Approvata la legge sulla Rigenerazione Urbana

Più poteri ai comuni; non più espansione ma riqualificazione dei tessuti urbani esistenti; collaborazione tra pubblico e privato; efficientamento energetico e adeguamento sismico e idrogeologico. Sono questi i capisaldi di un provvedimento importante che cambia in profondità il quadro normativo di un settore chiave come l’urbanistica. L’approvazione della legge regionale sulla Rigenerazione urbana e il recupero edilizio è un risultato importante che rilancia il settore edilizio ma con precisi vincoli al consumo di suolo.

Un testo discusso e condiviso anche con il mondo accademico e dell’associazionismo. Nessuna ‘proroga’ del piano casa, insomma, ma una legge nuova che mette la nostra regione in linea con le tendenze più moderne di questo settore. E un altro tassello della ‘Rivoluzione gentile’ che, come ha detto il Presidente Zingaretti, questa Giunta ha avviato quattro anni e mezzo fa.

Della nuova legge sulla Rigenerazione urbana appena approvata dal Consiglio, tra l’altro, beneficeranno anche le sale cinematografiche della regione Lazio. Potranno infatti essere potenziate per ospitare altre attività oltre a quella principale di proiezione: bar, ristoranti, negozi e altri servizi per ampliare l’offerta culturale. È, in sostanza, la prima applicazione della Legge Franceschini sul settore audiovisivo da parte di una Regione e rappresenta un aiuto concreto per i nostri cinema: non solo per aiutarli a sopravvivere ma anche per trasformarli in veri e propri centri culturali. Specialmente nelle nostre periferie. Anche questo è parte di una strategia creativa della Regione.

Un altro sguardo sulle settimane della moda

Articolo pubblicato nel mio blog su Huffington Post

Il nome di Carolyn Maloney non dice molto. Almeno qui da noi. Neanche a me, devo ammetterlo, sino a qualche giorno fa. Poi, andando a vedere se ci fossero studi sul ritorno economico delle settimane della moda, analisi dell’impatto di queste manifestazioni sulle città che le ospitano, sono incappato in questa deputata democratica di New York.

La Maloney lavora da anni, infatti, per far riconoscere la “serietà” di queste manifestazioni, per farne capire il potenziale – in termini di immagine e non solo – per le città coinvolte. Per vincere, evidentemente, un’aura di frivolezza che deve essere presente anche oltre oceano. E per sostenere questa sua posizione politica ha fatto quello che si fa negli ordinamenti seri. Ha avviato studi e prodotto rapporti pubblici sul peso della moda nell’economia statunitense e, poi, sul ritorno economico delle settimane della moda di New York.

I numeri che ci consegnano questi lavori sono impressionanti e pronti a farci capire con immediatezza quello di cui si parla. Si calcola, infatti, un ritorno di 900 milioni di dollari sull’economia della Grande Mela, frutto del combinarsi di turismo, shopping, settore alberghiero e della ristorazione e molto altro. E, d’altra parte, anche studi analoghi condotti su Londra ed altre settimane della moda nel mondo dicono cose chiare: c’è un guadagno per tutti, la città e la sua immagine, gli operatori del settore, il comparto turistico.

Sono cifre e dinamiche che mi sono tornate alla mente andando a riguardare le polemiche che accompagnano da anni Alta Romae che ne hanno reso difficile, a tratti quasi impossibile, l’operato. Polemiche che sembra si muovano, e non è cosa nuova, nel “vuoto”. Senza cioè sapere che, come ha ricordato di recente il New York Times, tutte le città più dinamiche del pianeta hanno oramai delle settimane della moda.

Senza capire che si tratta di occasioni che – immediatamente oltre le luci delle passerelle e le tartine dei ricevimenti – sono volani di economia ed elementi sempre più essenziali del branding cittadino. Senza fermarsi a riflettere sul fatto che in ogni luogo sono momenti sostenuti dalla politica e dalla business community, insieme.

In molte delle esperienze internazionali, insomma, le settimane della moda sono sottratte al terreno “dell’evento”, della “manifestazione” e diventano qualcosa di diverso. Di più serio. Sono momenti in cui si costruisce il tessuto imprenditoriale di una città; in cui se ne definisce l’offerta turistica in un tempo in cui – come ricorda l’Ocse – il raccordo tra turismo e creatività è sempre più stretto; in cui, ancora, si delinea parte del carattere cittadino, del volto economico con cui si vuole stare nel mondo.

Ecco a tutto questo pensavo riguardando gli articoli che la stampa romana ha dedicato all’argomento nelle ultime settimane e in cui si rincorrono incomprensioni tra soci, dubbi sul futuro, incertezze sul progetto. Mi piace pensare, però, che le cose stiano cambiando. E penso che anche qui la forza dei numeri finirà per imporsi.

La moda nel solo Lazio vuole dire oltre 3000 imprese, circa 9000 artigiani, centri di formazione importanti che sfornano annualmente eccellenze: la stessa AltaRoma, pur nelle mille difficoltà in cui ha dovuto navigare, muove già un indotto di circa 4 milioni di euro. Cifre importanti, che parlano di un fenomeno molto reale, che va aiutato. Ecco mentre si apre questa edizione, è la forza dei numeri della creatività a dirci che si sta avviando una nuova fase in cui le voci che legano la moda a concetti frivoli perdono forza, e la politica guarda al tutto con occhi diversi. Proprio come accaduto a quel “con la cultura non si mangia” che appare un po’ a tutti come una voce stonata che riporta a un passato che appare, ai più, totalmente fuori fuoco.

Dall’Europa la strada per Roma Creativa

La politica deve leggere i rapporti per avere una guida sul dove andare. Ed in questo senso i dati contenuti nel Documento “The Cultural and Creative Cities Monitor” pubblicato pochi giorni fa dalla Commissione Europea contengono alcuni spunti importanti. Il primo è che Roma non ‘esiste’ come capitale creativa a livello europeo. Se Milano è quarta (su 21) tra le grandi città e Firenze è quinta (su 36) tra le medie, Roma scivola al 17esimo posto su 21 per le grandi città e al 74esimo su 168 nella classifica generale. Elementi ancora più interessanti possono trovarsi andando a vedere i dati del rapporto nel dettaglio. L’unico ambito in cui la nostra città eccelle – e non potrebbe essere altrimenti, potrebbe dirsi  – è quello dei siti storici e archeologici. Per il resto siamo deboli nel confronto con i nostri concorrenti. Se, infatti, la nostra posizione è buona per quanto riguarda “l’Economia Creativa”, essenzialmente per la forza del settore del cinema e dell’audiovisivo e la dimensione della forza lavoro, sul resto scontiamo ancora delle difficoltà. Roma ha infatti numeri modesti nella seconda macro categoria – quella dell’ “Ambiente Culturale”, segno della necessità di investire sempre di più sulla vitalità della scena culturale romana. E, d’altra parte, vanno molto male gli indicatori che si riferiscono alla facilità di fare impresa creativa (“Ambiente Imprenditoriale”): ci sono valori modesti per quanto riguarda tolleranza e fiducia, c’è un sistema formativo poco attrattivo e non in linea con quello dei nostri principali competitor, tranne l’eccezione di qualche programma dedicato, c’è l’assenza di una governance dedicata e l’insufficienza del sistema infrastrutturale. Tutti elementi che ci indicano i nodi da affrontare in un momento in cui l’economia creativa è uno degli assi sui quali le città e le regioni metropolitane di tutto il mondo investono. Affrontiamoli. Abbiamo tutte le carte per darci una politica forte e di lunga durata su questo tema.

I numeri e le politiche della creatività

Articolo pubblicato nel mio blog su Huffington Post

Come ogni anno la Fondazione Symbola ci dice quanto vale la creatività italiana, quella che si comincia a conoscere come l’Economia Arancione. E, come avviene ogni anno, i numeri sorprendono. Rimaniamo come stupiti, infatti, quando ci ricordano che l’industria culturale e creativa cresce più della media dell’economia italiana e che vale ormai 90 miliardi di euro; quando i dati fanno emergere una realtà fatta di 1.5 milioni di lavoratori; quando si stima che l’effetto moltiplicatore della cultura genera 250 miliardi di euro l’anno.

Se questi e altri dati periodicamente ci sorprendono, quello che invece non stupisce più sono i commenti. Puntuale segue, infatti, ogni anno la litania per cui la cultura è “il petrolio” del paese oppure – a seconda della sensibilità ambientalista del commentatore – la sua “energia rinnovabile”.

Tutte cose giustissime che, però, nascondono l’assenza, nel nostro paese, di una politica per le industrie creative degna di questo nome. Ci sono, ovviamente, programmi e sistemi di aiuti ma si tratta di iniziative settoriali, slegate da una politica per la creatività più generale, del tipo di quelle che si trovano in altre esperienze. E, se vogliamo, ne è la più evidente riprova il fatto stesso che attendiamo periodicamente i lavori della Fondazione Symbola per conoscere la dimensione del fenomeno. Non è l’Istat, insomma, a comunicarci il valore complessivo dell’industria creativa italiana, ma una Fodazione privata. Un segno evidente del ritardo di policy che scontiamo in quest’ambito.

C’è, quindi, un primo passaggio molto chiaro da fare: dare alla vicenda della creatività una veste adeguata. Un passaggio che vuol dire cose molto concrete. Significa rapporti pubblici che calcolino il valore delle industrie creative, definiscano una strategia per il loro sviluppo, facciano capire che si sta parlando di una cosa seria: che dà lavoro, sostiene la crescita, contribuisce ad una società più aperta, tollerante, dinamica. Significa strumenti di intervento capaci di aiutare le imprese a nascere, crescere ed internazionalizzarsi e un centro amministrativo “intelligente” che aiuti il settore con le politiche più innovative e si occupi anche di come la creatività può migliorare la qualità dei servizi amministrativi. Significa, ancora, portare la creatività nelle aule fin dai primi anni di scuola e, allo stesso tempo, creare nelle nostre città luoghi di produzione creativa: incubatori, acceleratori, Fablab.

Questo, non altro, accade nei paesi più avanzati sul tema. Ed è questo che dobbiamo provare a replicare sia a livello nazionale, sia regionale. Tanto più in una regione come il Lazio in cui i dati ci confermano che la creatività pesa, e molto: 14.8 miliardi di valore aggiunto, 204 mila lavoratori, 41 mila imprese.

È per questo che in Regione abbiamo avviato il programma LazioCreativo ed è per questo che va approvata la legge per il settore culturale e creativo presentata in Consiglio regionale e su cui l’associazione Civita ha avviato una petizione. Una legge che vuole dotare il Fondo per la Creatività della regione di più risorse da dedicare alle start up, che in collaborazione con i privati punta a moltiplicare gli spazi per la creatività nelle città della nostra regione e che prevede una serie di iniziative volte a valorizzare la classe creativa. Tutto questo nella convinzione che è tempo che la creatività – uno dei nostri punti di forza e parte essenziale del brand italiano – abbia ad ogni livello istituzionale. Una politica visibile, con interlocutori amministrativi competenti, obiettivi strategici, strumenti di intervento moderni. Visti i numeri e l’importanza del settore, la “ripartenza” passa anche da qui.

 

Dalla Regione 5 bandi per Credito e Venture Capital

Il Presidente Zingaretti e l’Assessore Fabiani hanno presentato oggi i nuovi bandi della Regione Lazio per il sistema della imprese. Cinque bandi per circa 120 milioni di euro destinati, i primi quattro, a sostenere l’accesso al credito e alle garanzie delle imprese, il quinto, alla promozione di iniziative di venture capital nel territorio regionale.

Sono misure importanti sotto più punti di vista. Prima di tutto perché sono 120 milioni di euro, in gran parte fondi europei, che ‘entrano’ nel sistema imprenditoriale. Poi perché vanno a toccare due punti chiave del mondo dell’impresa laziale: il primo è l’accesso al credito, che quando non funziona penalizza le imprese piccole e medie. Il secondo nodo è il meccanismo del venture capital, oggi ancora troppo debole nel Lazio come in tutta Italia. Quello del capitale di rischio è un segmento cruciale per promuovere la crescita delle imprese innovative e la misura presentata questa mattina servirà ad attrarre sul mercato laziale operatori specializzati.

Quelli progettati da Lazio Innova, la società finanziaria della Regione Lazio, sono quindi provvedimenti che vanno nella giusta direzione e che hanno in testa il fatto che in un sistema d’impresa competitivo e moderno è essenziale tenere insieme il ‘corpo’ delle imprese e le sue punte d’eccellenza. Ora si deve lavorare per far conoscere questi bandi ed assicurare loro una attuazione efficace.