personalizzare le nostre biciclette per far emergere ancor di più il Made in Italy e per questo abbiamo deciso un riferimento al Palio di Siena”. Ed è proprio parlando con i due distributori, ascoltando l’attenzione con cui vogliono far emergere i valori italiani anche sulle strade di Osaka e Tokyo, che si capisce quanto possano contare le due per ‘parlare’ italiano in molte parti del mondo’. Spesso indichiamo nell’incontro tra tradizione e creatività  una delle nostre caratteristiche distintive e uno dei motori dell’industria italiana. Cinelli ne è un bell’esempio: una tecnologia avanzata come quella delle leghe speciali dell’acciaio, una creatività spinta, il tutto fuso in un oggetto iconico come la bicicletta. C’è, insomma, una piccola-grande lezione da prendere da questa visita. Accelerare su una politica per le industrie creative in grado di connettere mondo creativo e produzione tradizionale. Ne usciranno cose importanti.

una delle leggendarie Cinelli

Add a Comment