“Il creativo deve esser lasciato libero”. Intervista a Massimiliano Bruno

Diciannovesima puntata del viaggio nel mondo creativo di Roma e del Lazio per mettere a fuoco la realtà del settore, i suoi protagonisti e interpreti.

Sceneggiatore, commediografo, attore, regista teatrale e cinematografico, Max Bruno ha al suo attivo un’ampia produzione: Boris, L’ispettore Coliandro, i Cesaroni, Un medico in famiglia, Viva l’Italia, Nessuno mi può giudicare, Notte prima degli esami solo per citare alcuni titoli di questi anni. L’ultimo film come regista, Beata ignoranza con Gassman e Giallini, è uscito il 23 febbraio.

Massimiliano, come ha reagito il botteghino?

Devo dire che la soddisfazione è massima. Il pubblico si diverte moltissimo e sul film c’è stato un forte passaparola durato settimane. La cifra raggiunta è considerevole: siamo il sesto incasso italiano di stagione. Il film è costato 3 milioni di euro e adesso è già a 3,7. Con l’estate e la vendita si stabilizzerà sui 4. È importante quando un film incassa più di quanto costa. E sono anche soddisfatto per la reazione dei giornalisti, quelli veri: il riscontro è buono. Anche se tengo di più al giudizio del pubblico.

Come coltivi e alimenti le tue doti creative? Dove trovi gli spunti per caratterizzare i personaggi e quale metodo di lavoro segui?

Diciamo che la regola di base è cercare di non chiudermi strettamente nel mio lavoro. Non frequento né il mondo del cinema né quello della televisione. I miei vecchi amici sono rimasti sempre quelli. Vivo di cose semplici, sento un po’ l’umore dei miei amici del cuore che frequento da quando andavo a scuola. Nato a Roma, quartiere di piazza Bologna, rimango sempre in ascolto anche culturale. Vado più a teatro che al cinema, ascolto musica, leggo quotidiani, settimanali, cerco di stare nel mondo per capire. E leggere romanzi aiuta molto. Anche se da quando ci sono questi social network leggo un po’ meno, sono più distratto, meno concentrato. Un po’ lo dico anche nel film, c’è una scena critica su questo aspetto.

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Massimiliano Bruno nella serie Boris

Come ti metti in sintonia con i gusti del pubblico?

Sono un grande osservatore di ciò che è stato il mondo del cinema, la sua storia, e si sa, si dice, che gli sceneggiatori un pochino rubacchino, elaborino… Nel mio lavoro bisogna stare attenti a non spegnersi mai. Significa avere a che fare anche con diciotto, ventenni di cui devi riuscire a carpire l’attenzione. Non è facile se hai 50 anni e ti rivolgi a uno di 20. Nel frattempo la comunicazione è cambiata e tu non la capisci più tantissimo… Quindi devi cambiare con gli spettatori ed è la parte più complicata. Il cinema nel tempo s’è evoluto in modo più lento rispetto alla velocità con cui è cambiata la comunicazione, perciò posso capire che gli adolescenti preferiscano stare più volentieri su Netflix o Sky, sul computer o su Facebook piuttosto che andare l sera al cinema a vedere un film italiano…

Il tuo è uno sguardo che abbraccia il cinema in maniera ampia, ci puoi dire cosa accade a Roma e nella nostra regione in questo settore?

Ho sempre girato nel Lazio, a Roma come a Nepi o Fiuggi, e in genere mi sono sempre trovato bene con le istituzioni che ci hanno sempre dato una mano nei limiti del possibile. A Nepi, in provincia di Viterbo, mi hanno messo addirittura a disposizione il paesino, un’esperienza umana bellissima. A livello regionale per il settore c’è una certa attenzione. L’anno scorso ho partecipato anche ad una manifestazione organizzata dalla Regione Lazio che faceva conoscere ai ragazzi il rapporto tra la storia, cinema, società. È un progetto molto importante perché porta i ragazzi non solo a conoscere i film, il contesto ma anche a confrontarsi con persone competenti. La Regione ha avuto a cuore il cinema, e poi diciamoci la verità: nel nostro Paese Roma è il cinema e anche la sua storia. È la dolce vita di Fellini, i film di Alberto Sordi e Carlo Verdone, è l’ambientazione di film premi Oscar come La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, girata in un set straordinario e meraviglioso di per sé.

Qual è lo stato dell’arte del cinema italiano e di quello romano, in particolare?

Il punto è che ci dobbiamo arrangiare, anche perché ci sono meno soldi di prima, perché i film italiani incassano molto meno di quando ho iniziato io. La parte positiva è che nei momenti di crisi economica si tira fuori un po’ più di creatività e si osa di più, anche perché i produttori non sanno che pesce prendere e quindi se tu proponi cose un tempo strane e poco sicure, in questo frangente possono essere la cosa giusta. Vedi i successi di Jeeg Robot o Perfetti sconosciuti: qualche anno fa non sarebbero stati prodotti.

E cos’è cambiato da quando hai iniziato a lavorare ad oggi?

È il mondo che è cambiato! La comunicazione si è molto americanizzata, si parla soprattutto d’incassi. In Francia si contano quanti spettatori vanno al cinema, in Italia solo quanti soldi si fanno. Ed è un sistema che in qualche modo influisce pure sulle scelte di alcuni registi e sceneggiatori. Il gusto del pubblico è cambiato anche perché è arrivato un nuovo mezzo di comunicazione di nome Internet. Quel che è stato per il cinema la tv commerciale adesso lo è la rete. Quando puoi rivedere una webseries, o in streaming i film usciti da poco, quando Netflix o Sky ti propongono serie tv di 50 minuti a puntata, con una fruizione più moderna, veloce, anche la prospettiva dello spettatore è multitasking. Al cinema ci sono ragazzi che mentre guardano il film stanno pure sui social, fanno la foto allo schermo e la inviano. È una realtà di cui tener conto e adeguarci. Tuttavia l’artista deve potersi esprimere. Se è artigiano, gli artigiani del cinema vedono quel che funziona e cercano di rifarlo finché non smette di funzionare mentre gli artisti fanno cose che sgorgano dal cuore, dall’anima. È questa la differenza: è sempre più un cinema di artigiani.

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Gli attori della serie L’ispettore Coliandro

Cosa vedi o trovi di interessante dell’apporto dato al settore? Non solo a livello artistico ma economico, produttivo, dal punto di vista istituzionale.

Certe volte il sostegno è un andare incontro alle esigenze del pubblico che però finisce per creare dei danni. Cito ad esempio l’iniziativa del mercoledì a 2 euro. Di sicuro molti spettatori sono rimasti contenti, ma molti film ci hanno rimesso. Penso che gli spettatori che vanno al cinema a 2 euro il mercoledì vi sarebbero andati tranquillamente il sabato o la domenica pomeriggio ma a prezzo intero. Ho amici che quest’anno c’hanno rimesso. Personalmente ho avuto la fortuna di avere il mercoledì a 2 euro sulla terza settimana d’uscita, invece alcun film se lo sono ritrovati tra capo e colo sull’uscita per cui i 2 euro sono diventati un danno. Però capisco che chi ha fatto passare questa principio ha avuto un grosso appeal sugli elettori, buon per lui…

Parliamo di formazione. Qual è il ruolo del Centro Sperimentale di cinematografia? È sufficiente, sottodimensionato o si dovrebbe fare di più?

Il Cento sperimentale è sempre andato a ondate. Di talento, ondate economiche. Ma un bacino a cui tutti attingiamo. Ricordo che quando facevo lo sceneggiatore per Fausto Brizzi in Notte prima degli esami scegliemmo la Crescentini in quel bacino. Valentina Lodovini è uscita da lì. È un punto di riferimento tanto quanto la Silvio D’Amico per il teatro. Non so cosa si possa fare di meglio, so che il corpo degli insegnanti è il top come il provino degli attori. Mi auguro che sempre più il Centro venga aiutato. L’Italia ha una formazione cinematografica che viene un po’ dai film di De Sica, Pasolini, per cui si tende un po’ a prendere gli attori dalla strada. Da un lato questo neorealismo è positivo, sono usciti grandi talenti, dall’altro se diventa una regola e hai attori che non hanno studiato quando sei sul un set la differenza fra Pier Francesco Favino o Alessandro Gassman e altri attori la noti. Agli altri mancano i fondamentali. Negli Stati Uniti non è così, fare l’attore è un lavoro come gli altri e dunque ti devi laureare, se non all’Actors Studio da un’altra parte. È solo in Italia che si pensa che il mestiere dell’attore lo possano fare tutti…

Quali sono gli ambienti, i gruppi, le personalità che stanno cambiando di più la scena del cinema romano?

Se parliamo di contemporaneo ti posso parlare di un gruppo di amici che è nato agli inizi degli anni Novanta al Locale di vicolo del Fico. È lì che ho conosciuto Valerio Mastandrea, Claudio Santamaria, Paola Cortellesi, Daniele Silvestri, Max Gazzè, Nicolò Fabi. Il buttafuori del locale era Pierfrancesco Favino. Sono tutti diventati artisti o grandi attori. Se sia stato un movimento culturale però non lo saprei dire. È stato più che altro un grande clan, un circolo in cui mi sono trovato in mezzo. Culturalmente non esiste un “cinema romano” ora. È solo che a Roma si fa il cinema, il 70% del cinema. Parlare di gruppo però mi pare azzardato… Sì, certo, poi io ho il mio gruppo di persone con le quali lavoro da anni, però quello che c’era una volta tra Fellini, Scola, Monicelli, Risi, quel gruppo lì non esiste più. Non c’è a Roma né in Italia. Non c’è un gruppo creativo solidale che va avanti. E ogni volta che si crea muore pure. C’è stato un periodo in cui c’erano Virzì, Bruni e Piccolo che scrivevano i film insieme, poi Bruni s’è messo a fare il regista e il gruppo è finito. Anche quando lavoravo con Brizzi e Martani, cinque film insieme poi ho scelto di fare il regista e il gruppo s’è sciolto. Parte di un gruppo creativo mi ci sentivo di più prima. Da un po’ sento che manca un confronto con gli altri colleghi, vederci e ragionare, criticare, scegliere strade comuni. Un tempo lo si faceva di più.

Nel mondo della politica, dell’amministrazione, dell’economia oggi si fa un gran parlare di “industrie creative”. Come valuti l’associazione tra il termine creativo e industria? Si può fare o è una contraddizione in termini?

No, non è affatto una contraddizione. Secondo me però l’industria deve lasciare libero il creativo di esser tale e sfruttare l’opera d’arte e cercare di comunicarla nel modo migliore. Se no si possono fare successi a tavolino che diventa difficile chiamare opera d’arte. Credo che Sorrentino è stato libero di fare un prodotto che poi hanno veicolato bene, sostenuto politicamente, protetto nei posti giusti per poter avere l’ambizione di rappresentare il cinema italiano agli Oscar. Un film che è andato bene in Italia, bene nel mondo. Lui ha fatto ciò che voleva fare.

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Il cast di Un medico in famiglia

Come valuti l’azione del settore pubblico per il cinema e per la creatività in generale e a Roma e nel Lazio in particolare?

Il sostegno l’ho sempre avuto e senza grandi sforzi. Addirittura a volte mi hanno persino criticato: “Ma come hai girato lì e non ci hai nemmeno chiesto aiuto…”. Però ci sta. Il pubblico è presente e fa cose buone. Più che altro andrebbe trovato un modo più semplice, accessibile, facile, per far capire ai più giovani che possono rivolgersi a qualcuno perché magari non sanno quali pesci prendere. Un ventenne che vuole intraprendere un certo percorso e vuole un aiuto non sa chi interpellare.

Cinema e turismo è uno dei binomi più gettonati ed anche una delle spiegazioni dell’interesse della politica, delle Film Commission. Nelle tue scelte artistiche c’è mai una consapevolezza di questo legame e delle ricadute che vi possono essere dell’uno sull’altro?

Avendo quasi sempre girato a Roma il problema non me lo sono mai posto. Lavoro in una città che non ha certo bisogno del mio film per promuoversi. Quando ho lavorato a Nepi, spontaneamente ho tenuto a evidenziarne le bellezze e rivolgere il dovuto ringraziamento a chi ci aveva ospitato. Però questi aspetti si vedono più che altro in certi film, cito per esempio Una famiglia perfetta di Genovesi, girato a Todi in Umbria. Si vedeva la città, la piazza tutta addobbata, oppure Benvenuti al Sud che ha reso quel paesino famoso in tutta Italia. Io con Roma c’ho poco da ‘fa…

Secondo te Roma e il Lazio possono essere ritenuti dei territori creativi? E in che misura favoriscono la creatività di un autore multidisciplinare come te?

Roma ti influenza, ci sono teatri, cinema, hai la possibilità di vivere in una città che ti fa assistere ad una regia di Peter Schneider o Necrosius all’Argentina, poi vai nel cineclub e all’Azzurro Scipioni e vedi i capolavori di Werner Herzog che magari in altre città non trovi. A Roma escono anche dei film piccoli, argentini, iraniani come Separazione, un film meraviglioso. Questa è Roma, ti offre questa apertura, la possibilità d’incontrare grandi artisti. E questo internazionalizza. Dà opportunità e pretesti. Pensa solo alla programmazione del Teatro Vascello, che è tutta sperimentale.

Indica tre luoghi che ritieni emblematici della scena creativa del Lazio. Luoghi che valorizzeresti e che sono secondo te rappresentativi del fermento che c’è.

Un posto che amo è il Globe. D’estate vado a vedere i capolavori di Shakespeare. Un posto fico, all’aperto, romano, accogliente. Poi c’è il litorale laziale, che ha già un suo fermento nelle discoteche e un pubblico di riferimento. Pensa se si potesse organizzare un festival importante di cinema o teatro tra Sabaudia e San Felice Circeo, un festival di qualità. Il pubblico c’è già, l’estate è pieno di persone.

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Locandina de I Cesaroni, serie tv

Segnalaci tre cose prioritarie da mettere in cantiere per rendere una città come Roma e una regione come il Lazio due realtà più creative.

Per prima cosa ripristinerei un laboratorio teatrale comunale in ogni città come lo teneva una volta Gigi Proietti. Dove si può approdare senza provino, i ragazzi non pagano ma fanno formazione teatrale. Un polo alternativo alla Silvio D’Amico. E con le sembianze del laboratorio di Gigi. Per attori ventenni. Secondo, ripristinerei in tutti i cinema un po’ in decadenza il concetto di seconda visione. Cinema moderni, accoglienti, tecnologici, anche multisala, che programmino i film che non sono riuscito a vedere. Mi sono perso quella commedia ad ottobre? La vedo in aprile. Da ragazzo ho visti tanti film in questo modo perché costavano soltanto mille lire. Ricordo il Cinema Ausonia, il delle Province. Ci sono ancora i sedili di legno del 1952 dove si sta malissimo. Invece potrei sedermi come nelle multisale con anche l’appoggio per la bibita. Per la musica penso che stiamo messi bene. Quando vado all’Auditorium trovo sempre qualcosa che m’interessa. Ci vorrebbero però più luoghi della sperimentazione, anche se la domanda è sempre la stessa: c’è il pubblico poi? Noi uscivamo e andavamo all’Argot o al FilmStudio, i ragazzi di oggi stanno a casa. A vedersi le serie…

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Per un Lazio sempre più creativo

L’associazione Civita, da sempre attenta alla valorizzazione del patrimonio culturale del nostro territorio, ha ripreso e pubblicato nel suo inserto periodico un mio articolo sul tema della creatività. Una riflessione in cui spiego anche perchè, secondo me, la Regione Lazio sia pronta per approvare una legge a favore delle imprese culturali e creative. Ecco il link all’articolo

Articolo Civita

Mitreo Iside, cultura e creatività nel cuore di Corviale. Intervista a Monica Melani

 

Diciottesima puntata del nostro viaggio alla scoperta delle industrie creative di Roma e del Lazio. Un focus, un’intervista ai protagonisti della scena creativa locale per conoscere meglio il settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora e quel che fa. Per far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne la crescita e lo sviluppo.

«La contemporaneità vive tra la gente. E noi siamo là, dove tutti i giorni ci si misura con i problemi delle persone». Incontriamo oggi Monica Melani, poliedrica operatrice culturale presso il Mitreo Iside di Arte Contemporanea di Corviale, il quartiere simbolo del “serpentone”.

Monica, parlaci della tua storia, del tuo rapporto con Corviale? Da dove vieni, cosa hai fatto e cosa fai?

Dal 1968 abito a Casetta Mattei – questo è il mio territorio – e il Nuovo Corviale l’ho visto nascere tra la fine degli anni Settanta e gli inizi anni Ottanta. Il ruolo di “animatrice culturale” mi appartiene, diciamo che ce l’ho nel DNA. Ancora studentessa ho operato, per passione, nei piccoli punti di aggregazione del territorio, una scuola di suore, la parrocchia, e il più delle volte con attività teatrali in cui curavo la sceneggiatura, la regia ma anche parte della scenografia e dei costumi, oppure con altre iniziative, ma sempre con l’obiettivo di tenere unite le persone con creatività.

Quindi una formazione piuttosto classica. Poi è venuto l’impegno “sul campo”?

Effettivamente ho un iter accademico di tipo “tradizionale”: dal Liceo Artistico all’Accademia di Belle Arti diplomandomi in pittura. Poi una piccola divagazione: un master di cromoterapia presso Riza Psicosomatica, a Bologna, così da unire l’arte a qualcosa che aiutasse le persone a guardarsi dentro. Una serie di esperienze da artista, mostre personali e collettive, poi da responsabile qualità nelle PMI del Lazio, e finalmente, questo posto: il Mitreo Iside, che è un po’ la mia creatura.

Cominciamo proprio da qui. Cos’è il Mitreo? Una galleria, un atelier, un luogo della creatività? Quando e perché nasce?

Il Mitreo Iside è uno spazio culturale polifunzionale. Totalmente nuovo nella concezione. Pensa che l’idea, nata nel 2004 e concretizzata alla fine del 2006 – quest’anno festeggeremo il nostro decennale – non trovava normative adeguate. Solo per ottenere l’autorizzazione di pubblico spettacolo ho impiegato più di due anni e mezzo, facendo giurisprudenza e da apripista. Nel Comune di Roma, sono stata la prima ad ottenere un’autorizzazione triplice per rappresentazioni teatrali, concerti e intrattenimento danzante. Un’esperienza-pilota che oggi consente a tutti di unire più linguaggi ed attività, nella legalità, e ad un museo come il Maxxi di aprire allo yoga e a molto altro; idea un tempo considerata sacrilega. Ma da superare. Se i luoghi restano deserti non servono a nessuno e perdono di senso.

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E il nome?

Il nome riflette questa poliedricità. Prima di tutto come acronimo: in Mitreo la prima lettera sta per Musica che genera il Movimento, la I significa Installazioni che creano Integrazione, la T vuol dire Teatro che si esprime nella Trasformazione, R sta per Ristoro e quindi Rigenerazione, E per Eventi che sollecitano Evoluzione, la O sono le opere che creano Operatività e Occupazione. E poi Mitreo e Iside insieme, per collegare i riti dedicati al Dio Mitra e all’uccisione del toro – simbolo degli impulsi primordiali e dell’inconscio – dal cui sangue si rigenera la terra, alla Iside, la Dea Madre per eccellenza, il femminino sacro che accogliendo, genera, trasforma e guida alla riconquista della originaria armonia.

Rigenerazione e Armonia, un bel programma per Corviale.

Penso che Corviale ne aveva e ne ha molto bisogno. Il Mitreo nasce qui per questo; volevo testimoniare come la presenza costante dell’arte e degli artisti su un territorio, può trasformare qualsiasi luogo. E l’ho fatto spinta da una convinzione: ritengo, che negli ultimi decenni l’arte è stata “messa all’angolo”, senza che ne sia stata pienamente considerata la sua funzione fortemente sociale. A mio avviso ciò è stato un grave errore, e la società che oggi ci ritroviamo ne è lo specchio: manca di anima e armonia, ma soprattutto d’immaginazione e d’una visione.

E tu vuoi realizzare proprio questo obiettivo?

È ciò che dal 2007, quando siamo nati, stiamo provando a fare. Vogliamo provare a portare a Corviale uno sguardo diverso, quello dell’arte e degli artisti, e farlo vivere ai cittadini in primo luogo, aiutandoli a comprendere il valore e le dinamiche del processo creativo, e che tutto parte da un pensiero che immagina.

Il Mitreo sembra un’isola di creatività nel quartiere. Lo è veramente oppure Corviale è una realtà più variegata di ciò che appare in ambito culturale?

Meno di quanto si creda. Come spesso avviene in questa sterminata periferia romana, c’è molta più vitalità culturale di quanto si pensi. Di fronte a noi c’è la Biblioteca Comunale. Subito dopo una scuola e un altro Centro Polivalente dove molte compagnie teatrali provano per poi portare gli spettacoli in giro per l’Italia. Ci sono poi altri luoghi come studi d’artista, il Calcio sociale che è un altro punto di grande educazione allo stare insieme attraverso lo sport. Non sono un’isola, insomma, ma parte di un gruppo coeso. Certo, il luogo ha ancora le fragilità di cui è pieno l’immaginario collettivo, ma è un posto più vivibile rispetto alla vulgata che lo accompagna.

Cosa significa concretamente “fare cultura” a Corviale?

Prima di tutto significa affermare che la contemporaneità vive tra la gente. Ed in questo noi siamo là, dove tutti i giorni ci si misura con i problemi delle persone, a mettere le nostre conoscenze a frutto per trasformare gli stessi in opportunità e fattori di evoluzione. E che il Mitreo sia un open space non è casuale. Come non è casuale che sia uno spazio in sé dinamico, con le pareti che si muovono, che possono essere spostate e ricomposte a seconda delle esigenze creative delle persone. Riflette il fatto che oggi la cultura deve impegnarsi per consentire nuovi modi di relazionarsi, nuovi modi di stare insieme con creatività. In questi ultimi decenni ci siamo troppo orientati sullo sviluppo della nostra individualità dimenticandoci che siamo anche una collettività e che nell’interdipendenza c’è una grande opportunità e che la sfida della nuova cultura sono i beni relazionali. Per vincerla bisogna educarsi a stare insieme. E fare arte insieme può essere una nuova occasione.

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E come sviluppate questa visione?

Nei modi più diversi: affiancando alle attività per l’arte quella di “avvicinamento ai cittadini”. È stata anche una scelta di necessità. Se avessimo dedicato questo spazio soltanto a un aspetto dell’arte probabilmente non ce l’avremo fatta. L’aver proposto un’offerta molto diversa e variegata nel tempo, se da un lato ci ha penalizzato circa l’identità e la riconoscibilità – non siamo un museo, né un cinema, né un teatro, non una sala danzante, non una sala conferenze, non un laboratorio creativo o formativo, ma tutto questo insieme – dall’altro ci ha dato una capacità aggregativa molto forte che ci ha portato a parlare e dialogare con il territorio.

In che modo?

Un pomeriggio a settimana abbiamo ad esempio aperto al Burraco, attività aggregativa che ha consentito a quelli che io chiamo i “diversamente giovani” di stare tra le opere d’arte ascoltando le note di un pianoforte. Ci siamo poi aperti alle associazioni, che ora sanno che c’è un luogo che può accogliere i loro progetti in una gestione comune dei costi. Abbiamo realizzato più di 400 eventi, di cui oltre il 50% a titolo gratuito per la cittadinanza, abbiamo prodotto più di 6 mila ore di formazione gratuita, hanno trovato qui spazi ed emozionato più di 3 mila artisti dei diversi linguaggi, hanno trovato nel Mitreo un punto d’aggregazione enti del terzo settore, cittadini e università per progetti comuni. Abbiamo creato un coordinamento – Corviale Domani – ed un partenariato, in cui si sta dialogando con le istituzioni, la città, le altre periferie, le buone pratiche a livello nazionale, per ripensare insieme i territori ed i parametri che definiscono e misurano la qualità della vita.

Il Mitreo è in una collocazione simbolica. Si trova sotto l’aula del Consiglio del Municipio e accanto alla stazione della Polizia Municipale….

Già, il Mitreo era nell’antichità anche un luogo sotterraneo, che in genere si trovava proprio sotto i luoghi di potere. E forse non è un caso che ci siamo venuti a trovare sotto un luogo come la sala del Consiglio…

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Ecco cultura e legalità, quale è il loro rapporto in questo quartiere?

Io parlerei piuttosto di cultura della legalità. A Corviale cultura e legalità non sono due cose distinte, ma un unicum. Senza rispetto dell’altro, dei beni comuni, non si va da nessuna parte. La nostra visione è quella di un’umanità responsabile che sa dove andare e il bello è andarci insieme. Per poterlo fare ciascuno deve riconoscere e rispettare l’altro. Nel “serpentone” ci sono ancora molte sacche d’illegalità dovute all’abbandono, per decenni, del territorio da parte delle amministrazioni, ma ora ho l’impressione che le cose stiano cominciando a cambiare. Penso ai bandi molto interessanti che sono usciti e che segnalano una sensibilità diversa.

In cosa consistono?

Il primo, appena concluso, dal titolo “Kilometro verde”, riguarda la ristrutturazione dei terzi e quarti piani. A questo progetto dell’architetto Guendalina Salimei s’è ispirato anche il film Scusate se esisto con Cortellesi e Bova, a cui abbiamo fornito assistenza per il casting delle comparse. Il secondo si chiama “Rigenerare Corviale” ed è un bando internazionale vinto dall’architetto Laura Peretti che ha concepito un progetto dal titolo “Respiro” che inaugurerà una bretella della lunghezza di un km che unisce la campagna e la parte dei servizi eliminando l’isolamento che c’è stato finora. Grandi vetrine, passeggio, trasparenze.

Più in generale nel rapporto con la pubblica amministrazione come è andata?

Intanto va detto che noi nasciamo proprio grazie alla pubblica amministrazione. Ed io sono stata fortunata, forse perché sono arrivata a proporre un progetto che le amministrazioni attendevano da tempo: ho partecipato al bando della legge cosiddetta Bersani, e l’ho vinto. È stato il primo passo, vincendo ho potuto trovare anche delle imprese che mi hanno sostenuto, ho acceso dei mutui personali e alla fine siamo riusciti a partire. Un altro bando che ho vinto è stato quello della Regione Lazio per le ristrutturazioni dei teatri e dei centri culturali di cintura che s’è esaurito, come finanziamento, proprio di recente. Così sono riuscita ad aggiungere qualche altra risorsa, anche se mai sufficiente a quelle che sono le esigenze d’un centro di queste dimensioni. Questa la parte positiva. Poi c’è quella negativa.

E quale è?

Ciò che manca è la facilitazione alla gestione quotidiana e nel tempo di uno spazio simile. Non abbiamo mai chiesto alle amministrazioni sostegni economici, ma avremmo voluto un’attenzione maggiore, riconoscendoci degli sgravi sulle utenze, sulle tasse che dobbiamo pagare per tenere in piedi questo spazio. Pensa che per un luogo come il nostro paghiamo, o meglio dovremmo pagare, perché in realtà stiamo accumulando un debito, circa 6 mila euro l’anno in rifiuti all’Ama. Ma, dico io, cosa può mai generare in termini di scarti uno spazio espositivo o dove si danza e con un piccolissimo punto di ristoro di servizio alle attività che non è un esercizio pubblico? Però si calcolano i metri quadri e non i rifiuti effettivamente prodotti… un ingiusto regolamento comunale che ci penalizza, mentre dovremmo essere accompagnati in questo difficile processo di “riumanizzazione” delle buone pratiche e delle varie burocrazie. Nella pubblica amministrazione dovrei trovare dei facilitatori che mi indichino la strada migliore per raggiungere un certo obiettivo e non degli ostacolatori. Ma su questo siamo ancora molto lontani.

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In che modo le grandi istituzioni culturali della città come Maxxi, Macro, Teatro dell’Opera potrebbero aiutare uno sviluppo policentrico?

Penso che per prima cosa le amministrazioni dovrebbero cominciare a facilitare l’aggregazione di una rete di tutti i presìdi culturali. Istituzioni come quelle che hai citato potrebbero “adottare” gli spazi periferici come il nostro, dando un grande apporto come attrattori di progetti di alto valore culturale e qualitativo attraverso artisti di livello internazionale. Noi, oltre a contribuire a prevenire un disagio, una fragilità, creiamo anche sensibilità verso l’arte e la creatività contemporanea sui territori dove le persone vivono, formando i futuri fruitori dei grandi musei. Quindi sarebbe opportuno considerare le due parti della medaglia, creare un unico circuito virtuoso e metterlo a sistema, favorendo ciò che ognuno sa fare meglio. Quando ci sono cose di qualità, le persone rispondono e affollano gli spazi della cultura. E poi si devono attrarre sostegni economici dall’Europa e metterli a disposizione della cultura diffusa. La Regione è uno snodo fondamentale ed è lei che deve avere una visione ampia pensando alla cultura non più come opera ma come un processo.

Se quindi quello a cui pensi è una rete tra grandi istituzioni culturali e realtà di periferia, state immaginando qualcosa per “federarvi” tra di voi?

Ci stiamo lavorando. Siamo riusciti a creare un coordinamento delle periferie di Roma e ci stiamo confrontando con altre realtà e verificando che esistono situazioni e realtà completamente diverse, molto eterogenee, ma con una vitalità e una voglia di riscatto comuni. È come se la gente avesse capito di aver delegato per troppo tempo e si stesse rimboccando le maniche per essere protagonista.

Quali sono i tre principali luoghi della creatività romana?

In verità non saprei. Posso solo dire che dobbiamo cominciare a pensarli non più solo come luoghi fisici ma come generatori di creatività. E per far questo ogni luogo può essere idoneo ed importante. Dovrebbero essere premiati e valorizzati gli spazi dove si facilita e stimola la creatività in tutte le sue espressioni, e la’ dove è il processo al centro e non il grande evento. Siamo creativi per antonomasia eppure siamo il Paese con uno dei sistemi più rigidi.

Tre mosse da fare per trasformare Roma in una città della creatività al pari di città europee come Londra o Barcellona.

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Produrre cultura diffusa tramite la creazione d’una rete entangled come dice la fisica quantistica, che unisca tutto ciò che si muove a favore della creatività, coltivando la sensibilità verso l’arte in tutte le sue espressioni, potendola sperimentare davvero, creando spazi e iniziative d’arte partecipata. Ce n’è bisogno. Poi dando sostegno e visibilità ai talenti e alla sperimentazione, facilitando tutto ciò che può essere nuovo e innovativo, quindi offrendo supporto a quei progetti che mirano a ricostituire l’antico ruolo che aveva l’arte: ricordarci che siamo creatori della realtà.

Altra cosa importante è riconoscere la sinergia e il sodalizio profondo tra arte e vita. La vita di tutti i giorni può essere vissuta, e i luoghi trasformati, “ad arte”. L’arte e i suoi processi hanno un valore formativo e trasformativo e per questo vanno diffusi nei luoghi dove si è, si vive, ci si svaga, si lavora, con opere nelle strade. Un po’ come fa la Street Art. Un’arte che entri anche nei centri commerciali. Un po’ si sta facendo ma bisognerebbe sistematizzarla evitando l’improvvisazione a favore di una chiara visione. E poi promuovendo attività nelle scuole e sensibilizzando le persone con esperienze di arte sociale: la vita “è un’opera d’arte” le cui dinamiche possono essere sperimentate attraverso il medium artistico; perché non c’è separazione alcuna fra arte e vita. Se imparo a creare consapevolmente, posso applicare la mia conoscenza in qualsiasi ambito della mia esistenza, “gestendola ad arte”. Questo è, a mio avviso, il ruolo e il messaggio dell’artista contemporaneo, ed è anche l’obiettivo a lungo termine del Mitreo di Corviale.

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“Libertà e creatività sono i veri motori del cambiamento”. Intervista con Pietro Gabriele e Filippo Moroni (Ono3D)

Diciassettesima puntata del viaggio alla scoperta delle industrie creative di Roma e del Lazio. Un focus e un’intervista ai protagonisti della scena creativa locale per conoscere meglio il settore, le sue potenzialità e prospettive, chi ci lavora e quel che fa. Per far emergere le necessità della classe creativa cittadina e regionale e le possibilità, per l’amministrazione pubblica, di aiutarne la crescita e lo sviluppo.

Via del Mandrione 103, quarto capannone a destra. Qui, in 250 mq, a ridosso dell’antico acquedotto romano che corre a poche decine di metri, c’è la sede di ricerca e sviluppo di ONO3D, la prima stampante 3D per smartphone realizzata a partire da una esperienza romana, quella delle Fonderie Digitali. Pietro Gabriele e Filippo Moroni, gli ideatori, sono degli apripista della scena romana dei Makers e li incontriamo nel mezzo di questa grande avventura, che da Roma li sta portando ovunque nel mondo.

ONO nasce dall’esperienza di Fonderie Digitali?

Sì, nasce da lì. Ed è il risultato di una storia che racconta la vita reale della comunità di cui facciamo parte, quella di imprenditori, creativi e artigiani appassionati di innovazione tecnologica con uno sguardo aperto sul mondo. È una storia di cadute, sconfitte, vicoli ciechi, difficoltà enormi anche solo per far capire quali erano le nostre idee, i nostri progetti. Eppure non abbiamo mai mollato, continuando ad acquisire esperienza e competenze. La nostra è una storia che dice anche che l’Italia è un Paese che sta invecchiando piuttosto male: mentre parla fin troppo d’innovazione ne pratica poca e non offre reali opportunità a chi è in grado di produrla. Fonderie Digitali nasce proprio da qui: dal desiderio di un gruppo di giovani imprenditori di dare concretezza ai propri progetti più ambiziosi, di creare una rete. Ci abbiamo scommesso e dopo tanto lavoro è arrivato ONO, che è solo il primo di molti altri progetti che abbiamo in mente.

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Ecco, parliamo di Ono, cos’è e come funziona?

Ono è una stampante 3D portatile, la più piccola sul mercato, fatta di pochi pezzi. Uno strumento compattissimo, che va a batterie, collegato con l’USB e che funziona ovunque. Va sul mercato a un prezzo sinora mai concepito: 99 dollari. Funziona sfruttando interamente l’elettronica dello smartphone dell’utente, che, attraverso un’App gratuita, può caricare i propri file, gestirli e lanciarli in stampa. Sul fondo trasparente della stampante, che è una piccola scatola in plastica, si inserisce lo smartphone con il display rivolto verso l’alto dopo aver avviato il processo di stampa. All’interno del contenitore si colano le resine speciali e, una volta sigillato il tutto, si aspetta il tempo necessario da pochi minuti per gli oggetti più semplici a qualche ora per quelli più complesso. La luce emessa dallo schermo del telefono, solidifica la resina a strati successivi, finché l’oggetto è pronto e può essere estratto, lavato e rifinito. E quando è in corso una stampa il telefono non può essere utilizzato per parlare, e allora ONO diventa un’ottima scusa quando non vogliamo essere disturbati o magari per goderci una meritata pausa.

Quali applicazioni può avere?

Molte: in gioielleria, odontoiatria, nella meccanica di precisione, in chirurgia, chirurgia facciale, microfratture, ginocchia, cartilagini, nasi, orecchie, oggetti e strutture morbidi. È possibile realizzare oggetti di dimensioni contenute dell’ampiezza di 7,6 x 12,7 x 5 centimetri. Per esempio uno di noi, Pietro Gabriele, quando s’è sposato ci ha costruito le sue fedi nuziali!

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E il vostro target?

Il nostro obiettivo sono i ragazzi. Non vogliamo dare un’altra stampante a chi già ne ha una. Vogliamo aprire le porte ai milioni di ragazzi – target 15-35 anni – e dare vita a una comunità aperta, online, che condivide i modelli. Per questo abbiamo inventato il messaggio 3D: le persone si scambiano un messaggio 3D e possono “costruirlo” proprio come la macchina di Star Trek. Si tratta di un mezzo semplicissimo da utilizzare, con un software molto facile: uno strumento di crescita creativa libera, un po’ come il Lego che aiuti a sviluppare le capacità di trovare soluzioni ai problemi.

Come vi è venuta l’idea?

ONO nasce da un’illuminazione creativa. A dirla complicata si chiama Innovazione ricombinante: quando utilizzi la tecnologia che già tanti conoscono in modo così nuovo da creare una nuova tecnologia. Ma a dir la verità ONO è nata in mille ore di studio e lavoro sui tanti progetti che abbiamo costruito negli anni passati per i nostri clienti, un passo alla volta, acquisendo esperienza e imparando dagli errori. Poi abbiamo avuto l’intuizione sperimentando una reazione fotochimica che si è dimostrata possibile. E così abbiamo creato un prodotto che è un vero e proprio game-changer!

Senza crowdfunding ONO non sarebbe esistita?

È proprio così. Non solo. ONO è in qualche modo emblematico di quello che è oggi il potenziale del crowdfunding. ONO è una buona idea, sviluppata in rete e sostenuta dalla rete. Non è solo un’idea elaborata da un’azienda ma il risultato di un lavoro di gruppo di cui sono parte le aziende che ci hanno accompagnato verso il mercato americano, quelle che ci hanno aiutato nella parte di ricerca e sviluppo del prodotto. Il tutto partendo, ovviamente, dalla nostra rete di aziende. Oggi ONO 3D è la prima spin off internazionale di Fonderie Digitali.

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E poi, dall’idea al crowdfunding, come è andata?

È stato proprio un percorso. Il crowdfunding sembra un po’ come la “pillola di Matrix”. Puoi scegliere tra il fatto che tutto resti com’è, oppure avere il coraggio di scoprire come tutto può cambiare. Vale a dire: ho bisogno di soldi, oddio allora che faccio? Li chiedo a chi vuole sostenere il mio sogno, a chi mi da fiducia. Senza mediazioni, direttamente. La verità, però, è che il crowdfunding non è facile. Ci devi arrivare molto strutturato. È un punto di partenza, non d’arrivo. A essere pronti ci abbiamo messo sette mesi, con una serie di grossi investimenti alle spalle. A partire dai 50 mila euro da spendere per approdare ad una prima Fiera a ottobre 2015 a San Mateo in cui c’era solo l’idea del progetto. Poi ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di investire il 120% del fatturato degli utili del prodotto Solido3D, e arrivati alla fine di questo investimento di quasi 300 mila dollari abbiamo detto: bene, adesso possiamo cominciare a pensare a ideare il crowdfunding. Ecco, sono i momenti in cui ti vendi la macchina, ti togli gli orologi per pagare gli stipendi, momenti in cui non dormi perché non sai se a fine mese riesci a pagare la bolletta del telefono e il condominio… C’è voluta la nostra ostinazione.

Poi però il successo: il vostro obiettivo era raggiungere 80 mila dollari, ma in due mesi ne sono arrivati 2 milioni e 700 mila. Ve lo sareste mai immaginato?

In realtà gli 80 mila dollari erano la base di partenza per non spaventare le persone, ma l’obiettivo minimo era raggiungere quota 1 milione e mezzo. Se fossimo rimasti sotto non avremmo potuto nemmeno accarezzare l’idea. I costi di sviluppo non sono solo quelli degli stampi, c’è una montagna di cose e di altri costi nascosti. Il punto vero è che una volta che hai in tasca un assegno da due milioni e sette non hai di fatto risolto nulla. Anzi, da quel momento comincia un viaggio che finisce per rimettere in discussione tutto completamente.

È vero che ONO3D ha battuto tutti i record? Quali?

Innanzitutto ha battuto tutti i record di crowdfunding. Noi siamo una delle prime campagne in assoluto nella storia di Kickstarter in termini di ricavi, la campagna numero 30 e la prima di quest’anno. E sì che si tratta di un’azienda che ha fatto 55 mila campagne e fattura 110-115 milioni di dollari l’anno.

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Ed oggi qual è la situazione dell’impresa?

Siamo passati da 3 dipendenti ai 12 nell’azienda italiana dove ci troviamo ora e dove facciamo ricerca e sviluppo. Ne stiamo per assumere 40 in Cina dove abbiamo messo in piedi una fabbrica di 2.300 mq. Ne abbiamo 3 in America nell’ufficio marketing di San Francisco e di New York. L’indotto di fatturato che abbiamo portato solo qui in termini di ricerca e sviluppo è nell’ordine di 600 mila euro, spesi quest’anno in consulenze, prodotti e servizi.

Da dove provengono le principali richieste? Ci puoi disegnare una mappa geografica degli ordini?

Noi puntiamo al mercato globale. Guardiamo a Cina, Usa, Sudamerica, Australia, al Giappone e al Nord Europa. Nelle nostre proiezioni l’Italia rappresenta meno del 2% del fatturato. E le 17 mila macchine finanziate attraverso Kickstarter saranno distribuite in 106 paesi, quasi tutto il mondo, attraverso una rete di 460 rivenditori. Se già lavoravamo tanto prima, lavoriamo ancor di più adesso. Uno di noi è praticamente da sei mesi in Cina, l’altro è chiuso qui dentro e fra poco ci porta pure il letto. Viaggiamo sulle 14 ore al giorno, divise su tre fusi: dalle 7 del mattino Roma-Cina, poi si parte alle 18 con Roma-San Francisco a cui va aggiunta Roma-New York, poi c’è Roma-Londra e tra breve Roma-Russia, perché stiamo aprendo anche una filiale a Mosca.

Qual è la lezione generale che si trae da questo vostro successo?

Che la libertà e la creatività sono i veri motori di un cambiamento positivo delle nostre società e che ognuno può portare il proprio contributo nella costruzione di un mondo migliore, facendo bene quello in cui crede. Nel nostro caso costruendo prodotti e idee in grado di portare una rivoluzione democratica nel mercato globale della stampa 3D.

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Roma è in una fase di effervescenza nel settore dei maker. Nascono spazi, c’è la Maker Faire, come considerate questa fase? 

Con la European Maker Faire, Roma ha stimolato tanta curiosità e interesse per il movimento di cui facciamo parte, ci sono tante esperienze interessanti nate intorno al FabLab, ma riteniamo sia arrivato il momento di fare un salto di qualità. L’habitat di innovazione che vive a Roma produce troppo poco rispetto alle potenzialità che esprime e senza una crescita c’è il rischio concreto di fermarsi ad una dimensione provinciale.

Cosa manca a Roma per essere considerata una capitale della creatività, al pari di Barcellona, Berlino, Londra?

Tante cose, soprattutto una maggiore attenzione alla sperimentazione, più spazi di libertà creativa e imprenditoriale, più strumenti concreti per dare autonomia e un’opportunità vera a quelli che hanno idee, anche al costo di vederli fallire. In Italia c’è troppa deferenza per i percorsi tradizionali del fare impresa e troppa ansia di controllo.

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Cosa potrebbe fare l’amministrazione pubblica per sostenere imprese come la vostra?

Per quel che ci riguarda noi proponiamo al soggetto pubblico il modello di Fonderie Digitali, che è una rete di micro e piccole aziende digitali che nasce dalla naturale unione delle più dinamiche e innovative digital factory del panorama italiano. Come noi ce ne sono altre. Per alimentare e far crescere questo ecosistema è necessario offrire uno strumento di sostegno ai Fab Lab, alle comunità creative, ai coworking, alle startup che si vogliono misurare con questo cambiamento nel modo di pensare e produrre. Occorre in particolare sostenere le collaborazioni tra le piccole imprese con queste comunità di creativi, produttori e professionisti, mettere a disposizione spazi fisici agli incubatori e dove possano affluire piccole e medie imprese che sono fuori da questo mondo e che siano interessate a conoscerlo, favorendo la nascita di nuovi prodotti e aziende sul territorio che si incontrano per necessità come è accaduto a noi due. Questo è il nostro modello di sviluppo economico.

Indicate tre luoghi oppure le tre realtà simbolo della creatività a Roma, spazi sui quali fare perno per ricominciare a crescere in questo settore?

Parto dal mondo del sapere e dai luoghi pubblici dell’innovazione: le Università di Roma, il sistema della ricerca, le agenzie governative, una concentrazione di saperi e competenze che non riesce ad aprirsi efficacemente al mondo che sta cambiando. Poi, ovviamente, passo dai luoghi dell’immenso patrimonio culturale della nostra città, un ulteriore enorme potenziale di innovazione che oggi è in gran parte inutilizzato. E poi luoghi poco conosciuti come la nostra officina al Mandrione, dove cambiamento e crescita sono il frutto del lavoro reale, quotidiano, concreto, di una nuova generazione di artigiani digitali. Noi possiamo essere il simbolo di tante altre realtà simili che non predicano un mondo nuovo, non lo raccontano, ma lo stanno semplicemente costruendo.

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Quali mosse fareste per rendere Roma città dei makers a tutti gli effetti?

Noi un progetto concreto che stiamo costruendo come Fonderie ce l’abbiamo: è L’Accademia della manifattura digitale. L’Accademia sarà uno spazio inedito, dove si uniranno e si completeranno le attività che caratterizzano il coworking, i Fab Lab, gli incubatori e gli acceleratori per startup, i parchi scientifici tecnologici, i campus aziendali, i centri di ricerca, le comunità creative e culturali più dinamiche e avanzate del mondo. Sarà il luogo in cui nasceranno nuove storie come quella di ONO. Il nostro modo per cambiare in meglio il volto della città è questo: condividere quello che siamo e che sappiamo fare con quelli che hanno il coraggio di credere nei propri sogni.

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Dal Mezzogiorno una lezione politica lontana e ancora attuale

Vincenzo Scotti, Sergio Zoppi, Non fu un miracolo: l’Italia e il meridionalismo negli anni di Giulio Pastore, Eurilink, Roma, 2016, pp. 208.

Il volume di Vincenzo Scotti e Sergio Zoppi incuriosisce già per la sua struttura. Dietro la forma del libro-intervista – con Zoppi nel ruolo di intervistatore e Scotti in quello di intervistato – c’è, infatti, un doppio dialogo. Il primo è quello tra due ‘vecchi amici’ impegnati da più di cinquant’anni anni tra politica e amministrazione e che decidono di riandare ad un momento che, lo si capisce, è stato per entrambi ‘magico’. Per tanti motivi, pubblici e privati. Accanto a questo c’è n’è, un secondo. Ed è quello che si svolge, negli anni a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, tra i ‘veri’ protagonisti di questo libro, Gabriele Pescatore e Giulio Pastore: un periodo in cui, per un lungo tratto, sono stati, rispettivamente, Presidente della Cassa per il Mezzogiorno e Presidente del Comitato per il Mezzogiorno.

Sono gli anni della Golden Age dell’intervento meridionalista di un decennio, quello tra il 1958 ed il 1968, in cui la Cassa cresce e si apre al sostegno all’industrializzazione abbandonando l’esclusiva vocazione infrastrutturale. Ma sono anni cruciali, oltre che per questa istituzione e per l’impulso che essa da al sistema economico italiano, anche per la cultura politica del Paese. Ed il libro, nella sua partizione in capitoli molto agili, affronta diversi dei nodi di quella vicenda: da quelli dell’avvio della nuova macchina amministrativa a quelli del rapporto con l’Europa e le politiche regionali che si andavano allora impostando, dall’ambiente politico in cui la politica meridionalista si svolgeva e degli sforzi fatti per portarla ‘in prima linea’, sino a temi propri dell’intervento straordinario come quelli dei poli di sviluppo e della programmazione.

Questo libro ci restituisce, quindi, un quartetto immerso in uno dei tornanti più interessanti della storia italiana del Secondo Dopoguerra e, proprio per questo, da al lettore il privilegio di guardarvi dall’interno, quasi di sbirciarci. Specialmente quando ci porta dietro le quinte, a scoprire come sono nate e si sono sviluppate vicende che magari si conoscevano solo in maniera ‘frontale’, senza sapere chi fossero gli uomini, le idee e le circostanze che le avevano concretamente configurate. E la formula del dialogo aiuta. Grazie anche alle numerose fotografie raccolte nel volume sembra, infatti, quasi di vederli i due autori da giovani mentre vivono le loro prime esperienze professionali all’ombra di queste due personalità e in quella fase della storia italiana così eccezionale.

Sì perché è proprio qui, nel termine ‘eccezionale’, il senso ultimo di questo libro. Prima di tutto perché sicuramente l’aggettivo può applicarsi a due persone straordinarie, a quello che hanno fatto, al contesto storico in cui si sono trovate ad operare, all’ambiente umano e professionale che le circondava. Ed è un punto che emerge già nella bella introduzione di Mario Pendinelli. Capiamo da subito, infatti, che siamo di fronte ad una eccezionalità biografica, con persone diversissime per origine geografica, sociale e culturale. Di fronte a Pastore, uomo del Nord e sindacalista coraggioso e immerso nei fermenti culturali, sta il borghese irpino Pescatore, raffinato enfant prodige del diritto amministrativo. Ma tutto è eccezionale nella vicenda raccontata da questa chiacchierata, che a volte sembra di ascoltare. Sono, ad esempio, eccezionali la missione affidata a Pescatore e Pastore e la riflessione politica e tecnica che si avvia per raggiungerla; il tipo di rapporto che si sviluppa dal punto di vista personale tra i due, emblematico di un dialogo tra politica ed amministrazione aperto e legato agli obiettivi; oppure l’attività svolta sul piano operativo con la creazione di un’amministrazione in cui le competenze e la serietà sono la norma. Solo alcuni tratti di questo periodo che corre dal 1958 al 1968 e che è il momento eccezionale dell’intervento nel Mezzogiorno, nel senso di unico, “che deroga dalla norma”, come direbbe il Dizionario.

Ed è qui che sta alla fin fine il problema. Perché in quello che appare come un alternato stream of consciousness dei due autori il punto è proprio questo. Deve essere necessariamente relegato all’eccezionalità il voler costruire un’amministrazione indipendente, di qualità, in cui competenze diverse collaborano tra loro? Non può essere ricondotto all’ordinario un rapporto tra politica ed amministrazione rispettoso dei ruoli ed ispirato ad una dialettica di indirizzo ed attuazione e, soprattutto, di mutuo ascolto e rispetto? È obbligata all’irrealtà l’idea che dietro la politica ci siano le azioni di centri studi e un pensiero integrato con quel che si sviluppa a livello internazionale e che “conoscere per decidere” sia qualcosa di concretamente realizzato e non un mantra da convegno? E ancora, è assurdo pensare che la politica e l’amministrazione siano in grado di essere delle sfide interessanti per giovani di talento e luoghi di lavoro cui aspirare non con l’idea del ‘posto fisso’ ma con quella del ‘cambiare le cose’?

Sono questi, al fondo, i quesiti che rimanda al lettore questo doppio dialogo. Ed il bello è che sono quesiti che ci arrivano come ‘non detti’, in via subliminale. Sono i nomi delle persone che Pastore e Pescatore avevano messo insieme a suggerirceli, quando incontriamo personalità destinate a ritornare nelle vicende politico-amministrative degli anni successivi e che sono alle volte ancora protagonisti del dibattito pubblico, come è il caso di Giuseppe de Rita. Sono le testimonianze di un metodo di lavoro severo e corale come quello di Pastore, in cui sono Vera Lutz, Pasquale Saraceno, Giuseppe Di Nardi e molti altri a suggerire le soluzioni su cui poggiano le scelte politiche, a ricordarci che c’è un modo di ‘fare’ politica confrontandosi con i dati di fatto e con chi li analizza. Ci sono, poi, il richiamo alla Svimez e alle riviste che si fondavano, a partire dal ‘Nuovo Osservatore’, per dirci dell’ampiezza di un confronto culturale che permetteva intuizioni ancora attuali come quella del ‘capitale umano’. E sono le testimonianze relative ai rapporti tra Pastore e Pescatore a farci presente che può succedere che la stima, il riconoscimento delle capacità professionali, la condivisione di una missione possano superare le tentazioni di affidarci ai più semplici meccanismi dello spoils system o delle appartenenze partitiche.

Più di tutto emerge il senso di una fase storica in cui la questione meridionale è stata veramente questione nazionale: in cima all’agenda politica, amministrativa e culturale e con una sua precisa fisionomia. Certo anche in quel caso – e ben lo si dice quando si parla di ‘occasione mancata’ – si lamenta che c’erano problemi, primo tra i quali il mancato raccordo tra amministrazioni, centri del sapere ed altri attori dello sviluppo. C’è però l’ampiezza di un dibattito capace di portare la questione meridionale ‘al centro’, di farne un oggetto di confronto e di discussione seri. Non solo, come oggi troppo spesso appare, una questione di fondi da spendere, agevolazioni da ridefinire, investimenti da sbloccare. Ed è proprio perché si è configurata come questione nazionale che è stata capace di attirare i best and brightest, di costruire – anche qui in un interessante parallelo con il New Deal di Roosevelt – un brain trust chiamato ed interessato a dare un contributo allo sviluppo del Paese. Ecco questo volume ci porta dentro questo piccolo gruppo di uomini (ahimè, le donne erano effettivamente poche) e ci fa capire che in quel periodo il Paese ha scelto una sua fisonomia politica, ha costruito – proprio qui, proprio in un’istituzione che si occupava di Mezzogiorno – una realtà di eccellenza, dal punto di vista amministrativo, culturale e politico.

È questo che rimanda questo libro, tutto, quindi, meno che una chiacchierata nostalgica tra vecchi amici, in cui aleggiano rimpianti e “ve l’avevamo detto”. È, piuttosto, una testimonianza piena di attualità ed ottimismo. Che ci dice, con eleganza, che è possibile, guardandosi appena indietro, trovare dei modelli di Stato che funziona, delle esperienze alle quali ispirarsi, una forma moderna di rapporto tra politica e pubblica amministrazione. Proprio per questo sarebbe bene che i giovani – per i quali questo libro è pensato – lo leggano. Potranno guardare al futuro con più fiducia se capiranno che questo ‘diverso Stato’ è possibile.

La recensione è in corso di pubblicazione presso la Rivista Giuridica del Mezzogiorno. Si ringrazia per il permesso alla pubblicazione anticipata online.