Prima Industrie

Il Piemonte è una delle regioni in cui il 4.0 ha avuto più penetrazione. Sono 4.400 le imprese che in questi anni hanno beneficiato dell’iper ammortamento e oltre 2.000 quelle che hanno maturato un credito d’imposta R&S. Una platea importante che fa di questa regione la terza nel Paese per accesso alle misure 4.0.Merito di una tradizione che unisce meccanica ed elettronica, e che corrisponde alle due grandi famiglie dell’industrialismo piemontese: gli Agnelli e gli Olivetti. “Peccato siano due mondi che non si siano mai veramente incontrati”, mi dice Gianni Carbonato, uno dei fondatori di Prima Industrie, un uomo con uno sguardo franco e aperto che oggi è l’amministratore di questa impresa, “perché alla fine l’interazione tra queste due tradizioni non è nient’altro che la meccatronica. Insomma, eravamo all’avanguardia già 30 anni fa. E non lo sapevamo”. Si perché l’avventura imprenditoriale di Prima Industrie comincia quando 10 impiegati decisero di uscire dalla Dema, una delle più importanti società dell’innovazione della zona, e di mettersi in proprio, era il 1977. E gli inizi sono da film. Cominciarono a produrre in una cascina, quella la prima sede, “tanto che Giorgio Bocca titolò il pezzo di Repubblica nel quale raccontava la nostra storia ‘Robot e galline’”. Gli inizi furono lenti. Mancavano risorse e i primi lavori sono pagati pezzo per pezzo. Si garantiva così il finanziamento dell’impresa. Ma presto arriva il primo successo: la cucitrice Necchi, disegnata da Giugiaro ma con anima tutta ‘Prima Industrie’ e che per molto tempo viene esposta al Moma come esempio del design italiano. L’impresa cresce e si afferma per la sua capacità tecnica, ma presto questa fase ‘generalista’ finisce e la scelta, negli anni Novanta, è specializzarsi. Scommettendo sul laser: una tecnologia che in quel momento è agli albori del suo utilizzo industriale. Ed è una scelta che paga, con Prima Industrie che piano piano scala le posizioni nel mondo nel suo settore. Sino ad oggi, quando Prima Industrie è un grande player che produce in quattro diversi stabilimenti in Italia, e poi in Finlandia, in Cina, in Messico. “Sa Manzella, per crescere abbiamo scommeso molto sulle acquisizioni. Appena c’erano opportunità di mercato o nuove tecnologie con cui vedevamo complementarietà, comprare è sempre stata la strada per arrivare prima su mercati ed anticipare tendenze. E così siamo in USA, con la Prima Power North America Inc specializzata in punzonatura e laminatura laser, in Finlandia con la FINN-Power, che è il più grande investimento estero in quel Paese. In Cina, invece, ci siamo andati perché è un grande mercato del futuro”. E parlando con Carbonato si capisce che forza di questa azienda di 1800 persone è nella qualità della ricerca, “in cui investiamo stabilmente 23-24 milioni l’anno e che portiamo avanti in collaborazione con Politecnico di Torino ed altre Università; nella rete delle filiali e della sua forza commerciale per conquistare nuovi mercati nei cinque continenti; nel design, affidato ad una divisione interna, e nella presenza alle principali fiere di settore.
Ed effettivamente sono macchine bellissime quelle esposte al piano terreno, una vera e propria show room per clienti di tutto il mondo; una enorme sala dove campeggia, accanto al logo Prima Industrie, quello ‘Industry 4.0’, “una scelta che sta a significare che per noi la connessione tra le macchine è essenziale”. Mi dice così Carbonato mentre mostra le diverse macchine in funzione: quelle per tagliare lamiere, per realizzare porte, per piegare metalli e, insieme a loro, tutta l’ultima linea, dedicata dell’additive manufacturing: “su questo crediamo molto, è qui la frontiera. Gli utilizzi sono i più vari e noi lavoriamo a stretto contatto con le singole imprese, per definire insieme le caratteristiche e gli utilizzi delle singole macchine”. E sono convinto che ci siano grandi potenzialità. Abbiamo un grande capitale umano e le iniziative del settore pubblico di 4.0 ci sembrano nella giusta direzione: a partire dai Competence center nei quali abbiamo investito e sui cui crediamo per aumentare la richiesta di innovazione. Ci piacerebbe vedere più politiche per crescere”. Mi saluta così Carbonato, mentre mi dice “E’ un momento di incognita: c’è l’automotive in trasformazione ed ora, noi che abbiamo scommesso sul mercato cinese viviamo l’incognita del coronavirus. Lì abbiamo fermato le fabbriche, ma penso che gli effetti li vedremo più in là. Ecco, in momenti ci vorrebbe uno Stato che conoscesse i problemi da vicino e scegliesse le soluzioni migliori”.

Avio Aero

Dalla Prima Industrie in venti minuti arriviamo a Rivalta, dove c’è lo stabilimento della Avio Aero. Un luogo iconico dell’industrialismo italiano. Per capirci è lo stabilimento FIAT con la famosa immagine del logo con sullo sfondo le montagne innevate. Lo avete visto decine di volte. Oggi dove si producevano automobili, si producono turbine per aerei. E se la proprietà è statunitense, l’anima e la testa dell’impresa sono saldamente italiane. “Vede, General Electric arrivò in Italia per comprare Nuovo Pignone ed è forse l’esperienza positiva con quella operazione che ha portato la multinazionale ad ampliare il suo raggio d’azione ed acquistare, nel 2013, Avio Aero. Un’operazione di acquisizione che ha rafforzato

l’offerta di General Electric nell’aeronautica, perché Avio era una ‘preda’ che faceva gola a molti, ma che in qualche modo ha rafforzato anche l’Italia, che oltre lo stabilimento Piemontese, vede la presenza di Avio Aero in Puglia e Campania. E’ anche per questo che oggi siamo uno dei 6 paesi al mondo che possono produrre un intero motore di aeroplano”.

A parlarmi così è Riccardo Procacci, l’amministratore delegato di Avio, un ternano che viene da una lunga esperienza proprio nel Nuovo Pignone e che da più di 6 anni guida questa impresa che ha rilevato uno dei marchi storici della nostra aeronautica, quella Fiat Avio nata nel 1908 e che per decenni è stata il primo attore italiano del settore aeronautico.

In questi immensi spazi lavorano oltre 2.100 persone che grazie al 4.0 hanno un controllo perfetto dei processi produttivi. Un risultato che è ottenuto anche anche attraverso il ricorso a un digital twin – un gemello digitale del processo produttivo – che guida l’operatore verso la riduzione di tempi e scarti di produzione e tiene sotto costante controllo tutti i parametri qualitativi e quantitativi. Sono spesso ragazzi giovani venuti da tutta Italia – con il 13% della forza lavoro sotto i 30 anni – a curare la produzione di pezzi che vanno a finire sull’80% degli aerei che volano nei nostri cieli. E sono proprio loro a mostrarmi macchine che verificano con percentuali vicinissime alla perfezione il lavoro fatto, a spiegarmi come dietro ogni procedura ci sia un momento di discussione di gruppo, una macchina che impara dai suoi errori se ben guidata, a farmi capire che oltre ad una parte completamente automatizzata c’è anche un momento di manifattura, in cui l’informatica lascia spazio alla tradizione artigianale metallurgica.

“Questa fabbrica è nata grazie a più di 1 miliardo di finanziamento della casa madre ma anche grazie alle risorse del Mise e dell’Europa. Abbiamo beneficiato di Accordi di Innovazione, contratti di sviluppo, agevolazioni Industria 4-0: sono strumenti sicuramente utili a migliorare il lato finanziario dell’operazione, ma c’è anche un aspetto simbolico non meno importante. Quando la casa madre vede una buona relazione con l’amministrazione è un messaggio molto forte per l’attrattività del Paese. E noi dobbiamo continuare ad attrarre imprese internazionali, sono essenziali per stare nella competitività globale e noi dobbiamo solo ‘vendere’ quello che abbiamo. A partire da questi giovani”.

Mi saluta così Procacci, tra i macchinari 4.0, in mezzo a questi ragazzi seri e simpatici, con sorrisi aperti anche quando spiegano i meccanismi complicatissimi che ogni giorno maneggiano con precisione sempre maggiore.